Dietro le quinte – Wonderland Festival: l’organizzazione

Raccontavo in un altro post dell’impazienza con cui aspetto la locandina di Wonderland Festival ogni autunno, ma certamente è la scoperta del programma a riservare sempre le maggiori sorprese.
Ormai è una sorta di rito, aprire il sito, leggere la sezione “Fil rouge” e poi, mano al calendario, scegliere gli spettacoli.
Resta però la curiosità di capire come nasce davvero un festival così articolato, capace di condensare in un paio di settimane spettacoli molto diversi eppure legati da un filo sottile, di raccogliere compagnie e attori delle più disparate provenienze superando anche eventuali barriere linguistiche. E questa volta ho sfruttato la disponibilità a sedersi per fare due chiacchiere di Emma Mainetti, Direzione organizzativa e di produzione che mi ha permesso, virtualmente, di accompagnarla dietro le quinte.

Il punto di partenza è il nome. Di chi è stata l’idea di legare il festival a “Wonderland” – tra parentesi un nome azzeccatissimo vista la sensazione di immergersi proprio in un paese delle meraviglie che personalmente mi spinge a tornare, stagione dopo stagione, ad aspettare che si alzi ancora una volta il sipario. E ovviamente questo non può che portare a chiedere come è nato il festival.
Il nome Wonderland Festival nasce nel 2012, ma il festival in sé, o almeno il suo primo antenato, era già nato nel 1998 e si chiamava Brescia tra Fiabe e Contaminazioni. Si trattava di un festival biennale, molto diverso da quello che vediamo ora, sicuramente più piccolo, come più piccoli eravamo anche noi. Io infatti non c’ero ancora…l’idea è stata di Davide D’Antonio e Giovanni Zani, fondatori e tuttora direttori di Residenza IDRA.
Brescia tra Fiabe e Contaminazioni lavorava sul tema delle fiabe per adulti, con gli anni poi il tema si è ampliato e il festival è diventato annuale, nel 2012, trasformandosi in Wonderland. Il legame con la fiaba si è attenuato ma ci piaceva mantenere un senso legato al “Paese delle Meraviglie” che è un po’ quello che ogni anno cerchiamo di creare.
Personalmente sono arrivata a far parte del festival nel 2013 e sono quindi testimone diretto solo delle edizioni dal 2013 in poi. In questi anni il festival è cambiato molto, è cresciuto e si è trasformato ulteriormente. Le edizioni 2012-2013-2014 erano ancora molto lunghe, si parlava di circa uno o due mesi di programmazione limitata ai fine settimana, una via di mezzo tra una piccola stagione e un festival insomma.
La svolta è avvenuta nel 2015, il festival è stato riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali, si è spostato da febbraio a novembre e ha preso la forma attuale: due settimane di programmazione intensissima, eventi collaterali, convegni, dopofestival…tutto quello che anche oggi ci caratterizza e che ogni anno si sviluppa sempre di più prendendo nuove forme.

La seconda domanda credo che sia stata posta innumerevoli volte, è un po’ una sorta di “è nato prima l’uovo o la gallina?” applicato ad ogni edizione del festival. Se pensiamo al programma e a quel fil rouge a cui accennavo prima, che costituisce una chiave di lettura, una bussola per orientarsi nel calendario delle rappresentazioni e degli eventi, è spontaneo riflettere su quale sia il fondamento. Qual è il punto di partenza su cui si costruisce la stagione, attorno a cui ruota tutto? In termini di processo creativo, viene insomma prima la selezione del tema – poi riassunto nel claim – o la considerazione degli spettacoli disponibili? O forse è sbagliato già pensare al concetto di “spettacoli disponibili”, perché talvolta nascono già in qualche misura per Wonderland?
Anche in questo caso la svolta è stata data dal passaggio ministeriale. Il Ministero richiede agli organizzatori di avere una visione triennale del festival. Così, il primo triennio, dal 2015 al 2017, la decisione è stata quella di lavorare ogni edizione su un tema diverso sul quale costruire un fil rouge attorno a cui far ruotare gli spettacoli.
In questo caso ciò che nasce prima è il tema, l’urgenza, l’argomento di cui sentiamo sia in quel momento necessario parlare. I tre temi scelti dalla direzione artistica in quegli anni, che venivano poi tradotti dai claim, erano temi caldi, che sentivamo che il pubblico, gli artisti, la società avevano urgenza di condividere.
Pertanto in qualche modo le due cose si contaminano, il tema detta la scelta degli spettacoli ma anche l’urgenza degli artisti che producono spettacoli su determinati temi fa comprendere che cosa sia importante mettere in luce in quel momento…”Imbraccia la tua arma” nel 2015, “Sedotti, traditi, felici” nel 2016, “Speak the truth!”nel 2017…erano tutti temi che sentivamo importanti e che, in alcuni casi, anche associati alle immagini, hanno suscitato qualche polemica. Per il secondo triennio invece, che è iniziato l’anno scorso e arriverà fino al 2020, la scelta della direzione artistica è stata quella di concentrarci su un genere: il teatro immersivo, che abbiamo iniziato a sondare nella scorsa edizione, con approccio più leggero e che era espresso ironicamente da quel “Non la solita minestra…” ad indicare un nuovo modo di fare teatro in cui lo spettatore è un ingrediente importante e che quest’anno esprimiamo con più forza con il nostro interrogativo “Chi è di scena?”. Per quanto riguarda la scelta degli spettacoli avvengono entrambe le cose che dici: sicuramente Davide D’Antonio guarda al panorama artistico con un occhio di riguardo a quelle compagnie e a quegli spettacoli che indagano nella direzione che interessa al festival ma è anche avvenuto che si “sfidassero” gli artisti a produrre lavori ad hoc, come nel caso dello spettacolo “5 minutes” andato in scena nel 2017 in cui abbiamo chiesto a diversi artisti di produrre 5 minuti di performance ispirandosi ai cinque minuti di tempo che vengono dati alla popolazione palestinese per salvarsi dai bombardamenti in arrivo, e abbiamo prodotto un evento unico per Wonderland.

