Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

Piè di pagina
Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Zorikto. New Steppe, Venezia

“Я смотрю в темноту, я вижу огни. Это где-то в степи полыхает пожар. Я вижу огни, вижу пламя костров. Это значит, что здесь скрывается зверь. Я гнался за ним столько лет, столько зим. Я нашел его здесь в этой степи.” (Zver, Nautilus Pompilius)

Ci sono mostre capaci di riportare in luce ricordi profondi, speciali, di luoghi finalmente vissuti dopo averli a lungo sognati. Capaci di evocare sapori e profumi, odori, sensazioni, momenti di condivisione in cui anche le barriere linguistiche, pur restando fermamente al loro posto, sembrano venire meno.
Ecco, questo è quello che ho provato entrando nella Chiesa Anglicana di San Giorgio a Venezia che ospita la personale di Zorikto Dorzhiev, artista di Ulan Ude rappresentato dalla Galleria Khankhalaev di Mosca e che qualcuno riconoscerà come il costumista del film “Mongol” di Sergej Bodrov.
Innanzitutto la cornice in cui sono inserite le opere è antitetica, se vogliamo, angusta rispetto a quella assenza di confini in cui ci conduce l’artista, eppure al contempo adatta con il suo respiro verso l’alto, con un autentico capovolgimento dei punti di riferimento.
Gli elementi del contenitore dialogano con il contenuto.

La collocazione spaziale diventa chiave di lettura, le coordinate si intersecano.
Guardo i quadri alle pareti e sono trasportata in quelle notti nelle yurte, in quelle lunghe giornate di spostamento in un apparente nulla, con il tempo e lo spazio che si dilatano, popolati da racconti e leggende di fieri cavalieri e principesse guerriere.
E poi improvvisamente in questa sede veneziana, proprio come allora nella steppa, quegli stessi fieri cavalieri prendono forma sulla sella di cavalli mai completamente domi.

Tutto è movimento, moto perpetuo, talvolta senza una chiara destinazione, giacché, come ci spiega Zorikto, “un nomade non viaggia in giro alla ricerca di una vita migliore. È piuttosto un artista, un poeta, un filosofo e spesso un solitario”.

Qui il tema della steppa rifugge dalla classica rappresentazione etnografica. La storia del singolo si mescola alla storia e all’epopea di un popolo narrata con le pennellate da un figlio di quel popolo che miscela sulla tela e nelle sue sculture tradizione e contemporaneità, antico e moderno, elementi onirici e oggettivi, legame con la terra e aspirazione al cielo. Colori e texture si fondono, ma emerge chiara un’estetica orientale nel segno grafico e nelle forme.

Il progetto espositivo ci guida insomma attraverso luoghi e culture, il tempo e lo spazio, narrandoci di migrazioni e trasformazioni, rivisitando soggetti e motivi di periodi storici diversi, ponendo al centro della scena non soltanto i cavalieri nomadi, quanto le diverse espressioni dello spirito del nomadismo che, come sottolineano i curatori, “sono naturali […] anche per le anime erranti del nostro tempo”.
E proprio queste anime erranti credo possano apprezzare appieno, meglio di chiunque altro, le suggestioni, la capacità evocativa delle opere di Zorikto in questa mostra assolutamente da non perdere.

Piè di pagina
Dove: Venezia, Chiesa Anglicana di san Giorgio, Campo San Vio, Dorsoduro
Quando: dal 11/05/2019 al 24/11/2019, ore 10-18, chiuso il lunedì.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Zoritko. Painting, Graphics, Sculpture, ed. Khankhalaev Gallery, 2018

Delhi – Alla scoperta della città (2)

“Uno dei più antichi esercizi di filosofia morale dell’essere umano è la ricerca di una giustificazione etica superiore per l’egoismo. È un esercizio che implica sempre una serie di contraddizioni interne…” (J.K. Galbraith)

