I colori dell’India. Miniature dalla collezione Mutti

Iniziamo con una premessa. Entrare letteralmente in casa di una gallerista, accolti sempre con una cortesia che qualcuno definirebbe “d’altri tempi”, è un’esperienza già di per sé eccezionale, che però almeno i bresciani hanno la fortuna di poter rivivere visitando le mostre ospitate dalla Galleria dell’Incisione.
Dopo l’omaggio a Romana Loda e l’enigma romantico di Max Klinger, la curiosità dei visitatori questa volta è catturata da una selezione di miniature indiane della collezione di Giacomo Mutti.

Già dalla prima sala si ha l’impressione di entrare in un altro mondo, proprio come quello che si poteva intravedere guardando dalle finestre di uno dei tanti spettacolari palazzi nella terra dei maharaja.

Le opere, raccolte dall’architetto Mutti in circa trent’anni sono miniature, così chiamate non già per le loro dimensioni, seppure spesso contenute, ma per la finezza dei loro dettagli, spesso visibili solo con l’aiuto di una lente di ingrandimento.
Realizzate tra il XVII e il XIX secolo, con tempera o guazzo su carta, queste miniature si inseriscono nella tradizione di corte dei Rajput, una casta guerriera, che regnò in Rajasthan, nel Centro India e sulle colline pre-himalayane dando vita a diverse scuole pittoriche caratterizzate da stili regionali, nel solco se vogliamo dei manoscritti miniati di tradizione religiosa.

Passando da una sala all’altra è possibile notare come le scene dipinte, o forse dovremmo dire narrate, assorbano progressivamente elementi dalla pittura Moghul, diventando più sofisticate dal punto di vista tecnico, senza però mai perdere un carattere profondamente “indiano” nella stilizzazione delle figure e nell’uso dei colori.

Proprio la creazione dei colori costituisce uno degli aspetti fondamentali del processo creativo, così come uno degli elementi per differenziare le varie scuole pittoriche, giacché le materie prime utilizzate assumono sovente un carattere squisitamente regionale (ad esempio per l’uso di fiori tipici solo di una determinata zona geografica).
Dopo aver preparato la carta, secondo la tradizione descritta negli antichi trattati l’artista procedeva innanzitutto a delineare il contorno delle figure in rosso o nero, adottando svariate tecniche, per poi riempirlo con più passate di colore seguendo un ordine strettamente disciplinato: sfondo, corpo, vestiti e altri accessori, e oro o altri ornamenti ove richiesto.
Il passo successivo era la realizzazione delle ombreggiature, preludio alla ripassatura finale del contorno con un pennello così sottile, si dice, da essere talvolta composto da un singolo pelo, mentre l’ultima fase era quella della creazione dei bordi, spesso un’autentica cornice dipinta con innumerevoli particolari.

In mostra è possibile scoprire i principali temi iconografici delle scuole Rajput, partendo dal mondo degli dei con raffigurazioni di divinità maschili e femminili, ispirate tradizione religiosa hindu e dai testi letterari mitologici e poetici in cui ricorre l’elemento dell’unione con il divino, con i sentimenti mai realmente esplicitati, ma piuttosto evocati nel rispetto della rigida codificazione tradizionale…

… per arrivare alla vita di corte con ritratti di sovrani e damigelle, scene di caccia, processioni, assemblee di nobili e cerimonie religiose o semplici momenti della quotidianità, sempre con una buona dose di idealizzazione, soprattutto per quanto riguarda i volti e l’ambientazione, i paesaggi, con una pressoché totale assenza di prospettiva, per quella che non vuole essere una “raffigurazione letterale”, quanto piuttosto una rappresentazione stilizzata o simbolica.

Piè di pagina
Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: fino al 28 maggio 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti, parte 3

In questa sorta di romanzo a puntate, l’introduzione sono state le nostre impressioni sulla mostra, mentre nei diversi capitoli abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.
Hanno rotto il ghiaccio Max Bi, Elizabeth e Milena Bini, seguiti da Michael Gambino, LYS e Felipe Cardeña a cui abbiamo rivolto sempre le stesse tre domande, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono la collettiva.
Oggi i protagonisti sono Marica Fasoli, Michele_Battart, Annalù Boeretto e Daniele Fortuna.

In questo progetto siamo partiti da lei, la Vittoria Alata originale, chiedendo poi agli artisti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando la massima libertà su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità.

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Marica Fasoli

celeste (ant. celèsto) agg. – 1. a. Del cielo, che appartiene al cielo o si muove nel cielo; soprattutto in espressioni relative all’astronomia. b. Di colore simile a quello del cielo sereno. 2. a. Del cielo, inteso come sede di Dio e degli spiriti beati; quindi divino, che viene dal cielo.
3. estens. a. Dolcissimo, ineffabile (quasi «degno del cielo»).

Marica Fasoli - Sulle ali della vittoria (2021) - Tecnica mista su carta e foglie oro 22K
Sulle ali della vittoria (2021). Tecnica mista su carta e foglie oro 22K

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Epica, femminile, leggiadra, determinata, indipendente.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Marica Fasoli.
R: Eterea, libera, celeste, geometrica, iperrealista.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Il processo creativo delle mie opere nasce dalla piegatura di un origami, dalla successiva decostruzione per poi riprendere vita con il colore. In questo mi rifaccio all’antica tradizione shintoista giapponese della rinascita e della morte per una successiva rinascita, in un ciclo vitale che si ripete.
La cosa che ha più attirato la mia attenzione, quando mi è stato proposto di dedicare un’opera alla Vittoria alata, sono state proprio le ali. Le stesse ali che mi colpirono la prima volta al Louvre, quando vidi la Nike di Samotracia nell’atto di spiccare il volo. Ali che molte divinità perdettero ancora prima di giungere al periodo classico greco.
Quando ho visto la Vittoria alata, sono state proprio queste ali a colpirmi, simbolo di conquista ma anche di libertà assoluta, decantata dal Carducci quando, nell’ode a lei dedicata scriveva: “…o pur volasti davanti l’aquile….”
Ho deciso di incentrare il tema della mia opera partendo dall’origami della Nike, che viene poi dispiegato come dispiegate sono le ali stesse pronte a spiccare il volo. 