Negli anni gli spettatori hanno assistito a una evidente evoluzione del festival, non solo specchio dei tempi ma di una autentica crescita, maturazione della rassegna che ha saputo uscire dai confini della città, tanto in termini artistici che di fama. Quanto è stato difficile raggiungere questo obiettivo e quanti sono stati gli eventuali cambi di rotta?
La parte difficile è stata farsi conoscere dal pubblico, riuscire a farlo arrivare da noi per la prima volta. La programmazione del festival è sempre stata ambiziosa, Idra ha da sempre un occhio attento al panorama artistico contemporaneo nazionale e internazionale e ha portato a Brescia proposte e artisti di grande livello che molte volte non erano mai stati qui. Ad esempio i Motus, che, pur essendo tra le compagnie di punta nel panorama nazionale, sono venuti a Brescia per la prima volta nel 2015, nel nostro piccolo spazio di Vicolo delle Vidazze.
La sfida di riuscire a far comprendere al pubblico che il teatro e l’arte performativa contemporanea sono accessibili a tutti e che da noi potevano sperimentarlo è stata la più difficile. Ma tutte le persone che sono venute negli anni sono poi tornate, e sono diventate i nostri migliori comunicatori. Il nostro pubblico è estremamente fidelizzato, quando viene al festival ci torna, difficilmente segue solo uno spettacolo. Il lavoro è stato soprattutto questo, credere in quello che portavamo avanti e non demordere. Siamo cresciuti molto anche grazie al pubblico che ci segue.

Quest’anno una produzione Residenza IDRA in collaborazione con Image Collective per la regia di Davide D’Antonio si intitola Andare verso, un percorso itinerante e un omaggio alla nostra città. Dove sta andando Wonderland Festival? Dove vi immaginate tra, diciamo, cinque anni? Personalmente spero, fedele al nome che ho scelto per il mio blog, anch’esso un inno al cammino, che il viaggio sia ancora molto lungo…
Sicuramente lo speriamo anche noi…il Festival è uno dei progetti più importanti che IDRA porta avanti.
Dove saremo tra cinque anni è difficile dirlo. Purtroppo anche noi, come tutti coloro che lavorano nella cultura ed in particolare nel teatro, viviamo di costante precarietà. Sogni e visioni si scontrano costantemente con il limite delle prospettive politiche ed economiche. In Italia la prospettiva più lunga in termini di programmazione è triennale, dopo di che tutto si sospende in attesa che venga definito il triennio successivo.
Io credo che Wonderland abbia dimostrato negli anni una crescita costante, sia in termini di programmazione che di pubblico e che questo gli garantisca un cammino futuro agli occhi delle istituzioni. Ma nessuno può dirlo con certezza. Quello che possiamo dire con certezza è che noi continueremo a lavorare per portarlo avanti e farlo crescere, come abbiamo fatto fino ad ora.

Piè di pagina
Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/

Una sera a teatro: Calcinculo

Teatro pop, teatro rock, teatro punk.

Anche quest’anno è arrivato il momento di commentare il primo spettacolo che abbiamo scelto nel cartellone di Wonderland Festival.
Una doverosa premessa, se fosse stato per me, non lo avremmo visto – sono sempre un po’ sospettosa quando le opere hanno una forte componente musicale – e me ne sarei molto pentita. Invece, grazie a una decisione “del collettivo” mi sono trovata a godere tutti i 60 minuti di Calcinculo, davvero “uno spettacolo dove le parole prendono la forma della musica. Dove la musica prende la forma delle parole”, e applaudire convinta una compagnia che non vedo già l’ora di rivedere all’opera.

Non sono solo canzonette, anzi.
Babilonia Teatri porta nello Spazio Teatro Idra una pièce che vive di contaminazioni e rimandi, in cui la musica è elemento essenziale per dare corpo a un autentico fiume di parole, la drammaturgia in prosa, a un flusso disordinato e irrefrenabile che sembra scaturire senza filtri, a tratti senza neppur una logica apparente, irrazionale come le paure e le fobie enumerate da Castellani, che sono invece, ne sono certa, assolutamente reali per molti spettatori.

Contrappunto e melodia, i frammenti delle storie narrate (o forse sarebbe meglio dire di un’unica storia, quella del nostro quotidiano) si sviluppano in un gioco di contraddizioni, i ritornelli pop non nascondono la profondità dei temi trattati, non mascherano l’invio a riflettere, a confrontarsi con temi forti, a (ri)prendere una posizione dopo che i miti e le convinzioni hanno subito l’ineluttabile trascorrere del tempo, come sottolineano gli autori con una delle immagini più poetiche e contemporaneamente più amare dell’intero copione, quella dello scotch usato per fissare i manifesti di Che Guevara sul muro che cede appunto al tempo e alla forza di gravità.
Sul palco, volutamente scarno, con pochi elementi per non distogliere l’attenzione dal testo, dalla sua reale comprensione, scorre un collage di miserie umane, di nodi irrisolti. Presente e passato, rock e pop, leggerezza contro il peso delle idee, spensieratezza e parole come pietre, perché non stiamo facendo un altro giro su una giostra a cavalli, ma siamo su un calcinculo con tutte le sue emozioni contrastanti.

In questo vortice si riesce anche a ridere, si è coinvolti in una ricerca delle citazioni, musicali e non, ci si lascia cullare dalle note e dall’illusoria lievità delle mossette della cantante, mentre si viene schiaffeggiati dai testi delle canzoni.
L’ironia smorza i toni, ma è uno sguardo disincantato sulla realtà a prevalere, portando anche l’inaspettato concorso di bellezza in cui il pubblico è chiamato a votare ad assumere forme grottesche.
Nel complesso uno spettacolo forte, tagliente, che costringe a guardare dentro se stessi oltre che a ciò che ci circonda, che invita a non cadere nella (autoconsolatoria) illusione che “così vanno le cose, così devono andare”, a ritrovare la capacità di sognare e che regala, grazie alla convincente prova d’attore e a un testo da masticare lentamente e digerire, un ottimo esempio di teatro “schierato”.

Piè di pagina
Calcinculo di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con Luca Scotton
Produzione Babilonia Teatri
Musiche di Lorenzo Scuda
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2019

Dietro le quinte – Wonderland Festival: la comunicazione

Per alcuni la primavera è la stagione del nuovo inizio, per me invece è l’autunno visto che riapre la stagione teatrale.
E da diversi anni novembre è il mese in cui nei luoghi più diversi della città appaiono i manifesti di Wonderland Festival, immagini in cui cerco di cogliere qualche anteprima del calendario di spettacoli, di quel fil rouge che li lega.
Con il passare del tempo il festival teatrale e la sua espressione “grafica” sono diventati sempre più legati, quasi inscindibili e mi sono chiesta spesso come funzioni il processo creativo che porta alla scelta dei materiali per la comunicazione e quanto conti proprio la comunicazione per una rassegna come Wonderland, che ha fatto del suo essere “altro” nel panorama culturale bresciano, e non solo, la propria cifra stilistica.
Per soddisfare questa e molte altre curiosità ho deciso di rivolgermi alla fonte, facendomi accompagnare in un viaggio attraverso le locandine da Walter Spelgatti, responsabile Ufficio stampa e comunicazione, che ringrazio sin d’ora per la disponibilità.
Partiamo dal 2015, pietra miliare nella storia di Wonderland e anno in cui l’immagine– e la comunicazione in senso lato – diventa assolutamente distintiva, detta il tono e l’atmosfera di quello che il pubblico vedrà sulla scena, e si impone, di pieno diritto, come un elemento del programma.