Delle contraddizioni interne della società indiana si è parlato spesso e mi pare che Delhi le amplifichi ancora di più, nonostante i recenti tentativi dell’amministrazione (già peraltro visti in altre città e in altri Paesi) di “risolvere” il problema semplicemente spostandolo fuori dai confini cittadini.
Resta il fatto che la disperazione di chi vive sotto i viadotti, nelle aiuole che fungono da mezzeria nelle strade o semplicemente ai bordi della via è sempre un pugno nello stomaco. Ogni singolo istante, anche il più intimo, si svolge sotto gli occhi dei passanti.
Una simile mancanza di confini mi disturba, così come mi disturba l’estremo disinteresse di molti indiani verso l’altro, l’ambiente e gli animali. Credo che non riuscirò mai ad abituarmi, sono costretta a distogliere lo sguardo per non scontrarmi con il vuoto di altri sguardi, quelli di coloro che non si aspettano più nulla, non so neppure se siano ancora capaci almeno di sognare una vita diversa. Sono consapevole della mia fortuna e al contempo imbarazzata da quella stessa fortuna, incapace di comprendere fino in fondo ciò che vedo e di accettarlo come ineluttabile.
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui Delhi è una città da scoprire poco alla volta, lasciandosi affascinare dalle sue bellezze e dai suoi monumenti per dimenticarne la sporcizia, a tratti il fetore, l’estrema crudezza.
Sì perché, nonostante l’incessante rumore, il traffico e i mille problemi irrisolti, Delhi offre scorci di pura magia, come il Complesso di Qutab, prima destinazione di questa seconda giornata, accompagnati da una “guida” speciale, che, grazie ai suoi racconti, ci permetterà di capire meglio la mentalità degli abitanti, la complessità dell’odierna società indiana e i principi ispiratori del movimento guidato dal Mahatma Gandhi, di cui appena qualche mese dopo si sarebbero celebrati i 150 anni dalla nascita.

Il Complesso di Qutab, dal 1993 inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, sorge nel sito della “prima” Delhi musulmana e deve il nome al sovrano afghano Qutb ud-Din Aibak che volle la costruzione del suo monumento più famoso, quello che secondo l’opinione degli storici più accreditata costituisce un minareto che con i suoi oltre 72 metri svetta sull’intero parco.
La genesi dei cinque piani del minareto – in arenaria rossa, arenaria e marmo – che si affacciano in altrettante balconate, copre il periodo dal 1293 all’inizio del XIX secolo, con diverse ricostruzioni e rimaneggiamenti, testimoniando l’evoluzione dello stile architettonico nel passaggio dalla dinastia Aibak a quella Tughlak.
I fulmini, che a più riprese si sono abbattuti sulla struttura non sono riusciti ad abbatterlo, ma oggi non è più possibile salire all’interno, dopo che nel 1981 ne fu decisa la chiusura a seguito di un tragico evento che causò la morte di 45 persone.
Ma il minareto è solo la punta di diamante di questo complesso che grazie alle rovine immerse nel parco regala scatti bellissimi e una vera e propria immersione nell’architettura indo-islamica, insieme alla sensazione di poter lasciare, almeno per qualche ora, la frenesia al di fuori del cancello di ingresso.

Il tempo scorre e, dopo aver testato una sorta di mensa universitaria (dove il cibo è molto più buono di quanto non fosse, almeno nei miei ricordi, quello della mensa a Verona) ci dirigiamo verso la seconda tappa, un altro complesso monumentale, anch’esso Patrimonio dell’Unesco, che è la prima tomba-giardino del Subcontinente indiano e uno dei primi esempi compiuti di architettura Moghul (o Mughal).

Questo resterà, insieme ai Lodi Gardens uno dei miei luoghi del cuore a Delhi, dove grazie al numero ridotto di visitatori, alle dimensioni del giardino e all’atmosfera generale di un tranquillo, e un po’ sonnolento, pomeriggio estivo ho ricaricato le pile, preparandomi alla nottata sul treno in direzione Udaipur.

Il complesso, realizzato a partire dal 1562, ospita la tomba principale dell’imperatore Humayun, insieme ai cenotafi della moglie e di altri discendenti, e un giardino sviluppato secondo il modello persiano del Chahar bagh, un quadrilatero diviso in quattro parti da camminamenti pedonali e corsi d’acqua, a d imitazione dei quattro fiumi che scorrono nello Janna, il paradiso islamico.
La tomba è un pregevole equilibrio di contrasti, alla magnificenza dei decori esterni, realizzati spesso con la tecnica degli intarsi di marmo, si contrappone l’austerità degli interni, mentre alla simmetria degli elementi architettonici esterni controbatte la complessa planimetria del piano terreno, al rosso dell’arenaria risponde il bianco del marmo (purtroppo il blu delle piastrelle delle piccole canopie è andato perduto). Ci fermiamo ad ammirare le diverse prospettive e per continuare nel gioco di contrasti, ai sari tradizionali delle donne, autentiche macchie di colore, si oppone il bianco abbagliante dell’abito di una fashion blogger indiana.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante, quasi una perla in un giardino cintato, è la tomba di Isa Khan Niyazi, datata 1547. Approfittiamo subito per fare una passeggiata sui camminamenti del muro di cinta, preludio in tono (molto molto) minore di quel che ci attenderà al Forte Kumbhalgarh.