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Michele_Battart

curvy agg. Che ha linee morbide, detto del corpo femminile; prosperoso, formoso. Dall’inglese curvy (‘formoso, prosperoso’).

Michele_Battart - Je veille pour mon maître. Vous entrez à vos risques et perils (2021) - Candeggina su velluto
Je veille pour mon maître. Vous entrez à vos risques et perils (2021). Candeggina su velluto

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Sinuosa, sensuale, garbata, elegante, iconica.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Michele_Battart.
R: Liquida, corrosa, scolorita, protetta, curvy.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Lacrime di candeggina corrodono il tessuto
Come fosse il volto del disilluso.
È vero Ci sono icone, buone solo da emulare
per sentirsi meno soli
come fanno quelle gocce
Che per essere percepite sono costrette ad aggregarsi
Come fanno le persone
Ci sono invece icone che van protette
come la nostra vittoria alata
Perché ci insegnan l’eleganza nella semplicità
Senza aver bisogno d’ori e diamanti
Ma con la sola sicurezza d’essere, in un mondo dove esisti solo se appari.
Per questo la leonessa protegge la sua padrona
Perché nessuno la porti più via ora che è tornata a casa…

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Annalù Boeretto

trascendenza s. f. [der. di trascendente]. – 1. In filosofia, la condizione o la proprietà di essere trascendente, di esistere al di fuori o al di sopra di un’altra realtà (è, in questa accezione generale, l’opposto di immanenza, che indica invece ciò che si risolve o permane dentro un determinato ambito); in quanto tale, la trascendenza è propria soprattutto del principio primo, di Dio, come sua caratteristica. In alcune correnti del pensiero contemporaneo, in particolare nella fenomenologia husserliana, la trascendenza è intesa come condizione degli oggetti della conoscenza in quanto al di là della loro percezione nella coscienza.

Annalù Boeretto - Flyingfeet (2021) - Scultura in bronzo
Flyingfeet (2021). Scultura in bronzo

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Maestosa, mitica, elegante, misteriosa, imperiale.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Annalù Boeretto.
R: Leggerezza, levità, trascendenza, inconsistenza, volo.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  Entrambe le sculture attraverso l’elemento alato conservano una trascendenza ed una dimensione ultraterrena. 

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Daniele Fortuna

contemporanea agg. e s. f. – 1. a. agg. Che accade o vive nello stesso tempo, che appartiene alla medesima età. b. s. f. Chi vive o è vissuta nello stesso tempo di un altra. 2. a. agg. Che appartiene all’età presente, alla vita attuale. Con limiti più ampî nella periodizzazione storica, successiva all’età e storia moderna, con inizio perciò già nel secolo 19°. b. Chi vive e opera nell’età presente.

Daniele Fortuna - Reborn (2021) - Acrilico su legno
Reborn (2021). Acrilico su legno

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Trionfale, monumentale, delicata, forte, eterea.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Daniele Fortuna.
R: Archetipa, contemporanea, vissuta, rinata, colorata.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  La mia opera ripercorre le sue origini, la Vittoria Alata proviene dalla venere, quindi ho voluto fare un processo di elaborazione mentale analogo a quello degli antichi, ho preso la venere di Capua alla quale ho aggiunto le ali, ma le mie sono ali di Angelo, come augurio di portare un messaggio d’amore e di speranza. Anticamente era presente uno specchio poi diventato scudo sul quale veniva inciso il nome dell’eroe vittorioso, in questo caso la statua nelle mani regge un disco con la scritta reborn (rinata), a indicare che la nostra vittoria da questo periodo sarà la rinascita.
Un dettaglio che pochi conoscono: il disco è volutamente dipinto con stucchi che vanno a conferire una sorta di percezione di un oggetto restaurato, a simboleggiare che anche se si notano dei difetti, che per me sono le sofferenze di questi tempi, ne usciremo comunque vittoriosi.
Mentre il blu così intenso rappresenta qualcosa che ha toccato tutti nel profondo. 

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Marica Fasoli. @maricafasoli
Michele_Battart. @michele_battart
Annalù Boeretto. @annalu_artist Daniele Fortuna. @fortunadaniele

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti, parte 2

Dopo le nostre impressioni sulla mostra, abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.
Hanno rotto il ghiaccio Max Bi, Elizabeth e Milena Bini a cui abbiamo rivolto tre domande, sempre le stesse, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono questa interessante collettiva.
Domande che riproporremo invariate anche ai protagonisti di questo nuovo viaggio, Michael Gambino, LYS e Felipe Cardeña.

Come abbiamo spiegato ovviamente siamo partiti da lei, dalla Vittoria Alata originale, chiedendo poi a tutti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando ad ogni singolo artista la scelta su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità.

Continuate a seguirci, perché la visita non finisce qui.

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Michael Gambino

vibrante agg. [part. pres. di vibrare]. – 1. a. Che vibra, che è in vibrazione. b. In fonetica, consonanti v., consonanti la cui articolazione consiste nel susseguirsi di più chiusure e aperture del canale vocale, che producono una vibrazione 2. a. estens. Che risuona con energia, che esprime forza e intensità di sentimenti.