L’immagine del soldato al pianoforte è davvero forte, così come sarà forte, pressante l’invito che riecheggia nei diversi spettacoli a schierarsi, a prendere posizione, metaforicamente a “imbracciare la propria arma”.
Un punto di svolta, a mio parere, nella strategia comunicativa in cui l’elemento grafico, visuale, si sposa con la parola, la sottolinea, la incarna. Da quel momento le locandine del festival vivranno sempre di questa dualità.
Lo si vede bene nel 2016 che segna l’inizio della proficua, e perdurante, collaborazione con Dorothy Bhawl che con le sue opere contribuisce a creare la veste esteriore del festival, rendendola assolutamente riconoscibile seppur nuova a ogni stagione.

Dopo l’ironica e grottesca rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie è la volta di un’implacabile Regina di Cuori…

… per arrivare al mondo del fumetto con Gargamella nel 2018.

Come nasce questa collaborazione?
La collaborazione con Dorothy nasce da un colpo di fulmine.
Eravamo alla ricerca della nuova immagine del festival il cui claim era “sedotti, traditi, felici…”. Come al solito lavoravamo di brain storming, scambiandoci impressioni e suggestioni che il tema ci dettava. E come al solito faticavamo a trovare una linea, un’immagine dalla quale ci sentissimo tutti rappresentati e che ci mettesse tutti d’accordo. Fino a che, nelle nostre ricerche, è comparsa lei. L’immagine di Alice che cavalca un particolarissimo Bianconiglio in un’atmosfera da party un po’ decadente ma festoso. Ci rappresentava, esprimeva ciò che volevamo dire in quel momento. Era forte, ironica, artistica. E ci siamo innamorati, di quell’immagine e del suo autore, Dorothy Bhawl, che per la prima volta ci aveva fatto battere il cuore all’unisono. Abbiamo deciso di contattarlo e Dorothy è stato da subito entusiasta di intraprendere questa nuova collaborazione che prosegue e cresce di anno in anno. Non ci siamo più lasciati.
Dicevamo prima di come immagine e claim siano l’ottimo completamento del cartellone del festival. Potrei dire quasi una sorta di trailer cinematografico, un antipasto che stuzzica l’appetito. E proprio questa corrispondenza risulta particolarmente affascinante, un esempio di comunicazione perfettamente riuscita. Ma qual è l’elemento di partenza, il testo o la fotografia? E come si arriva alla composizione definitiva, quale è il processo?
Dare una successione definita a questo complesso processo non è facile. L’immagine di Dorothy è un’immagine che parla da sé. È comunicativa, fortemente descrittiva e allo stesso tempo veicolo di messaggi importanti. La fotografia aiuta molto nella creazione di un racconto fortemente identitario del festival.
Wonderland sta diventando sempre più in festival che segna un percorso, che anticipa dei messaggi forti che diventano “pop” grazie alla perfetta sinergia tra l’arte del fotografare e l’arte del comunicare.
Ma la comunicazione non è solo immagine. “Imbraccia la tua arma”, “Sedotti, traditi, felici”, “Speak the truth”, “Non la solita minestra” fino all’ultimissimo “Chi è di scena?”. Ogni parola ha un suo peso, un suo posto specifico. In questi claim nulla è ridondante, la concisione come valore. Anche questo è un elemento ricorrente, identificativo, fortemente studiato. Oppure no?
Il claim di Wonderland è assolutamente studiato, pensato in ogni punteggiatura. L’immagine ispira il claim, che allo stesso tempo viene pensato in funzione della direzione artistica degli spettacoli in cartellone.
Il “Chi è di scena?” di quest’anno è un esempio che calza perfettamente.
Il punto di domanda non è casuale. Nel “richiamo” agli attori dietro il sipario prima dell’inizio dello spettacolo non c’è un punto di domanda. È una chiamata. Noi abbiamo aggiunto un interrogativo. “Chi è di scena?” non è più una chiamata ma una vera e propria richiesta, come una provocazione. Si chiede al pubblico chi vuol essere di scena. O secondo loro chi è di scena, in un festival pensato proprio nell’ottica di un modo di vivere il teatro completamente nuovo: lasciando al pubblico la scelta se entrare nella scena o stare a guardare…

Guardando la splendida immagine scelta per il 2019 – che si lascia decisamente alle spalle i rimandi al paese delle meraviglie, o forse no visto il sottile gioco di specchi e rimandi, restano due domande. Rivedremo mai i personaggi di Lewis Carroll e, soprattutto, quanto conta la comunicazione per una realtà come Wonderland Festival, a Brescia (città che per molto tempo è stata accusata di essere provinciale, nemica della cultura, poco aperta alla sperimentazione e alle novità), in Italia e all’estero?
La comunicazione di Wonderland è fondamentale.
Ormai l’immagine di Wonderland è diventata iconica. Tra le comunicazioni più attese dell’anno.
Il pubblico ci chiede quale sarà la nuova immagine, quale claim abbiamo pensato per provocare la città sul nuovo teatro che ogni anno proponiamo.
Siamo consapevoli che il festival è complesso e di non facile “accessibilità”, per questo per il comparto comunicazione è importante trovare la modalità affinché il pubblico si avvicini e si incuriosisca.
Una volta superato questo “ostacolo” tutto è in discesa: Wonderland è un festival divertente e coinvolgente. Un festival che porta in scena messaggi attuali e dirompenti. Un’occasione per riflettere e provocare nuove riflessioni. E farlo attraverso il teatro, ci siamo accorti, è l’occasione più bella e soddisfacente che ci sia! Basta avere il coraggio di entrare in scena…

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Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/
Dorothy Bhawl è in mostra al Ma.Co.f fino all’11/12/2019 con aperture straordinarie per il pubblico di Wonderland giovedì 21/11 e sabato 30/11 fino alle 21.