Un’ultima pausa, all’ombra di grandi alberi e circondati da cani dagli occhi dolcissimi, per parlare dell’India di ieri e del futuro, delle riforme promesse e mai fino in fondo attuate, della necessità di ripensare la struttura sociale del Paese nell’ottica di una maggiore equità. Salutando la serenità del giardino ci dirigiamo verso la stazione di Nizamuddin da dove prenderà le mosse l’itinerario in Rajasthan.
“In carrozza, si parte!”…

Piè di pagina
– Complesso di Qutab
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 7:00 alle 17:00, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Qutab Minar sulla Linea Gialla.
– Tomba di Humayun
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dall’alba al tramonto, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è JLN Stadium sulla Linea Viola.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.
Per scoprire la città*: 1) Delhi: tour privato di Qutb Minar, Vecchia e Nuova Delhi; 2) Tour personalizzato di 8 ore; 3) Tour della città con giro in risciò

 

Delhi – Alla scoperta della città (1)

“… la verità è che Delhi è una città folle” (Aravind Adiga)

Nel 2008, nel suo primo romanzo, Aravind Adiga racconta di una scalata sociale, di un’India attraversata da profondissimi conflitti e contraddizioni e di una Delhi sempre a cavallo tra due estremi, scintillante e buia, ingenua e scaltra, corrotta eppure innocente, in cui le vite di ricchi e poveri si sfiorano costantemente, si intersecano con effetti spesso tragici.
Tante cose sono cambiate da allora e tante sono rimaste immutate, impermeabili al trascorrere del tempo, all’avvicendarsi dei politici e dei loro sogni (ultimo in ordine di tempo quello delle “città smart” di Modi).
L’unica certezza rimangono proprio gli estremi, anche climatici, di una città che ci ha accolto con una pioggia torrenziale, per regalarci poi in sequenza uno splendido tramonto e successive giornate di sole e caldo soffocante.
La prima visita, nell’attesa che i nostri compagni di viaggio atterrino, la dedichiamo al Lal Qil’ah, il Forte Rosso patrimonio dell’Unesco, splendida e imponente fortezza-palazzo che rappresenta l’apice della creatività Moghul e racchiude al proprio interno una sintesi di arte persiana, indiana ed europea.
Immagino che perdersi nei giardini interni debba essere un’esperienza memorabile, ma devo appunto accontentarmi di immaginare, perché i giardini li attraversiamo a passo di carica per passare di riparo in riparo, visto che la mantella impermeabile e l’ombrello non sono sufficienti a proteggerci dalla cascata d’acqua che si riversa dal cielo.
Però, devo ammetterlo, i diversi padiglioni e le mura in arenaria rossa, lunghe 2,5 km e con un’altezza variabile tra i 16 e i 33 metri, mantengono tutto il loro fascino e le foto al Diwan-i-Am con “l’effetto gocce” rendono abbastanza l’idea di una mattinata passata con i piedi a mollo. Diciamo quindi arrivederci al simbolo dell’indipendenza indiana con un ultimo scatto in questo nostro film personale che abbiamo intitolato Monsoon (without a) wedding.

Il ritorno in albergo, nel caotico quartiere di Paharganj, diventa un’avventura, con le strade trasformate in torrenti che rendono il traffico ancora più selvaggio, con mezzi di ogni tipo, animali ed esseri umani che lottano per conquistare faticosamente un metro dopo l’altro, in un crescendo cacofonico di clacson e rumori. E poi improvvisamente la pioggia si placa e non possiamo non unirci al sorriso del guidatore del nostro tuk tuk che scuotendo la testa ci ricorda che “This is India”.

Un paio di masala chai dopo – sì, il tè diventa una sorta di unità di misura del tempo che passa – le nuvole si sono dissolte e il gruppo ormai al suo completo è pronto per una prima passeggiata che ci porterà ad attraversare il mercato e poi a raggiungere il Gurdwara Bangla Sahib, una delle principali case di culto sikh dell’intero Paese, riconoscibile sin da lontano per la sua cupola dorata e l’alto pennone.
Lo scorso anno avevamo visitato il santuario al mattino, insieme a innumerevoli pellegrini, mettendoci alla prova nella langar, la cucina comune, in cui i volontari preparano i pasti che tutti potranno mangiare, indipendentemente dal credo e dalla razza. Quest’anno ci fermiamo ai bordi del sarovar, la grande vasca che contiene l’acqua Amrit venerata anche per le sue proprietà curative per ammirare un tramonto da cartolina cullati dalla musica devozionale tradizionale che risuona dagli altoparlanti.