Omaggio alla vittoria alata (2021). Farfalle di carta intagliate e importate su tavola

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Eterna, enigmatica, onnisciente, aulica, silenziosa.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Michael Gambino.
R: Metamorfica, spirituale, vibrante, florida, rumorosa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Le farfalle rappresentano la continua trasformazione ciclica a cui va incontro la statua, dovuta al processo di ossidazione e ai successivi restauri. Per evidenziare tale processo ho utilizzato farfalle che richiamano il colore del bronzo ossidato, quindi bruno-verde.
Nell’opera è presente anche una specie denominata Urania. “Urania” era un epiteto della dea Afrodite, a cui la statua si ispira, che significava “celeste” o “spirituale” in contrapposizione ad Afrodite “Pandemos” ossia “per tutto il popolo” e serviva a distinguere l’amore più celeste dell’anima da quello più fisico.
Le farfalle disposte a cerchio sono un omaggio allo specchio o lo scudo, andato perso, che possedeva la statua. 

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LYS

futuristica agg. (pl. m. -ci). – Relativa al futurismo e ai futuristi. – Avv. futuristicamente, non com., secondo le concezioni del futurismo.

Vittò (2020). Smart Art – Vittoria Flower (2020) Digital painting con fiore olografico

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Affascinante, cruda, forte, antica, tenace.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo LYS.
R: Futuristica, erotica, combattente, ironica, illusa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Vittoria Flower – Non una semplice opera, ma una fusione opera/istallazione. Spettacolarizzare un opera,  già maestosa e carismatica, ricreando una dimensione onirica, dove al posto del piatto un fiore olografico che rende omaggio all’ essenza di ciò che rappresenta la Vittoria, ma anche un omaggio alla donna che ne raffigura, forte, cruda e viva.

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Felipe Cardeña

meticcia (ant. mesticcia, mestizza o mestiza) s. f. e agg. 1. In antropologia fisica, in senso stretto, individuo nato da un genitore di razza bianca e da uno di razza diversa (africana, amerindia, cinese, ecc.) 2. In zootecnia, ibrido tra individui di razza diversa.

Vittoria Alata Pop Flowers (2021). Collage su tela

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Classica, seducente, misteriosa, sognante, levitante.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Felipe Cardeña.
R: Pop, kitsch, folle, meticcia, gioiosa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono delle ali”.
Filippo Tommaso Marinetti, L’uomo moltiplicato, 1910

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Michael Gambino. @michael_gambino_artist
LYS. @l_y__s
Felipe Cardeña. @felipecardena

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti

Come promesso nel post precedente, abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.

Al nostro invito hanno già risposto alcuni dei protagonisti, a cui abbiamo rivolto tre domande, sempre le stesse, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono questa interessante collettiva.
Ovviamente siamo partiti da lei, dalla Vittoria Alata originale, chiedendo poi a tutti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando ad ogni singolo artista la scelta su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità. Così qualcuno ha optato per un racconto, altri per una composizione quasi poetica, altri ancora per una sorta di flusso di coscienza.

Senza ulteriori indugi, entriamo in galleria guidati dalla voce di Max Bi, Elizabeth e Milena Bini… e un arrivederci al prossimo post per continuare la visita.

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Max Bi

trap s. m. inv. Sottogenere della musica rap, sviluppatosi, a partire dagli anni Novanta del Novecento negli Stati Uniti, come espressione degli ambienti sottoproletari urbani degradati e caratterizzato da testi violenti e aggressivi, ritmati da una musica elettronica fortemente sincopata.

Vittoria alata come musa contemporanea, Max Bi
Max Bi, Viktoria (2020). Tecnica mista su tela

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Futurista, enigmatica, poetica, musicale, preziosa.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Max Bi.
R: Ironica, pop, trash, trap, hip hop.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Da bresciano D.O.C.G. non è stato difficile confrontarmi con uno dei simboli della mia città e la proposta di Daniele e Antonella Colossi mi ha immediatamente entusiasmato. Sin da piccolo, quando ad ogni gara di qualsivoglia sport o avvenimento importante venivamo premiati con la classica Vittoria Alata (base in marmo di botticino e statua in bronzo patinato verde) mi sono sempre chiesto il motivo reale di quel movimento delle sue braccia. 
L’idea che, prima di spiccare il volo, stesse danzando non mi ha mai convinto. Tanto meno mi è mai balenata l’idea che stesse scrivendo. Giammai ho ipotizzato si stesse specchiando. 
Per la verità sono sempre stato fermamente convinto fosse stata ritratta nell’atto di dare il mangime ai pesci di un acquario che poi è il mio segno zodiacale. 
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl… ma così come per nuotare non servono le branchie… per volare non servono le ali. Tutto chiaro no? 

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Elizabeth

etèrea (ant. etèria) agg. [dal lat. aethereus, variante di aetherius]. – 1. a. Dell’etere, secondo la concezione degli antichi. b. poet. Del cielo. c. Per estens., purissimo, celeste. 2. Dell’etere cosmico.

Elizabeth Art Candy, Vittoria Alata (2020). Confetti colorati stabilizzati

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Maestosa, rappresentativa , imponente, ammirabile, potente.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Elizabeth.
R: Iconica, femminile, armoniosa, elegante, eterea.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Nella mostra sono presenti tre mie opere, sono state realizzate con l’intento di omaggiare il ritorno dell’iconica scultura, al suo grande splendore, e al suo ricollocamento…ammirata nel suo dolce ritorno.
Un drappo di confetti colorati sostituisce il bronzo, diventando una nuova pelle e ponendo un nuovo punto di vista da cui osservarla. 
Un antico mosaico, ma reso contemporaneo, di confetti stabilizzati, a rappresentarla con il suo scudo andato perduto… e talvolta invece decoro di un piedistallo per esaltarne la dolce Vittoria…

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Milena Bini

riapparizióne s. f. [der. di riapparire]. – Il riapparire; nuova apparizione.