Riflessioni – Il turismo responsabile: RAM Viaggi (parte I)

Porta itineris dicitur longissima esse

Dieci anni fa abbiamo scelto consapevolmente un modo diverso di scoprire il mondo, di viaggiare, che ci permettesse di vivere i luoghi, le diverse realtà in maniera meno frettolosa, meno superficiale, senza sentirci come se stessimo soltanto piantando una bandierina sul planisfero.
Dieci anni fa abbiamo deciso di superare un po’ di timore e molti preconcetti e di provare un’esperienza di quel turismo responsabile di cui tanto avevamo letto.
Oggi non credo che potremmo “tornare indietro” al tradizionale concetto di viaggio organizzato, ancorché di scoperta, rinunciando a quegli elementi che sono diventati una componente intrinseca del nostro modo di trascorrere le vacanze, ad approfondire il rapporto con i territori e le persone che li abitano, senza dimenticare che ogni nostro singolo gesto, come turisti, oltre che come ospiti della Terra, si inserisce sempre in un quadro molto più ampio, senza mai poter essere completamente neutro, privo di conseguenze.
Ma cosa è il turismo responsabile, quali sono le sue caratteristiche imprescindibili? Il collettivo indirezionenoncasuale ha chiesto una definizione a Renzo Garrone, direttore di RAM Viaggi, uno dei primi operatori in Italia a scegliere i viaggi responsabili come propria cifra sia stilistica che di contenuto, fondatore di AITR, Associazione Italiana Turismo Responsabile, e autore di reportage di viaggi vicini e lontani, ma soprattutto su ambienti, culture e persone diverse.

D. Renzo, innanzitutto ci riassumi la storia di RAM Viaggi che è legata a doppio filo proprio all’idea di turismo responsabile prima di proporci la tua definizione?
R. Innanzitutto RAM Viaggi fa parte di RAM, un gruppo di persone che si occupa da oltre 30 anni di commercio equo, di turismo responsabile, di cultura (editoria, eventi pubblici) e formazione. Siamo focalizzati, e nei decenni ci siamo specializzati, su tematiche asiatiche.
L’attività dei viaggi è cominciata nel 1991, sotto l’ombrello di Associazione RAM, a beneficio dei soci.
Successivamente, per un inquadramento adeguato sia sul piano giuridico che fiscale, fu necessario scorporare i viaggi dal resto dell’attività. Siamo diventati un Tour Operator dal luglio 2005. RAM Viaggi è una SRL, mentre l’importazione + rivendita di prodotti provenienti da piccole aziende asiatiche, oltre all’editoria specifica e ai frequenti eventi culturali, resta sotto l’ombrello di Associazione RAM. Il gruppo d’altra parte esiste fin dal 1988 e fu la primissima realtà in Italia ad organizzare viaggi di questo genere. Nel 1991, né il fenomeno né il movimento del “turismo responsabile” esistevano ancora, noi però parlavamo già di turismo d’incontro. Proponemmo Nepal e India centrale, quell’estate.
Da allora siamo cresciuti, abbiamo fatto i nostri investimenti, camminato insieme a molti altri compagni di strada. Siamo tra i fondatori di AITR, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile, di cui fummo tra i principali ispiratori attraverso gli anni Novanta.
Sul piano dell’organizzazione dei viaggi, c’è stata una messa a fuoco dell’operatività, uno specializzarsi graduale. La nostra scelta, fin dall’inizio, è stata limitarsi alle destinazioni asiatiche: la regione indiana, quella tibetana ed il sudestasiatico rappresentano il cuore dell’attività; successivamente abbiamo introdotto il Medio Oriente. Avevamo anche viaggi in Siria prima della guerra, e in Turchia prima di Erdogan. Operiamo in Iran dal 2014 e in Oman dal 2017. Stiamo introducendo il Giappone. Poi c’è Cuba, dove mandiamo turisti da sempre (la cosa è legata a un antico socio RAM della prima ora, titolare della destinazione). Mentre in Africa ci limitiamo all’eccezione Capo Verde, dall’estate 2012. In Italia ci concentriamo su soggiorni ed escursioni “d’autore” soprattutto in Liguria, il nostro territorio. Il motivo è specifico: siamo una piccola realtà che cerca di offrire ai clienti prestazioni di alta qualità, quantomeno sul piano della conoscenza dei luoghi che si visitano, sia sotto il profilo logistico che sul piano culturale. In più, rispetto a tutti gli altri operatori, anche sotto il profilo del contatto umano nelle varie destinazioni (ma anche dentro i gruppi che si creano). In sostanza, cerchiamo di fare in modo che tutti i viaggi siano legati a qualche storia specifica, significativa: quella dei nostri partners, quelle di orientamento sociale che caratterizzano tutti i nostri tours.
Mi chiedi una definizione di Turismo Responsabile: è difficile riassumere in poche righe un concetto molto complesso. AITR a Cervia, nell’ottobre 2005, varò la propria, che votammo anche noi pur trovandola non esaustiva. Essa recita: Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.
Quel che devo aggiungere, dopo anni di pratica, è che non è possibile parlare di forme di turismo veramente responsabile, che siano realtà e non vuoti pronunciamenti o velleitarie asserzioni, se non sono coinvolti con sincera dedizione un po’ tutti gli attori, i protagonisti degli eventi che vanno in scena in viaggio, cioè sia gli ospiti che gli ospitanti; affinché ciò accada l’incontro è l’unico strumento valido, quello che può rendere l’occasione memorabile, che può far divertire, scaldare i cuori da ambo le parti. Ma più in generale, uscendo dalla singola esperienza, sul piano sociologico e politico, coinvolti nella stessa logica devono essere gli amministratori del territorio, i residenti o almeno una quota significativa tra costoro. Per brevità mi limito a fare un esempio: uno dei principi del TR è il rispetto dell’ambiente. Ma laddove localmente non esistono raccolta differenziata, cestini dei rifiuti, per non parlare di politiche effettive di risparmio energetico a tutti i livelli, come possono il singolo turista, e a maggior ragione i gruppi, comportarsi responsabilmente?
Per tornare al nostro modo di lavorare, per i viaggi di gruppo utilizziamo una squadra di accompagnatori, una decina, molti dei quali collaborano con noi da anni, che RAM forma appositamente quali mediatori culturali, secondo il nostro specifico stile. I nostri sono, sempre, viaggi in mezzo alla gente. L’accompagnatore italiano, solitamente insieme alla presenza di guide locali selezionate in anni di lavoro, costituisce il trait d’union fondamentale dell’esercizio.
Rispetto agli inizi, abbiamo diversificato l’offerta: oltre ai classici viaggi di gruppo con accompagnatore italiano, che restano centrati sull’incontro (il nostro marchio di fabbrica) oggi offriamo viaggi con la formula “in autonomia”, ossia su misura: uno sceglie date e destinazione, noi tracciamo un itinerario personalizzato, prenotiamo i voli e le sistemazioni, e rendiamo possibili le visite ad alcuni progetti di orientamento sociale. Il tutto mettendo a disposizione alcuni nostri referenti locali – per il tempo che si desidera. Si tratta di una scelta adeguata per chi se la senta di viaggiare per conto proprio, dato in questa formula non c’è mediatore culturale italiano ma solo le guide del posto: è fondamentale che almeno uno dei viaggiatori conosca la lingua straniera di riferimento in modo accettabile, poiché i referenti locali parlano solo inglese (o spagnolo nel caso di Cuba). Per i viaggi in autonomia inoltre, diventa fondamentale la riunione preparatoria, perché in essa – che si fa peraltro anche prima di tutti i viaggi di gruppo – vengono spiegate nel dettaglio le situazioni che abbiamo anzitempo prenotato. Possiamo farlo per via della passione che ha generato una competenza adeguata in determinati territori, siamo degli artigiani della logistica. Ancoriamo inoltre l’esperienza all’incontro con persone del luogo che ci danno garanzie sullo “spirito” giusto. In definitiva vendiamo solo ciò che conosciamo, cioè un numero limitato di destinazioni. Ma mi sembra chiaro che non potremmo operare in questo modo se volessimo, come fan tutti, coprire l’intero globo terracqueo. Accanto ai viaggi, a RAM si lavora in termini di cultura. L’organizzazione dei viaggi è divisa da un’attività che spesso i viaggi li critica, li discute, li esamina. L’editoria ne è stato per anni il risultato essenziale. Il volume Turismo Responsabile (ultima edizione 2007) ha portato in Italia questa riflessione, dando il la al movimento successivamente federatosi in AITR. RAM ha prodotto/produce anche una collana di libri fotografici, a metà tra il reportage e l’indagine (Lavoro e Diritti/Local Arts) in cui si esaminano le economie di base di vari paesi asiatici. È online dall’aprile 2018 il blog renzogarrone.com.