Fast forward… Volti diversi, un altro credo, ma altrettanta curiosità da parte dei turisti e devozione da parte dei fedeli si respira alla Jama Masjid, la principale moschea di Delhi, del cui cortile si dice possa contenere fino a 25.000 persone. Poco distante dal Forte Rosso, si tratta di un altro monumento legato alla dinastia Moghul, a cui si accede salendo uno dei tre scaloni in arenaria.
La facciata della sala della preghiera è caratterizzata da 11 archi, con il principale sotto una grande volta, che richiama la mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca.
Le posizioni per la preghiera qui sono importanti, come ci ricordano anche i rettangoli in cui è suddiviso il cortile al cui centro spicca la vasca a cui attingere l’acqua per le abluzioni. Complice una temperatura elevata sin dalle prime ore del mattino, della visita alla Moschea del Venerdì, oltre all’imponenza e alle splendide prospettive delle arcate, porterò con me la sensazione di piacevole frescura della sala della preghiera e dei suoi pavimenti, quasi un balsamo per le piante dei nostri piedi dopo il passaggio sulla pietra scaldata dal sole.

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Forte Rosso
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 9:30 alle 16.30, chiuso il lunedì.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chandni Chowk sulla Linea Gialla. Spettacolo suoni e luci in hindi e inglese a orari fissi.
Bangla Sahib
Ingresso: gratuito, tutti i giorni dalle 5:00 alle 22:00. I visitatori stranieri devono lasciare le scarpe nell’apposito deposito. Portare un foulard/bandana per coprire il capo (anche per gli uomini, il semplice cappello non è sufficiente).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Rajiv Chowk (Gate 1) a circa 15 minuti di distanza. In alternativa utilizzare la Airport Express Line e scendere alla fermata Shivaji Stadium.
Jama Masjid
Ingresso: gratuito, ma è richiesto il pagamento di 300 rupie per le foto, tutti i giorni dalle 7:00 alle 12:00 e dalle 13:30 alle 18:30. Non è consentito l’ingresso ai turisti negli orari di preghiera. Le scarpe devono essere tolte prima del portale ed è richiesto un abbigliamento consono (In caso contrario è disponibile un servizio di noleggio di tuniche).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chawri Bazaar sulla Linea Gialla.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.

Mostra – Preraffaelliti. Amore e desiderio, Palazzo Reale, Milano

Sometimes thou seem’st not as thyself alone, But as the meaning of all things that are.
(Dante Gabriel Rossetti)

La premessa è che da sempre i Preraffaelliti mi affascinano e quindi non potevo mancare all’appuntamento a Palazzo Reale con la promessa di poter ammirare “in mostra oltre 80 capolavori” (a questo proposito è assolutamente più onesta la versione in inglese della brochure in cui si legge semplicemente “more than 80 works”). La realtà è stata, purtroppo, inferiore alle attese, soprattutto se si torna con la memoria all’esposizione torinese a Palazzo Chiablese del 2014.
Infatti, pur se è innegabile la presenza di alcuni dipinti iconici, come l’Ofelia di Millais e la Lady of Shalott di Waterhouse, oltre ad alcune opere di Rossetti, nel complesso ho avuto la sensazione di una mostra non completamente riuscita, non sufficientemente curata dal punto di vista dell’apparato critico, sin troppo scolastico, con molti schizzi e bozzetti poco contestualizzati.
L’idea di presentare i disegni preparatori è senz’altro valida se questi sono accompagnati dall’opera finale, in caso contrario, rischiano di diventare ripetitivi e di non aggiungere nulla di significativo all’esperienza di visita, se non in termini di quantità di pezzi esposti.
Sempre parlando di allestimento, ho trovato davvero molto antiquato, direi addirittura triste, il concetto del video finale, una serie di immagini tratte dal catalogo che scorrevano su uno schermo, senza alcun commento o guida alla visita da parte dei curatori.
Di contro l’aver ricreato l’effetto delle finestre di una cattedrale, o forse di un castello, in alcune delle sale ha contribuito all’immersione nella poetica preraffaellita, senza forzature. Una nota di merito va decisamente a chi si è occupato dell’illuminazione per aver adottato soluzioni che, finalmente, consentono di godere appieno dei quadri esposti, senza riflessi e ombre estranee.