Milena Bini, Mela alata (2021). Terracotta e tecnica mista, picciuolo in vetro con murrina

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Grazia, bronzo, bellezza, forza, storia.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Milena Bini.
R: Simbolismo, rinascita, ritorno, riapparizione, unicità.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Azzurro, Brescia, appartenenza, simbolo, restyling, fedeltà, bellezza, oro, catch diversity, rentrée, trasparenza,  trascendentale, rappresentativa, Brixia, figurativa, emblema, ripristinazione, unica, ripresentazione, evanescenza… la mela protagonista di quest’opera contiene in sé un frammento di cielo. L’azzurro che sovrasta la città diviene quindi il luogo di accoglienza dell’antica scultura, che si staglia imperitura nella limpida decorazione del frutto. L’altra faccia della mela presenta invece una Vittoria alata quasi evanescente. Come avesse affrontato viaggi in luoghi lontani e avesse quindi perduto una parte di sé, la statua simbolo di Brescia ha fatto ora ritorno nella sua città ed è pronta a rinascere tra le sue braccia.

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Max Bi. IG @maxbi_artist
Elizabeth. IG @elizabeth_art candy 
Milena Bini. IG @milenabini

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea

Alla storia del ritrovamento della Vittoria Alata, del suo recente restauro e del ritorno a Brescia abbiamo dedicato l’ultimo post. Oggi vogliamo ritornare sullo stesso tema, ma in un’ottica completamente diversa e assolutamente contemporanea, quella di Daniele e Antonella Colossi che ci propongono una rassegna particolarmente interessante di riletture e reinterpretazioni della celeberrima scultura bronzea.

Sono 35 gli artisti coinvolti nel progetto dai galleristi e 40 le opere realizzate, con i materiali, i linguaggi e gli stili più diversi, all’insegna della massima libertà creativa e con un’unica indicazione, quella di rimanere fedeli alla propria tecnica usuale. Le pareti e gli spazi della galleria sono quindi popolati di fotografie e statue, sculture e ritratti, dipinti e collage per un vero e proprio tributo alla Vittoria Alata come fonte, ancora inesaurita, di ispirazione.

Una mostra variegata e variopinta, capace di catturare l’attenzione e la curiosità dei visitatori, consentendo a ciascuno di scegliere la “propria” rivisitazione, la chiave di lettura più consona di quell’opera che ormai, almeno per molti bresciani, si è trasformata in un’icona.

Il collettivo di indirezionenoncasuale non è riuscito a scegliere l’opera più rappresentativa, una sorta di copertina, perché mai come in quest’occasione sono molteplici i lavori che ci hanno colpito e affascinato, stupito e intrigato, fatto riflettere e spinto ad avvicinarci, quasi come se fosse possibile entrare al loro interno, per coglierne tutti i dettagli.

Non volevamo che questo post diventasse solo una galleria di fotografie e, visto anche il momento così particolare che stiamo vivendo, in cui cercare di colmare le distanze è diventato contemporaneamente tanto più importante quanto più difficile, abbiamo deciso di provare a fare parlare se non direttamente le opere, quanto meno gli artisti che le hanno create, perché le loro parole fossero la colonna sonora di una visita virtuale. Anche perché, siamo certi che il pubblico lo coglierà immediatamente, in questa mostra l’elemento verbale è importante, non solo nei titoli, ma per completare il messaggio delle immagini, talvolta per decodificarlo.

Nell’attesa di poter sfogliare il catalogo (magari nell’edizione firmata e a tiratura limitata, con il ricavato della vendita destinato a un’iniziativa benefica) e di consegnare davvero la tastiera agli artisti, per iniziare questo nostro percorso di scoperta, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo l’ouverture, lasciamoci insomma guidare dalla voce di chi ha progettato e realizzato la mostra.

“Peculiare risulta essere ciascuna delle opere d’arte realizzate ad hoc per l’evento, in quanto esse non sono altro che il risultato finale dell’unione armoniosa di due mondi temporalmente così lontani.
È un omaggio sincero e riconoscente quello che il mondo dell’arte contemporanea ha deciso di compiere nei confronti dell’antica scultura, simbolo di Brescia, dando così vita ad un dialogo continuo tra passato e
presente. Grazie alle originali ed eccentriche opere realizzate da personalità artistiche di grande rilievo, La Vittoria alata, attraverso i secoli, conserva la sua perdurabile bellezza dimostrando di essere, al di là del tempo, musa contemporanea”.

Immaginando di voler produrre una guida originale, o meglio che ciascun artista volesse farci da cicerone, a ognuno abbiamo, tra l’altro, chiesto di riassumere la propria creazione in cinque parole e, alla fine della visita, sveleremo anche le nostre (e aspettiamo di leggere le vostre nei commenti).
Intanto chiudiamo questo post ricordando quelle scelte da Daniele e Antonella Colossi per sintetizzare la visione d’insieme della Vittoria Alata rivisitata: pop, umanizzata, sconfitta, evanescente, iconica, celata.

Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583

La Vittoria Alata: storia, restauro, nuovo allestimento

Archivio fotografico Musei di Brescia ©Fotostudio Rapuzzi
La Vittoria Alata è senz’altro uno dei simboli di Brescia, cantata da Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio, amata da Napoleone III e esposta, in copie e calchi, in moltissimi musei al mondo, dalla Germania alla Spagna, fino alla Russia e agli Statu Uniti. Dopo un lungo restauro la statua è ritornata in città, in una sede nuova e, seppure tra le mille difficoltà legate al periodo storico che stiamo vivendo e che hanno costretto l’amministrazione comunale a rivoluzionare il programma delle celebrazioni, sono già migliaia i visitatori che hanno potuto ammirarla in tutta la sua ritrovata magnificenza.