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Per approfondire: Il viaggio e l’incontro. Che cos’è il turismo responsabile* ed. Altraeconomia; Cultura della responsabilità e sviluppo locale. La società globale e le comunità responsabili del turismo e del cibo*, ed. FrancoAngeli; Il turismo sostenibile*, ed Giappichelli e tutti i libri di Renzo Garrone acquistabili su https://renzogarrone.com/index.php/libri

Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

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Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Zorikto. New Steppe, Venezia

“Я смотрю в темноту, я вижу огни. Это где-то в степи полыхает пожар. Я вижу огни, вижу пламя костров. Это значит, что здесь скрывается зверь. Я гнался за ним столько лет, столько зим. Я нашел его здесь в этой степи.” (Zver, Nautilus Pompilius)

Ci sono mostre capaci di riportare in luce ricordi profondi, speciali, di luoghi finalmente vissuti dopo averli a lungo sognati. Capaci di evocare sapori e profumi, odori, sensazioni, momenti di condivisione in cui anche le barriere linguistiche, pur restando fermamente al loro posto, sembrano venire meno.
Ecco, questo è quello che ho provato entrando nella Chiesa Anglicana di San Giorgio a Venezia che ospita la personale di Zorikto Dorzhiev, artista di Ulan Ude rappresentato dalla Galleria Khankhalaev di Mosca e che qualcuno riconoscerà come il costumista del film “Mongol” di Sergej Bodrov.
Innanzitutto la cornice in cui sono inserite le opere è antitetica, se vogliamo, angusta rispetto a quella assenza di confini in cui ci conduce l’artista, eppure al contempo adatta con il suo respiro verso l’alto, con un autentico capovolgimento dei punti di riferimento.
Gli elementi del contenitore dialogano con il contenuto.

La collocazione spaziale diventa chiave di lettura, le coordinate si intersecano.
Guardo i quadri alle pareti e sono trasportata in quelle notti nelle yurte, in quelle lunghe giornate di spostamento in un apparente nulla, con il tempo e lo spazio che si dilatano, popolati da racconti e leggende di fieri cavalieri e principesse guerriere.
E poi improvvisamente in questa sede veneziana, proprio come allora nella steppa, quegli stessi fieri cavalieri prendono forma sulla sella di cavalli mai completamente domi.

Tutto è movimento, moto perpetuo, talvolta senza una chiara destinazione, giacché, come ci spiega Zorikto, “un nomade non viaggia in giro alla ricerca di una vita migliore. È piuttosto un artista, un poeta, un filosofo e spesso un solitario”.

Qui il tema della steppa rifugge dalla classica rappresentazione etnografica. La storia del singolo si mescola alla storia e all’epopea di un popolo narrata con le pennellate da un figlio di quel popolo che miscela sulla tela e nelle sue sculture tradizione e contemporaneità, antico e moderno, elementi onirici e oggettivi, legame con la terra e aspirazione al cielo. Colori e texture si fondono, ma emerge chiara un’estetica orientale nel segno grafico e nelle forme.

Il progetto espositivo ci guida insomma attraverso luoghi e culture, il tempo e lo spazio, narrandoci di migrazioni e trasformazioni, rivisitando soggetti e motivi di periodi storici diversi, ponendo al centro della scena non soltanto i cavalieri nomadi, quanto le diverse espressioni dello spirito del nomadismo che, come sottolineano i curatori, “sono naturali […] anche per le anime erranti del nostro tempo”.
E proprio queste anime erranti credo possano apprezzare appieno, meglio di chiunque altro, le suggestioni, la capacità evocativa delle opere di Zorikto in questa mostra assolutamente da non perdere.