Lasciando da parte gli aspetti che non mi hanno convinto, la mostra a Palazzo Reale, attraverso un’articolazione in sezioni tematiche, offre uno sguardo a tutto tondo sul movimento in generale e sull’arte dei diciotto artisti rappresentati, consentendo di cogliere tanto i temi comuni – la cosiddetta modernità medievale su tutti – che i tratti distintivi dei singoli stili, insieme agli elementi di ribellione all’estetica dominante e di rottura delle convenzioni, una nuova fedeltà alla natura nella riproduzione su tela, un gioco sapiente di luci e un ripensamento delle prospettive.
Dei Preraffaelliti amo in particolare il richiamo alla letteratura e alle storie medioevali, dunque vedere Artù o San Giorgio prendere vita nelle opere di Rossetti mi ha lasciato come sempre incantata, quasi incapace di staccare lo sguardo dalla miriade di dettagli che popolano i quadri, che riescono a essere estremamente evocativi nonostante le dimensioni contenute.

Dante Gabriel Rossetti, The Wedding of St George and Princess Sabra, 1857

Sempre restando nell’ambito delle rielaborazioni per immagini di classici letterari, uno degli ambiti in cui meglio si esprime la visione artistica dei Preraffaelliti, la vera grande sorpresa è stata Kit’s writing Lesson di Marineau che racconta una delle scene di La bottega dell’antiquario di Dickens. Credo che se fosse stato possibile fotografare i personaggi di Dickens e gli ambienti in cui si muovono, il risultato sarebbe qualcosa di molto simile a questo quadro. Un’autentica immersione nel celeberrimo romanzo a puntate.

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s writing Lesson, 1852

Nel percorso espositivo a Milano ampio spazio è dato all’elemento femminile, in un susseguirsi di opere che ritraggono quasi sempre donne reali, anche se celate nei panni di eroine bibliche, storiche o di fantasia, si vedano le già citate Ofelia e Dama di Shalott (rispettivamente da Shakespeare e Tennyson), ma anche la giovane del quadro April Love di Hughes, che si appropriano della scena fino a divenire autentiche icone di stile – a cavallo tra l’immagine angelicata e la personificazione stessa della tentazione – non solo per i contemporanei, ma per l’intera cultura occidentale, proponendo un ideale del “bello” senza tempo.

Arthur Hughes, April Love, 1855-6

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Dove: Milano, Palazzo Reale
Quando: dal 19/06/2019 al 06/10/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
https://www.palazzorealemilano.it/mostre/amore-e-desiderio
Per approfondire: https://www.khanacademy.org/humanities/becoming-modern/victorian-art-architecture/pre-raphaelites/a/a-beginners-guide-to-the-pre-raphaelites; catalogo*; I Preraffaelliti* ed. Taschen;


Il tè è sempre una soluzione (India)

Chai per due persone alla maniera del Wayanad.
Tè nero sfuso, latte, zucchero di canna, una fetta spessa di zenzero fresco da schiacciare con un mortaio. Dosi rigorosamente “a occhio”. In un pentolino dai bordi alti portare a bollore due tazze d’acqua, aggiungere lo zucchero e lo zenzero schiacciato e per ultimo le foglie di tè. Attendere un paio di minuti e versare il latte. Riportare a bollore per qualche minuto e filtrare.

Bianco, nero, verde, giallo, aromatizzato, delicato o intenso, leggermente affumicato, caldo o freddo, tanti sono i colori del tè e ancora di più le modalità per gustarlo, eppure un aspetto resta sempre invariato, i benefici e le proprietà che si riconoscono a questa bevanda.
Ma per me il tè non è solo un alleato di un’alimentazione sana, piuttosto è legato a momenti speciali e ricordi di viaggio in giro per il mondo.
Dal rito delle cinque nel Regno Unito, magari nelle salette del Sally Lunn’s a Bath, all’indispensabile samovar che mi riporta agli inverni tra la pianura russa e gli Urali settentrionali fino alle proposte instagrammabili del Barneo Dessert Bar a Chiang Mai, in questi ultimi anni è soprattutto il chai, il tè all’indiana, ad avermi dissetato e scaldato dal Kerala al Ladakh fino al Rajasthan.
Quel “chai, chai, chai” ripetuto quasi come un mantra sui treni e nelle stazioni, che per me è stato il sapore del risveglio e delle pause lungo i tragitti, il gusto del benvenuto nelle case di chi mi ha ospitato e della condivisione di attimi di vita, l’agognata ricompensa dopo aver raggiunto quota 5.000 e una sorta di scaldamani nei campi tendati lungo la Leh-Manali.
E nessun chai è davvero uguale a un altro, partendo da quello gustato nel distretto del Wayanad in Kerala, nei bicchieri di vetro, cui lo zenzero raccolto nei campi dietro casa regala un aroma particolare…

… fino a quello preparato direttamente su un carretto per la strada a Jaisalmer per chi non si lascia sfuggire nessuna occasione di provare lo street food (& drink) locale sotto gli occhi e tra i sorrisi dei “baristi”.