La storia

La Vittoria Alata nel Museo Patrio (scatto del 1890 -1900 circa, courtesy Fondazione Brescia Musei
Era il 20 luglio 1826 quando, nel corso degli scavi archeologici al tempio romano di Brescia, che avevano già portato alla scoperta del Capitolium e di alcuni dei suoi arredi, fu portato alla luce un gruppo di bronzi, tra cui una statua di una figura femminile, alta quasi due metri, con le braccia staccate e poste lungo i fianchi.
Una notizia destinata a conquistare le prime pagine dei giornali, anche stranieri.
La statua, era protetta da cornici in bronzo lavorate, e vicino alla testa riposavano due grandi ali, una sopra l’altra. E lo scudo e l’elmo che vediamo in alcune immagini d’archivio? Non sono mai stati ritrovati e quelle immagini sono il risultato di un’operazione di integrazione filologica compiuta alcuni anni dopo il ritrovamento.
Due giorni dopo iniziava il primo viaggio della Vittoria Alata, verso l’ex convento di San Domenico, tra notabili e popolo festante. Uno spostamento a cui ne sarebbero seguiti altri, alcuni entro i confini provinciali altri ben più lontani, come quello a Roma durante la Prima Guerra Mondiale, e il più recente a Firenze.

Il restauro

Vittoria Alata, restauro all’Opificio delle Pietre Dure, Archivio fotografico dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, courtesy Fondazione Brescia Musei
Dopo gli studi preliminari e il trasferimento presso l’Opificio delle Pietre Dure, la prima fase dell’intervento conservativo e di restauro ha visto gli specialisti sottoporre la statua a una sorta di “cura dimagrante” che ha portato alla rimozione di quasi centro chilogrammi tra materiali vari collocati nel tempo al suo interno della statua, tra cui anche un dispositivo metallico di supporto ideato nell’Ottocento.
Si è poi passati a una graduale e articolata pulitura delle superfici bronzee, alternando metodi chimici, meccanici, fotoablazione laser e sabbiatura criogenica. Un’operazione che ha restituito molti dettagli che erano andati perduti nel corso del tempo, come per il panneggio dell’abito e le ali, mai così ingannevolmente “morbide”, piumate.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla progettazione e realizzazione dello scheletro invisibile che sostiene braccia e ali e del basamento antisismico, così come agli aspetti della conservazione preventiva con impianti tecnici all’avanguardia, installati nella nuova sede, dovrebbero garantire una lunga vita all’opera realizzata con la tecnica della fusione a cera persa in diverse parti distinte poi saldate.

Il nuovo allestimento

Archivio fotografico Musei di Brescia ©Alessandra Chemollo
Lasciata la sua tradizionale collocazione nel Museo di Santa Giulia, all’interno della sezione dedicata all’età romana, la Vittoria Alata ritorna nel Tempio Capitolino, nella cella orientale firmata dall’architetto Juan Navarro Baldeweg che ha voluto creare un ambiente ben inserito nel contesto più generale dell’architettura romana del Capitolium.
Lo dimostra la scelta dei materiali di mura e pavimento, così come la forma del basamento cilindrico su cui poggia la statua, in marmo di Botticino che richiama i fusti delle colonne.
Va però notato, dicono le guide, come siano stati introdotti “elementi di evidente discontinuità con lo spirito neoclassico che aveva animato la ricostruzione ottocentesca” con la rottura della simmetria – la Vittoria è collocata sulla diagonale, l’introduzione della lampada-luna, che Baldeweg ha scelto come oggetto portatore di un messaggio poetico prima che per la sua caratteristica funzionale e l’esposizione delle cornici in bronzo.
E soprattutto su queste ultime due scelte non sono mancati pareri discordanti. Personalmente il nuovo allestimento non mi entusiasma, soprattutto nella parte superiore. Capisco sicuramente la necessità di dotare la sala di tutta le tecnologia necessaria a preservare la statua, ma penso che si sarebbe potuta celare meglio. Questa considerazione, tuttavia, nulla toglie alla bellezza dell’opera e del Parco Archeologico di Brescia romana che la ospita.

A breve, sulle pagine del blog, torneremo a parlare della Vittoria Alata come musa contemporanea e di una mostra da non mancare, quindi chiudiamo con un arrivederci a presto.

Piè di pagina
Dove: Brixia. Parco Archeologico di Brescia romana, via Musei 55
Come: per informazioni su biglietti e prenotazioni consultare il portale di Brescia Musei
Per approfondire: Il restauro dei grandi bronzi archeologici. Laboratorio aperto per la Vittoria Alata di Brescia, ed. EIFIR*; Marco Roncalli, Vittoria d’autore. Gli scrittori e la dea alata*; Juan Navarro Baldeweg. Architettura, pittura, scultura. Ediz. Illustrata* .

* indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Max Klinger. L’enigma romantico in mostra a Brescia

“Un guanto precipitò da una mano desiderata
A toccare il pavimento del mondo in una pista affollata.
Un gentiluomo, un infedele lo seguì con lo sguardo.
E stava quasi per raggiungerlo, ma già troppo in ritardo,
E stava quasi per raggiungerlo, ma troppo in ritardo.” (Francesco De Gregori)

Una donna perde un guanto e uno sconosciuto lo raccoglie
Max Klinger, Azione, foglio 2 da “Un Guanto”

Tutto nasce da una locandina che mi incuriosisce o forse dovremmo dire che tutto nasce molto prima, da un guanto, nel lontano 1878 quando Max Klinger realizzò, inizialmente a penna, quello che era destinato a diventare il suo ciclo più famoso, Un guanto appunto, che oggi si può ammirare a Brescia, insieme ad altre opere dello stesso autore e ad alcuni omaggi di artisti coevi e non a colui che Giorgio De Chirico definì “artista moderno per eccellenza”.
Le serie di stampe composta da Klinger è una sorta di partitura, in dieci diversi atti (incisioni) e quale sede migliore per goderne appieno se non le sale della Galleria dell’Incisione, dove l’amore per l’arte, lo si percepisce sin dall’ingresso, va di pari passo con l’amore per la musica, con quei pianoforti che paiono aspettare solo una mano che li suoni, e per il “bello” in tutte le sue espressioni.
La storia di quel guanto perduto o, forse lasciato cadere proprio affinché fosse raccolto, si sviluppa sotto gli occhi del pubblico, come una pièce teatrale.

Simboli che si intrecciano, si svelano e si nascondono in un tratto talvolta deciso, talvolta quasi solo accennato, passando dalla realtà mondana di una pista di pattinaggio a Berlino a una camera da letto in cui le pareti scompaiono per lasciare spazio a un lussureggiante giardino, fino al mare per poi tornare in quella stessa camera da letto che diventa però luogo da incubo, angoscioso, abitato da mostri preistorici.

Animale alato mostruoso ruba il guanto
Max Klinger, Rapimento, foglio 9 da “Un Guanto”

Sublimazioni erotiche e allegorie, visioni oniriche. Arriviamo così, in crescendo, al gran finale, che però lascia aperte tutte le domande.
Si è trattato solo di un sogno da interpretare, magari prendendo a prestito le teorie freudiane con il guanto che da mero feticcio si trasforma in un oggetto animato.
L’artista lascia comunque a ciascuno la scelta se calarsi nella storia nei panni del protagonista o osservarla con distacco dall’esterno, ma anche il compito di risolvere l’enigma e, almeno nel mio caso, il piacere di ritornare sulle singole opere alla ricerca di indizi, per coglierne i più piccoli dettagli.

Il desiderio di avvicinarsi alle opere, per decifrare le atmosfere surreali, inquietanti, a cavallo tra deliri onirici e linguaggio simbolico resta forte di fronte alle tavole che compongono la serie Eva e il futuro – Opus III, sei incisioni a cavallo tra racconto biblico e visioni di un futuro distopico in cui domina la paura.

Primo futuro, foglio 2 da “Eva e il futuro”

Klinger, tuttavia, non fu solo un “poeta figurativo”, come dimostrano le tre tavole intitolate Madre, in acquaforte e acquatinta, dove l’artista racconta una storia vera, un dramma dal tragico epilogo, con il piglio di un cronista di cronaca nera.

L’influenza di Klinger su artisti simbolisti o espressionisti, è nota, così come sul già citato De Chirico e sul movimento surrealista, ma oggi, un secolo dopo la sua morte, la mostra Max Klinger. L’enigma romantico ci ricorda come a Klinger continuino a guardare, per rileggerlo e reinterpretarlo, pittori, illustratori e scultori più vicini a noi, nello spazio e nel tempo.
In questo dialogo, che rappresenta uno dei punti forti dell’interessante e particolare allestimento passiamo così, tra gli altri, dai Guanti abbandonati in ceramica di Livio Scarpella…

Guanto in ceramica
Livio Scarpella, I guanti abbandonati, ceramica 2020

al Guanto gatto di Franco Matticchio.

Guanto su tastiera computer con gatto
Franco Matticchio, Guanto gatto, china su carta, 2020

Piè di pagina
Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: fino al 28 febbraio 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero
Per approfondire: www.incisione.com/max-klinger-un-guanto; www.incisione.com/opere/max-klinger-eva-e-il-futuro-opus-iii-cartella-completa; Max Klinger “L’incanto della vita. Pensieri sull’arte”*; Catalogo Max Klinger. Ferrara – Palazzo dei Diamanti. 17 marzo 1996 – 16 Giugno 1996*; Graphic Works of Max Klinger (Dover Fine Art, History of Art) (English Edition) in formato Kindle*; “Max Klinger” a cura dell’editore Silvana*.

* indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Fondazione Palazzo Magnani e le sue “opere al telefono”: un esperimento di successo

Prendiamo True Fictions, Fotografia visionaria dagli anni ‘70 ad oggi, una delle mostre che il collettivo indirezionenoncasuale avrebbe tanto voluto visitare e che invece rimarrà chiusa fino almeno al 3 di dicembre, uniamoci la proposta alternativa e originale degli organizzatori, una telefonata per chiacchierare di arte e sull’arte e per scoprire una delle opere esposte scelta dal catalogo online, misceliamo il tutto con la competenza, la simpatia e l’evidente entusiasmo di chi “era al di là della linea” e abbiamo trovato la ricetta per trascorrere un tardo pomeriggio diverso, interessante e arricchente, stimolante e colmo di bellezza.
Non la solita galleria di foto, quindi, e neppure una voce registrata che ci guida in una visita standardizzata, ma una autentica interazione da modulare sulla base della propria curiosità.