Piè di pagina
Dove: Venezia, Chiesa Anglicana di san Giorgio, Campo San Vio, Dorsoduro
Quando: dal 11/05/2019 al 24/11/2019, ore 10-18, chiuso il lunedì.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Zoritko. Painting, Graphics, Sculpture, ed. Khankhalaev Gallery, 2018

Delhi – Alla scoperta della città (2)

“Uno dei più antichi esercizi di filosofia morale dell’essere umano è la ricerca di una giustificazione etica superiore per l’egoismo. È un esercizio che implica sempre una serie di contraddizioni interne…” (J.K. Galbraith)

Delle contraddizioni interne della società indiana si è parlato spesso e mi pare che Delhi le amplifichi ancora di più, nonostante i recenti tentativi dell’amministrazione (già peraltro visti in altre città e in altri Paesi) di “risolvere” il problema semplicemente spostandolo fuori dai confini cittadini.
Resta il fatto che la disperazione di chi vive sotto i viadotti, nelle aiuole che fungono da mezzeria nelle strade o semplicemente ai bordi della via è sempre un pugno nello stomaco. Ogni singolo istante, anche il più intimo, si svolge sotto gli occhi dei passanti.
Una simile mancanza di confini mi disturba, così come mi disturba l’estremo disinteresse di molti indiani verso l’altro, l’ambiente e gli animali. Credo che non riuscirò mai ad abituarmi, sono costretta a distogliere lo sguardo per non scontrarmi con il vuoto di altri sguardi, quelli di coloro che non si aspettano più nulla, non so neppure se siano ancora capaci almeno di sognare una vita diversa. Sono consapevole della mia fortuna e al contempo imbarazzata da quella stessa fortuna, incapace di comprendere fino in fondo ciò che vedo e di accettarlo come ineluttabile.
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui Delhi è una città da scoprire poco alla volta, lasciandosi affascinare dalle sue bellezze e dai suoi monumenti per dimenticarne la sporcizia, a tratti il fetore, l’estrema crudezza.
Sì perché, nonostante l’incessante rumore, il traffico e i mille problemi irrisolti, Delhi offre scorci di pura magia, come il Complesso di Qutab, prima destinazione di questa seconda giornata, accompagnati da una “guida” speciale, che, grazie ai suoi racconti, ci permetterà di capire meglio la mentalità degli abitanti, la complessità dell’odierna società indiana e i principi ispiratori del movimento guidato dal Mahatma Gandhi, di cui appena qualche mese dopo si sarebbero celebrati i 150 anni dalla nascita.

Il Complesso di Qutab, dal 1993 inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, sorge nel sito della “prima” Delhi musulmana e deve il nome al sovrano afghano Qutb ud-Din Aibak che volle la costruzione del suo monumento più famoso, quello che secondo l’opinione degli storici più accreditata costituisce un minareto che con i suoi oltre 72 metri svetta sull’intero parco.
La genesi dei cinque piani del minareto – in arenaria rossa, arenaria e marmo – che si affacciano in altrettante balconate, copre il periodo dal 1293 all’inizio del XIX secolo, con diverse ricostruzioni e rimaneggiamenti, testimoniando l’evoluzione dello stile architettonico nel passaggio dalla dinastia Aibak a quella Tughlak.
I fulmini, che a più riprese si sono abbattuti sulla struttura non sono riusciti ad abbatterlo, ma oggi non è più possibile salire all’interno, dopo che nel 1981 ne fu decisa la chiusura a seguito di un tragico evento che causò la morte di 45 persone.
Ma il minareto è solo la punta di diamante di questo complesso che grazie alle rovine immerse nel parco regala scatti bellissimi e una vera e propria immersione nell’architettura indo-islamica, insieme alla sensazione di poter lasciare, almeno per qualche ora, la frenesia al di fuori del cancello di ingresso.

Il tempo scorre e, dopo aver testato una sorta di mensa universitaria (dove il cibo è molto più buono di quanto non fosse, almeno nei miei ricordi, quello della mensa a Verona) ci dirigiamo verso la seconda tappa, un altro complesso monumentale, anch’esso Patrimonio dell’Unesco, che è la prima tomba-giardino del Subcontinente indiano e uno dei primi esempi compiuti di architettura Moghul (o Mughal).

Questo resterà, insieme ai Lodi Gardens uno dei miei luoghi del cuore a Delhi, dove grazie al numero ridotto di visitatori, alle dimensioni del giardino e all’atmosfera generale di un tranquillo, e un po’ sonnolento, pomeriggio estivo ho ricaricato le pile, preparandomi alla nottata sul treno in direzione Udaipur.

Il complesso, realizzato a partire dal 1562, ospita la tomba principale dell’imperatore Humayun, insieme ai cenotafi della moglie e di altri discendenti, e un giardino sviluppato secondo il modello persiano del Chahar bagh, un quadrilatero diviso in quattro parti da camminamenti pedonali e corsi d’acqua, a d imitazione dei quattro fiumi che scorrono nello Janna, il paradiso islamico.
La tomba è un pregevole equilibrio di contrasti, alla magnificenza dei decori esterni, realizzati spesso con la tecnica degli intarsi di marmo, si contrappone l’austerità degli interni, mentre alla simmetria degli elementi architettonici esterni controbatte la complessa planimetria del piano terreno, al rosso dell’arenaria risponde il bianco del marmo (purtroppo il blu delle piastrelle delle piccole canopie è andato perduto). Ci fermiamo ad ammirare le diverse prospettive e per continuare nel gioco di contrasti, ai sari tradizionali delle donne, autentiche macchie di colore, si oppone il bianco abbagliante dell’abito di una fashion blogger indiana.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante, quasi una perla in un giardino cintato, è la tomba di Isa Khan Niyazi, datata 1547. Approfittiamo subito per fare una passeggiata sui camminamenti del muro di cinta, preludio in tono (molto molto) minore di quel che ci attenderà al Forte Kumbhalgarh.

Un’ultima pausa, all’ombra di grandi alberi e circondati da cani dagli occhi dolcissimi, per parlare dell’India di ieri e del futuro, delle riforme promesse e mai fino in fondo attuate, della necessità di ripensare la struttura sociale del Paese nell’ottica di una maggiore equità. Salutando la serenità del giardino ci dirigiamo verso la stazione di Nizamuddin da dove prenderà le mosse l’itinerario in Rajasthan.
“In carrozza, si parte!”…

Piè di pagina
– Complesso di Qutab
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 7:00 alle 17:00, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Qutab Minar sulla Linea Gialla.
– Tomba di Humayun
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dall’alba al tramonto, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è JLN Stadium sulla Linea Viola.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.
Per scoprire la città*: 1) Delhi: tour privato di Qutb Minar, Vecchia e Nuova Delhi; 2) Tour personalizzato di 8 ore; 3) Tour della città con giro in risciò

 

Delhi – Alla scoperta della città (1)

“… la verità è che Delhi è una città folle” (Aravind Adiga)