Senza dimenticare il tè preparato in una tradizionale cucina ladakha aggiungendo all’infuso la tsampa, farina di orzo tostato, fino a ottenere un impasto liscio ma ancora morbido, da arricchire ulteriormente con un pizzico di sale e una punta di burro (di nak, la femmina dello yak).
Un concentrato di energia per affrontare le fatiche del lungo cammino da Hemis Supkachan e Temisgang.

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Letture: Chai: The Spice Tea of India (in inglese)*;
Hot Tea Across India (in inglese)*; Chai, Chai: Travels in Places Where You Stop but Never Get Off (in inglese)*

Delhi – Lodi (Lodhi) Gardens

Il nostro diario di viaggio in Rajasthan inizia dalla fine, sì proprio dall’ultimo giorno a Delhi, dopo due settimane intense, emozionanti e faticose, alla ricerca di un po’ di tranquillità e di una fuga dal traffico e dai rumori della città prima di salire sul volo Lufthansa che, passando per Monaco, ci riporterà a casa.
Abbiamo un’intera giornata a nostra disposizione e dopo la visita alla Jama Masjid, la Moschea del venerdì, complice il cielo azzurro, decidiamo di dirigerci verso i Lodi Gardens che in molti ci hanno descritto come una piccola oasi verde con un tocco di storia. Scopriremo ben presto che “piccolo” non è l’aggettivo che useremmo per questo parco (sono circa 36 ettari), la cui visita può tranquillamente occupare qualche ora.

L’ennesima corsa in tuk tuk ci porta a una delle entrate dei giardini che decidiamo di esplorare in senso orario per non perderci nulla.
Percorsi ben segnalati, toilette, distributori di acqua per riempire le borracce, gli immancabili venditori di snack e bevande e innumerevoli panchine, insomma non manca proprio nulla per concludere la vacanza in bellezza.
I monumenti, anche se non tutti in perfetto stato di conservazione, i prati fioriti, gli alberi e gli specchi d’acqua si uniscono per dar vita a un luogo incantato, con spesso solo pavoni, scoiattoli e papere a disturbare la solitudine dei sentieri per quella che è un’autentica passeggiata nella storia e nella natura pur restando nel cuore della città.
Partiamo dal ponte a otto pilastri, che con i suoi oltre 400 anni d’età è la più “giovane” delle bellezze che punteggiano il parco, ma sono soprattutto la moschea a tre cupole accanto al Bara Gumbad e le tombe delle dinastie Lodi e Sayyid a impressionare per la loro bellezza.

La tipica forma ottagonale, le cupole e le arcate, i colonnati e i baldacchini, i decori colorati che ornano le facciate offrono infiniti spunti fotografici, ma sono gli interni, spesso scarni ma perfettamente areati, ad attirarci sempre più man mano che la temperatura esterna cresce.

Cani e gatti che dormono e qualche pipistrello ci fanno compagnia mentre lo sguardo si perde tra le decorazioni dei soffitti e gli intricati intarsi alle pareti, lame di luce penetrano da porte e finestre, illuminando tombe di regnanti e di sconosciuti.

Il caos che ci aspetta a Pahar Ganj, il quartiere in cui si trova il nostro hotel, non ci manca per nulla e quindi decidiamo di trascorrere ancora qualche momento seduti all’ombra ad osservare frammenti della vita di coppie che passeggiano, di famiglie che si godono un picnic sull’erba, di gruppi di studenti in divisa che si ritrovano dopo la scuola e di amici che giocano a evitare i getti del sistema di irrigazione improvvisamente impazzito.
E “mentre su Delhi calano le prime ombre della sera” arriva anche l’ora di dirsi arrivederci.

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Ingresso: gratuito, orari dichiarati dalle 5:00 alle 20 da aprile a settembre, nei mesi invernali dalle 6:00 alle 20.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è la Jor Bagh sulla Linea Gialla (Gate 1) a circa 15 minuti a piedi da uno degli ingressi. I giardini sono raggiungibili anche con la Linea Viola, fermata Khan Market.
Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*.