Il progetto
Non solo fiabe al telefono, nel solco di Gianni Rodari, ma la possibilità di conversare con un esperto, per entrare, grazie alle sue parole, ma anche al suo sguardo unico – perché chi risponde alla nostra chiamata potrebbe essere un addetto ai progetti espositivi oppure, come nel nostro caso, la persona di riferimento per audience development e social media – di entrare nell’opera, soffermandosi sulle tecniche utilizzate o sulla vita degli artisti, sulle immagini e la loro storia, sull’idea da cui sono scaturite.
Il tutto, magari chiudendo un attimo gli occhi per immaginare di essere a Reggio Emilia, in un gioco in cui verità e finzione si confondono, perché, tutto sommato, stiamo parlando di true fiction.
Come vivere questa esperienza?
Ogni mercoledì, fino al 23 dicembre, dalle ore 17 .00 alle 19.00 basta sfogliare il catalogo presente sul sito, scegliere l’immagine e chiamare il numero 0522/444446.
E se la linea è sempre occupata? Nessun problema, gli organizzatori hanno pensato anche a questa eventualità ed è possibile compilare un modulo chiedendo di essere richiamati (e posso assicurarvi che il servizio funziona!).

La “mia” opera al telefono
Guardando ai post precedenti non è certo una sorpresa che una mostra dedicata alla staged photography fosse ai nostri primi posti nell’elenco degli appuntamenti da non perdere per il 2020, per rivedere alcuni artisti che amiamo e, soprattutto, per conoscerne di nuovi.
Ammettiamo la scelta dell’opera non è stata facile, quindi abbiamo deciso di viaggiare sotto tutti i punti di vista, nello spazio e nel tempo, selezionando Ann Bolyen del fotografo coreano Chan-Hyo Bae, appartenente al ciclo Existing in Costume.

Il primo aspetto che ci ha colpito è senz’altro l’estetica particolare e la cura dei dettagli, unita a una certa teatralità della messa in scena che la nostra guida, Elvira Ponzo, non ha mancato di ben sottolineare.
In questo ciclo Bae si cala, letteralmente, nei panni dei personaggi che hanno fatto la storia inglese, spesso morti tragicamente, si traveste e si trasforma nel personaggio principale delle sue opere, con un mimetismo che però, nei particolari come le mani, lascia sempre trasparire la sua reale identità.
È stato interessante scoprire come la scelta del crossdressing, del travestimento appunto, sia stata per il fotografo la risposta alla difficoltà di rapportarsi con la società inglese, londinese più precisamente, che sembrava incapace di accoglierlo al suo interno, di non farlo sentire escluso.
Questioni di genere, cultura, isolamento, stereotipi sono tutti elementi esplorati nell’intero progetto Existing in Costume, nato anche come reazione contro un pregiudizio strisciante che voleva che gli uomini orientali fossero più “femminili” rispetto ai loro omologhi occidentali.
Da qui la scelta di Bae di spingere questa idea fino alle sue estreme conseguenze, posando in una varietà di costumi storici occidentali femminili, per integrarsi, fittiziamente, in una storia e in una società da cui si sentiva emarginato.

Per concludere questa conversazione telefonica, condita da tutta una serie di riferimenti incrociati alle altre opere esposte, ci è sembrata un riuscitissimo aperitivo, che ci ha invogliato ancora di più a visitare le sale di Palazzo Magnani non appena riaprirà le porte.

Mostra – Erwin Olaf, Paci contemporary, Brescia

I want you to come into my exhibition with a certain mood and come out with a different one – possibly enriched. I think this is the task of art. When art is hanged on the wall and people you don’t know are touched by it … I think that’s the greatest recognition someone can have in life! (E. Olaf)

Credo di poter dire che Erwin Olaf con me ha colpito nel segno, perché sono uscita dalla mostra perfettamente curata da Paci contemporary sicuramente arricchita e con un nuovo, diverso, sicuramente maggiore, apprezzamento per la fotografia di ritratto, un genere che non ho mai particolarmente amato.

Ma come resistere agli scatti di Olaf, alla loro capacità di gettare lo spettatore in una storia, talvolta soltanto accennata, spesso tutta da interpretare, sospesa tra passato e presente, tra sogno e realtà, tra finzione e verità?

Julius Caesar, † 44 BC, serie “Royal Blood”, 2000

Basta uno sguardo alle opere della serie Royal Blood (2000) in cui la storia, lontana e più recente, assume i tratti di un fatto di cronaca nera o di una inquietante campagna pubblicitaria.
Fotografie ad effetto high-gloss, frutto di un grande lavoro di post-editing, con Photoshop che diventa sempre più un compagno di lavoro essenziale per la gestione del colore. Diverse sfumature di bianco dunque, ma sono sono gli sguardi a dominare, occhi cerchiati di rosso che fissano lo spettatore, con un’espressione spesso di condanna. Una serie in cui, come hanno ben scritto alcuni critici, “l’estetica immacolata della fotografia di moda contemporanea si traduce in immagini che sono allo stesso tempo squisite e inquietanti”.

Public Bath, serie “Berlin”, 2012

Oppure osserviamo Public bath, della serie Berlin (2012), in assoluto una delle mie fotografie preferite di questo artista, probabilmente l’immagine che mi ha fatto più innamorare della sua opera e che ho rivisto esposta con immenso piacere. Chi è quel clown, cosa rappresenta, è reale oppure no e, soprattutto, quale sarà il contenuto di quella lettera, sigillata con la ceralacca? Buone o cattive notizie?
Strano pensare come due serie di scatti che rimandano al tema del viaggio, la già citata Berlin e Shangai (2017), siano in realtà progetti realizzati per gran parte in studio. Dovremo infatti attendere fino al 2018 con Palm Springs per vedere il fotografo abbandonare le scenografie, uscire all’esterno rinunciando, almeno parzialmente, al ferreo controllo su ogni singolo aspetto delle immagini, che risultano comunque perfettamente assemblate.