Nel 2008, nel suo primo romanzo, Aravind Adiga racconta di una scalata sociale, di un’India attraversata da profondissimi conflitti e contraddizioni e di una Delhi sempre a cavallo tra due estremi, scintillante e buia, ingenua e scaltra, corrotta eppure innocente, in cui le vite di ricchi e poveri si sfiorano costantemente, si intersecano con effetti spesso tragici.
Tante cose sono cambiate da allora e tante sono rimaste immutate, impermeabili al trascorrere del tempo, all’avvicendarsi dei politici e dei loro sogni (ultimo in ordine di tempo quello delle “città smart” di Modi).
L’unica certezza rimangono proprio gli estremi, anche climatici, di una città che ci ha accolto con una pioggia torrenziale, per regalarci poi in sequenza uno splendido tramonto e successive giornate di sole e caldo soffocante.
La prima visita, nell’attesa che i nostri compagni di viaggio atterrino, la dedichiamo al Lal Qil’ah, il Forte Rosso patrimonio dell’Unesco, splendida e imponente fortezza-palazzo che rappresenta l’apice della creatività Moghul e racchiude al proprio interno una sintesi di arte persiana, indiana ed europea.
Immagino che perdersi nei giardini interni debba essere un’esperienza memorabile, ma devo appunto accontentarmi di immaginare, perché i giardini li attraversiamo a passo di carica per passare di riparo in riparo, visto che la mantella impermeabile e l’ombrello non sono sufficienti a proteggerci dalla cascata d’acqua che si riversa dal cielo.
Però, devo ammetterlo, i diversi padiglioni e le mura in arenaria rossa, lunghe 2,5 km e con un’altezza variabile tra i 16 e i 33 metri, mantengono tutto il loro fascino e le foto al Diwan-i-Am con “l’effetto gocce” rendono abbastanza l’idea di una mattinata passata con i piedi a mollo. Diciamo quindi arrivederci al simbolo dell’indipendenza indiana con un ultimo scatto in questo nostro film personale che abbiamo intitolato Monsoon (without a) wedding.

Il ritorno in albergo, nel caotico quartiere di Paharganj, diventa un’avventura, con le strade trasformate in torrenti che rendono il traffico ancora più selvaggio, con mezzi di ogni tipo, animali ed esseri umani che lottano per conquistare faticosamente un metro dopo l’altro, in un crescendo cacofonico di clacson e rumori. E poi improvvisamente la pioggia si placa e non possiamo non unirci al sorriso del guidatore del nostro tuk tuk che scuotendo la testa ci ricorda che “This is India”.

Un paio di masala chai dopo – sì, il tè diventa una sorta di unità di misura del tempo che passa – le nuvole si sono dissolte e il gruppo ormai al suo completo è pronto per una prima passeggiata che ci porterà ad attraversare il mercato e poi a raggiungere il Gurdwara Bangla Sahib, una delle principali case di culto sikh dell’intero Paese, riconoscibile sin da lontano per la sua cupola dorata e l’alto pennone.
Lo scorso anno avevamo visitato il santuario al mattino, insieme a innumerevoli pellegrini, mettendoci alla prova nella langar, la cucina comune, in cui i volontari preparano i pasti che tutti potranno mangiare, indipendentemente dal credo e dalla razza. Quest’anno ci fermiamo ai bordi del sarovar, la grande vasca che contiene l’acqua Amrit venerata anche per le sue proprietà curative per ammirare un tramonto da cartolina cullati dalla musica devozionale tradizionale che risuona dagli altoparlanti.

Fast forward… Volti diversi, un altro credo, ma altrettanta curiosità da parte dei turisti e devozione da parte dei fedeli si respira alla Jama Masjid, la principale moschea di Delhi, del cui cortile si dice possa contenere fino a 25.000 persone. Poco distante dal Forte Rosso, si tratta di un altro monumento legato alla dinastia Moghul, a cui si accede salendo uno dei tre scaloni in arenaria.
La facciata della sala della preghiera è caratterizzata da 11 archi, con il principale sotto una grande volta, che richiama la mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca.
Le posizioni per la preghiera qui sono importanti, come ci ricordano anche i rettangoli in cui è suddiviso il cortile al cui centro spicca la vasca a cui attingere l’acqua per le abluzioni. Complice una temperatura elevata sin dalle prime ore del mattino, della visita alla Moschea del Venerdì, oltre all’imponenza e alle splendide prospettive delle arcate, porterò con me la sensazione di piacevole frescura della sala della preghiera e dei suoi pavimenti, quasi un balsamo per le piante dei nostri piedi dopo il passaggio sulla pietra scaldata dal sole.

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Forte Rosso
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 9:30 alle 16.30, chiuso il lunedì.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chandni Chowk sulla Linea Gialla. Spettacolo suoni e luci in hindi e inglese a orari fissi.
Bangla Sahib
Ingresso: gratuito, tutti i giorni dalle 5:00 alle 22:00. I visitatori stranieri devono lasciare le scarpe nell’apposito deposito. Portare un foulard/bandana per coprire il capo (anche per gli uomini, il semplice cappello non è sufficiente).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Rajiv Chowk (Gate 1) a circa 15 minuti di distanza. In alternativa utilizzare la Airport Express Line e scendere alla fermata Shivaji Stadium.
Jama Masjid
Ingresso: gratuito, ma è richiesto il pagamento di 300 rupie per le foto, tutti i giorni dalle 7:00 alle 12:00 e dalle 13:30 alle 18:30. Non è consentito l’ingresso ai turisti negli orari di preghiera. Le scarpe devono essere tolte prima del portale ed è richiesto un abbigliamento consono (In caso contrario è disponibile un servizio di noleggio di tuniche).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chawri Bazaar sulla Linea Gialla.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.

Mostra – Preraffaelliti. Amore e desiderio, Palazzo Reale, Milano

Sometimes thou seem’st not as thyself alone, But as the meaning of all things that are.
(Dante Gabriel Rossetti)

La premessa è che da sempre i Preraffaelliti mi affascinano e quindi non potevo mancare all’appuntamento a Palazzo Reale con la promessa di poter ammirare “in mostra oltre 80 capolavori” (a questo proposito è assolutamente più onesta la versione in inglese della brochure in cui si legge semplicemente “more than 80 works”). La realtà è stata, purtroppo, inferiore alle attese, soprattutto se si torna con la memoria all’esposizione torinese a Palazzo Chiablese del 2014.
Infatti, pur se è innegabile la presenza di alcuni dipinti iconici, come l’Ofelia di Millais e la Lady of Shalott di Waterhouse, oltre ad alcune opere di Rossetti, nel complesso ho avuto la sensazione di una mostra non completamente riuscita, non sufficientemente curata dal punto di vista dell’apparato critico, sin troppo scolastico, con molti schizzi e bozzetti poco contestualizzati.
L’idea di presentare i disegni preparatori è senz’altro valida se questi sono accompagnati dall’opera finale, in caso contrario, rischiano di diventare ripetitivi e di non aggiungere nulla di significativo all’esperienza di visita, se non in termini di quantità di pezzi esposti.
Sempre parlando di allestimento, ho trovato davvero molto antiquato, direi addirittura triste, il concetto del video finale, una serie di immagini tratte dal catalogo che scorrevano su uno schermo, senza alcun commento o guida alla visita da parte dei curatori.
Di contro l’aver ricreato l’effetto delle finestre di una cattedrale, o forse di un castello, in alcune delle sale ha contribuito all’immersione nella poetica preraffaellita, senza forzature. Una nota di merito va decisamente a chi si è occupato dell’illuminazione per aver adottato soluzioni che, finalmente, consentono di godere appieno dei quadri esposti, senza riflessi e ombre estranee.