Mostra – Sandy Skoglund. Winter, Brescia

I always say that my work is actually very realistic to me, realistic, not surrealistic, is not fantasy. This is really the world as it is, as I see it. (Sandy Skoglund)

Dopo l’antologica a Torino le opere di Sandy Skoglund tornano in mostra nella sede bresciana di Paci contemporary (in cui, l’ho già detto in precedenza, gli spazi ex industriali sono stati recuperati in maniera sapiente).
E come per una celebre serie TV, anche per l’artista statunitense l’inverno è arrivato, a chiudere un lungo percorso, questa volta iniziato nel 2008 con un’inedita e onirica rilettura della primavera (Fresh Hybrid).
Si conclude quindi la prima metà di un ciclo, con la possibilità per il pubblico di entrare nella scenografia dell’installazione, di svelarne i minimi dettagli, dai cosiddetti eyeflakes, insoliti fiocchi di neve in ceramica e metallo, ai crumpled foil papers, fogli in alluminio modellati per ricreare un paesaggio invernale.
L’esperienza non è però soltanto un’immersione in questa visione invernale, ma piuttosto un viaggio, sulle pareti della galleria, attraverso l’intera evoluzione artistica della fotografa, dai primi lavori “più tradizionali” degli anni Settanta, al progressivo sviluppo della staged photography e al suo straordinario bestiario, fino a questa ultima immagine, un ibrido di tecniche e concetti che è la somma di tutte le sue forme d’arte.
Con Winter la scultura digitale entra per la prima volta a pieno titolo nel processo creativo dell’artista che aveva già lavorato e sperimentato con altri materiali, dalla resina alla plastica fino alla ceramica. Cambia lo strumento, ma non il concetto che la scultura sia come uno specchio – inconscio ci ricorda la stessa Skoglung – di colui che la crea, frutto del suo relazionarsi con le figure scolpite.

Un applauso a Paci contemporary per aver portato in Italia sia Winter sia Sandy Skoglund che, in un appuntamento a metà tra la conferenza e la lectio magistralis, ci ha raccontato di sé e della propria arte, della sua volontà di superare i confini della fotografia commerciale, portandola proprio nelle gallerie d’arte, di come la sua cifra stilistica sia la serialità, da intendersi come costante dialogo tra somiglianza e differenza.
Con le sue parole la fotografa ha trasportato il pubblico nel suo immaginario, nella sua personale visione del mondo, come palcoscenico, come finzione, offrendo diverse chiavi di lettura, come il gioco dei contrasti (tra l’alto e il basso, inteso spesso nel senso di kitsch o di pop, tra velocità e lentezza, tra uomo e natura e uomo e animale, tra semplice e complesso) che pervade la sua intera produzione e gli stessi metodi di lavoro.

Nell’attesa, personalmente spero non decennale, di un’altra stagione, per scoprire l’universo quasi cinematografico di Sandy Skoglund, sempre sospeso tra verità e finzione, tra razionale e irrazionale, tra “assurdo” e normale” vale davvero la pena di fare tappa a Brescia.

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 10/05/2019 al 30/09/2019 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time; il recentissimo Sandy Skoglund a cura di Germano Celant, in lingua inglese; Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Angoli nascosti: Palazzo Tosio (Brescia)

La casa museo dei conti Tosio, oggi sede dell’Ateneo di Brescia, Accademia di scienze lettere ed arti, è uno di quei luoghi che si riescono a visitare quasi sempre per caso, e con una certa dose di fortuna. Quindi, non appena ne ho avuto l’occasione ho deciso di prenotare una visita guidata per scoprire un altro degli angoli se non proprio nascosti, quanto meno poco conosciuti della mia città.
E il percorso attraverso le diverse sale non ha certo deluso le aspettative.
Il palazzo si sviluppa dall’unione di tre diversi edifici, oltre agli spazi delle ex scuderie sul lato est del cortile, e alla forma odierna si è lavorato a lungo, dal primo decennio del 1800 fino ai tardi anni Quaranta dello stesso secolo, per creare quella che nelle intenzioni dei conti Paolo e Paolina doveva essere essere la sede della loro considerevole collezione d’arte, nonché un luogo di incontro del cosiddetto Cenacolo Tosio che riuniva alcuni dei massimi esponenti dell’élite bresciana del periodo.
La facciata e gli esterni in generale onestamente non sono particolarmente spettacolari, ma basta entrare nel portone per scoprire un bell’esempio d’uso di materiali locali, come il marmo di Botticino con cui sono realizzate, ad esempio, la fontana con vasca (opera di Gaetano Monti) e la balaustra o la pietra di Sarnico che riveste l’intero cortile.
Purtroppo oggi quello stesso cortile che, grazie a uno speciale congegno, poteva trasformarsi in un laghetto per le anatra tanto amate dalla contessa, è adibito a parcheggio.