Keyhole 7, della serie “Keyhole”, 2011- 2013

Spesso nelle fotografie di Olaf si percepisce un profondo senso di straniamento, di tristezza e solitudine, addirittura di infelicità, tanto nelle espressioni e nelle pose dei soggetti ritratti, che nell’atmosfera generale, nella composizione, gli scatti riflettono la difficoltà di stare al mondo, ma non c’è in realtà tanto la volontà di fotografare questa infelicità, né di catturare momenti più o meno disturbanti, ma piuttosto di fissare emozione autentiche dell’artista, scorci del suo mondo interiore che si lasciano intravedere come da un buco della serratura o come sfasamenti, crepe, marcate o sottili, in un mondo all’apparenza perfetto.

I temi più cari all’artista, humor e critica sociale, grandissima padronanza delle luci, dei mezzi tecnici e delle tecniche di elaborazione digitale, riferimenti culturali e pittorici o ancora cinematografici, tutto questo e molto altro ancora è ciò che si riesce a leggere nelle immagini in questa mostra che per un momento ho temuto non sarebbe mai riuscita ad aprire le porte.
Invece eccomi qui a cercare di trasmetterne in queste righe la magia e ad applaudire il gallerista (e i suoi collaboratori) a cui va sicuramente riconosciuto il merito non solo di aver fortemente voluto portare in Italia un altro esempio di grande fotografia contemporanea, ma di aver creato un’autentica panoramica del percorso artistico di Erwin Olaf, dagli esordi fino all’ultimo progetto per consentire a ciascuno dei visitatori di fare proprie, almeno per un attimo, le parole del fotografo “voglio creare il mio mondo, non voglio seguire la realtà, perché mi piace sognare la mia vita”.

Piè di pagina
Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53.
Quando: dal 23 ottobre 2020 al 27 febbraio 2021 negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero

Un omaggio a Romana Loda (e l’arte delle donne) a Brescia

Due gallerie bresciane si sono unite in un progetto, un duplice omaggio a Romana Loda e al suo lavoro di gallerista, di promotrice dell’arte al femminile, che consente di ripercorrerne l’operato e al contempo di entrare in due spazi espositivi molto diversi, la Galleria dell’incisione e APALAZZOGALLERY. Spazi diversi, dicevo, ma accomunati dalla cortesia di chi accoglie i visitatori, dalla voglia di raccontare le mostre in corso e dai moltissimi libri che occupano le pareti, invadono angoli e nicchie.
Da una bella dimora (con un ancor più bel giardino) alle sale di un palazzo nobiliare, entrambe le sedi valgono una visita, anche solo per scoprire l’universo delle gallerie d’arte bresciane in tutte le sue declinazioni.

“Coazione a mostrare” è il titolo della mostra ospitata alla Galleria dell’incisione, riprendendo quello che fu il titolo della prima mostra pubblica di sole artiste organizzata Erbusco (BS) nel 1974, una “mostra di donne” come ebbe a scrivere la stessa Loda, in cui è chiara la volontà di proporre stili e linguaggi diversi, molteplici tendenze, esperienze artistiche nazionali e internazionali, in quella che non voleva esaurirsi nella facile etichetta di una mostra femminista.
Una mostra, ieri come oggi, che spinge a riflettere sul ruolo della donna nell’arte, sulla sua marginalizzazione, in maniera pacata, senza estremismi, senza radicalizzazioni dell’eterna questione che contrappone l’elemento maschile a quello femminile all’interno della società.

Tra le opere delle compagne di avventura di Romana Loda, alcune più datate altre più recenti, non posso non citare Poetry, (1992), un collage su cartoncino di Lucia Marcucci e Alfabeto officinale di Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli, protagonista della sfilata autunno/inverno 2019-2020 di Dior, ma soprattutto Dieta (1994), in cui emerge l’ironia come chiave di lettura di quella che è un’autentica poesia per immagini. Sulla parete si sviluppa una scrittura verbo-visiva, frutto di un interessante lavoro di ricerca sulla parola come strumento per definire la propria identità di genere.

La ricerca della poesia visiva continua anche nella seconda tappa di questo viaggio , come dimostra un altro collage su cartoncino di Lucia Marcucci, In fuga (1964). “Volto sinistro dell’arte”, titolo della mostra di APALAZZOGALLERY e di un’altra mostra di donne organizzata da Romana Loda nel 1977 a Firenze che vedrà coinvolte alcune delle principali esponenti della neoavanguardia italiana e che segnerà l’inizio della fine del percorso di Romana Loda come organizzatrice di mostre esclusivamente al femminile, ma non del suoi impegno a promuovere le singole artiste.

L’idea di fondo ancora una volta è quella di sovvertire pregiudizi e combattere stereotipi, come quello che riconduce il femminile alla sfera sinistra del corpo, troppo spesso utilizzato per l’interpretazione critica delle opere. La posizione della gallerista diventa più decisa, più “schierata”, senza tuttavia mai diventare palesemente militante, ma non bisogna mai dimenticare come le scelte curatoriali siano anche specchio e frutto dei tempi e, pertanto, debbano essere lette in chiave storica e non meramente filtrate dall’ottica, dal vissuto e dal bagaglio culturale di spettatori degli anni Duemila.

Per concludere non mi resta che consigliare una visita alle due gallerie – e una lettura del bel catalogo, con testi di Raffaella Perna – a chiunque voglia approfondire un punto di vista, originale per la sua epoca, sull’identità di genere nell’arte o per chi voglia scoprire o riscoprire la storia di Romana Loda, così fortemente intrecciata con il tessuto di Brescia, e delle “sue” artiste.

Piè di pagina
Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: dal 3 ottobre al 25 novembre 2020, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero
Dove: APALAZZOGALLERY, Piazza Tebaldo Brusato 35
Quando: dal 3 ottobre al 30 novembre 2020, da martedì a sabato dalle ore 10.00 alle 18.00.
Come: ingresso libero