Lasciando da parte gli aspetti che non mi hanno convinto, la mostra a Palazzo Reale, attraverso un’articolazione in sezioni tematiche, offre uno sguardo a tutto tondo sul movimento in generale e sull’arte dei diciotto artisti rappresentati, consentendo di cogliere tanto i temi comuni – la cosiddetta modernità medievale su tutti – che i tratti distintivi dei singoli stili, insieme agli elementi di ribellione all’estetica dominante e di rottura delle convenzioni, una nuova fedeltà alla natura nella riproduzione su tela, un gioco sapiente di luci e un ripensamento delle prospettive.
Dei Preraffaelliti amo in particolare il richiamo alla letteratura e alle storie medioevali, dunque vedere Artù o San Giorgio prendere vita nelle opere di Rossetti mi ha lasciato come sempre incantata, quasi incapace di staccare lo sguardo dalla miriade di dettagli che popolano i quadri, che riescono a essere estremamente evocativi nonostante le dimensioni contenute.

Dante Gabriel Rossetti, The Wedding of St George and Princess Sabra, 1857

Sempre restando nell’ambito delle rielaborazioni per immagini di classici letterari, uno degli ambiti in cui meglio si esprime la visione artistica dei Preraffaelliti, la vera grande sorpresa è stata Kit’s writing Lesson di Marineau che racconta una delle scene di La bottega dell’antiquario di Dickens. Credo che se fosse stato possibile fotografare i personaggi di Dickens e gli ambienti in cui si muovono, il risultato sarebbe qualcosa di molto simile a questo quadro. Un’autentica immersione nel celeberrimo romanzo a puntate.

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s writing Lesson, 1852

Nel percorso espositivo a Milano ampio spazio è dato all’elemento femminile, in un susseguirsi di opere che ritraggono quasi sempre donne reali, anche se celate nei panni di eroine bibliche, storiche o di fantasia, si vedano le già citate Ofelia e Dama di Shalott (rispettivamente da Shakespeare e Tennyson), ma anche la giovane del quadro April Love di Hughes, che si appropriano della scena fino a divenire autentiche icone di stile – a cavallo tra l’immagine angelicata e la personificazione stessa della tentazione – non solo per i contemporanei, ma per l’intera cultura occidentale, proponendo un ideale del “bello” senza tempo.

Arthur Hughes, April Love, 1855-6

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Dove: Milano, Palazzo Reale
Quando: dal 19/06/2019 al 06/10/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
https://www.palazzorealemilano.it/mostre/amore-e-desiderio
Per approfondire: https://www.khanacademy.org/humanities/becoming-modern/victorian-art-architecture/pre-raphaelites/a/a-beginners-guide-to-the-pre-raphaelites; catalogo*; I Preraffaelliti* ed. Taschen;


Il tè è sempre una soluzione (India)

Chai per due persone alla maniera del Wayanad.
Tè nero sfuso, latte, zucchero di canna, una fetta spessa di zenzero fresco da schiacciare con un mortaio. Dosi rigorosamente “a occhio”. In un pentolino dai bordi alti portare a bollore due tazze d’acqua, aggiungere lo zucchero e lo zenzero schiacciato e per ultimo le foglie di tè. Attendere un paio di minuti e versare il latte. Riportare a bollore per qualche minuto e filtrare.

Bianco, nero, verde, giallo, aromatizzato, delicato o intenso, leggermente affumicato, caldo o freddo, tanti sono i colori del tè e ancora di più le modalità per gustarlo, eppure un aspetto resta sempre invariato, i benefici e le proprietà che si riconoscono a questa bevanda.
Ma per me il tè non è solo un alleato di un’alimentazione sana, piuttosto è legato a momenti speciali e ricordi di viaggio in giro per il mondo.
Dal rito delle cinque nel Regno Unito, magari nelle salette del Sally Lunn’s a Bath, all’indispensabile samovar che mi riporta agli inverni tra la pianura russa e gli Urali settentrionali fino alle proposte instagrammabili del Barneo Dessert Bar a Chiang Mai, in questi ultimi anni è soprattutto il chai, il tè all’indiana, ad avermi dissetato e scaldato dal Kerala al Ladakh fino al Rajasthan.
Quel “chai, chai, chai” ripetuto quasi come un mantra sui treni e nelle stazioni, che per me è stato il sapore del risveglio e delle pause lungo i tragitti, il gusto del benvenuto nelle case di chi mi ha ospitato e della condivisione di attimi di vita, l’agognata ricompensa dopo aver raggiunto quota 5.000 e una sorta di scaldamani nei campi tendati lungo la Leh-Manali.
E nessun chai è davvero uguale a un altro, partendo da quello gustato nel distretto del Wayanad in Kerala, nei bicchieri di vetro, cui lo zenzero raccolto nei campi dietro casa regala un aroma particolare…

… fino a quello preparato direttamente su un carretto per la strada a Jaisalmer per chi non si lascia sfuggire nessuna occasione di provare lo street food (& drink) locale sotto gli occhi e tra i sorrisi dei “baristi”.

Senza dimenticare il tè preparato in una tradizionale cucina ladakha aggiungendo all’infuso la tsampa, farina di orzo tostato, fino a ottenere un impasto liscio ma ancora morbido, da arricchire ulteriormente con un pizzico di sale e una punta di burro (di nak, la femmina dello yak).
Un concentrato di energia per affrontare le fatiche del lungo cammino da Hemis Supkachan e Temisgang.

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Letture: Chai: The Spice Tea of India (in inglese)*;
Hot Tea Across India (in inglese)*; Chai, Chai: Travels in Places Where You Stop but Never Get Off (in inglese)*