Il piano nobile del palazzo, nell’ala disegnata dal Vantini, contiene ancora alcuni mobili originali, così come qualche opera d’arte, ma sono soprattutto i soffitti e gli affreschi, i dettagli architettonici e gli stucchi a catturare l’attenzione dei visitatori, l’infilata di stanze dal gusto neoclassico in cui si susseguono pareti dai colori pastello e divani in velluto, statue e bassorilievi e preziosi lampadari, testimoni non solo del gusto dei padroni di casa, ma di un’intera epoca.
Un percorso che si snoda dalla galleria iniziale verso la sala ovale, dominata dalla statua in marmo di “Silvia alla fonte” e poi ancora fino al gabinetto ottagonale con i suoi specchi, la galleria delle incisioni (alle cui pareti rimangono sole le iscrizioni con l’indicazione della posizione delle opere) e ancora la cappella, la “saletta bruciata” e l’alcova, via via sino alla conclusione della visita, nella sala da pranzo.

Davvero uno “scrigno in cui l’architettura si fonde perfettamente con le decorazioni e gli arredi” come lo ha definito la stampa, restituito alla città dopo anni di restauri e riallestimenti, da scoprire e ammirare pur se talune delle opere più importanti che ospitava hanno ormai trovato una diversa collocazione.

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Palazzo Tosio
Dove: Via Tosio 12, Brescia
Quando: solo in occasione di aperture straordinarie
Calendario delle visite guidate su prenotazione per il 2019

Una sera a teatro: Lo zoo di vetro

I suppose I have found it easier to identify with the characters who verge upon hysteria, who were frightened of life, who were desperate to reach out to another person. But these seemingly fragile people are the strong people really. (T. Williams)

Applausi calorosi, convinti: un bel modo (per me) di chiudere la stagione teatrale.
Lo zoo di vetro è un’opera di quelle che riescono a toccare alcune corde profonde, probabilmente universali, sempre in bilico tra disperazione e speranza, inquietudine e sprazzi quasi rubati di felicità, in un mondo in cui le aspettative paiono destinate a non realizzarsi mai, a trasformarsi in una disillusione a cui nemmeno la fuga sembra capace di porre rimedio.
Così come lo spazio e la distanza non paiono in grado di attenuare la memoria.
Una pièce che si sviluppa sui contrasti che però non esplodono mai veramente, restano in qualche imbrigliati eppure mai sopiti, su emozioni profonde di personaggi intimamente fragili, che ci si chiede come abbiano fatto a non spezzarsi come quell’unicorno di cristallo.
E proprio questa è la sensazione che sono riusciti a trasmettermi gli attori in scena, mai eccessivi nei gesti e nei toni, con una Amanda finalmente misurata e non strabordante e forse proprio per questo più vera nel regalarci il ritratto di una donna “freneticamente aggrappata a un altro tempo” e una Laura che pur senza alcuna zoppia accentuata – proprio come invita a fare l’autore – trasmette tutta la pena di essere (o sentirsi) diversi. Convincente anche l’interpretazione dei protagonisti maschili, ben inseriti nella parte e nel gioco di battute che li avvicina e li contrappone, con Jim che emerge davvero come un bravo giovanotto qualunque.
Un allestimento originale, che pur svecchiandolo non snatura inutilmente il testo, non lo stravolge né lo “tira per la giacchetta”, lasciando che sia Williams a raccontarci la sua storia.
Una lettura che definirei rispettosa ma mai banale, sostenuta dalla prova, come dicevo, di tutti i protagonisti che hanno dimostrato un ottimo affiatamento e una altrettanto ottima padronanza del palcoscenico, pur se purtroppo a tratti l’audio non ha sostenuto appieno la performance.
In effetti proprio il teatro Santa Chiara è stato l’unica nota lievemente stonata.
Il palco risultava troppo piccolo per ospitare l’intera scenografia, frenando la fluidità dei movimenti e, soprattutto, a causa della collocazione (infelice) dello schermo risultava difficile godere appieno delle videoproiezioni.
Così come l’illuminazione che non consentiva di vedere la fotografia-ingrandimento del padre, grande assente e contemporaneamente sempre (ingombrantemente) presente in questo dramma del ricordo.
Un peccato perché proprio l’elemento visivo ha introdotto un tocco originale nella regia di Rajeev Badhan, aggiungendo una pluridimensionalità alla narrazione che non è riuscita a emergere in tutta la sua forza.

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Lo zoo di vetro
di Tennessee Williams
traduzione di Gerardo Guerrieri
regia, musiche e luci Rajeev Badhan; animazioni Emanuele Kabu
Compagnia Slowmachine
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara
http://www.centroteatralebresciano.it/
Per approfondire: Lo zoo di vetro, ed. Einaudi*