Mostra – MAX BI. Urban Animals, Colossi Space Lab

In quest’ultimo periodo così incerto credo che per molte persone, e sicuramente per chi sta scrivendo, l’arte abbia rappresentato un’ancora o meglio un faro verso cui puntare. Si sono contati innumerevoli tentativi, da parte di istituzioni museali e gallerie e di diversi addetti ai lavori di rafforzare il legame con il pubblico, ma non tutti hanno avuto successo, forse perché spesso non erano probabilmente sostenuti da un reale progetto, da una visione che andasse al di là di una mera galleria statica di immagini delle opere per offrire a quello stesso pubblico almeno l’impressione di un contatto più ravvicinato con le opere e non solo di sfogliare online le pagine di un catalogo.
Per questo quando ho casualmente scoperto la mostra virtuale organizzata da Colossi Arte Contemporanea – una galleria nel cuore di Brescia di cui ammiro ogni volta le vetrine – non mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo. Ero, francamente, più preparata all’ennesimo “meh” che all’effetto “wow”. Invece mi sono dovuta ricredere, perché l’esperienza all’interno di Colossi Space Lab ricorda quella in galleria, dal vivo, consentendo realmente di spostarsi tra i quadri esposti, di ingrandirli per ammirare i diversi particolari, di leggere i cartellini e persino di seguire una sorta di visita guidata in un ambiente 3D.

“Welcome to the (urban) jungle” questo potrebbe essere il sottotitolo della mostra Urban Animals – una giungla coloratissima, pop, surreale e giocosa, mai banale, quella immaginata e realizzata da Max Bi, quasi una serie di graffiti su tela di grandi dimensioni che potrebbe tranquillamente trovare spazio sui muri della nostra città, in tutte quelle aree dismesse, post-industriali in cui, come in questa rassegna, il grande assente è proprio il cosiddetto animale culturale, l’uomo, tutt’al più ridotto a una sagoma, a figurina di contorno, a immagine di sé stesso, talvolta a teschio su un cartello.

L’assenza è però solo dell’uomo, non già del genere umano che pur passato in secondo piano ha lasciato forti tracce di sé nell’ambiente che ha modellato e in cui sono inseriti gli animali che diventano appunto “urbani”. Macchine e grattacieli, negozi, semafori, strade e autostrade, ma soprattutto tante, tantissime porte e finestre e sbarre a queste finestre, forse non più per tenere fuori l’altro, quanto per tenere dentro noi stessi. Prigioni e gabbie, ma chi le abita davvero?

Courtesy of Colossi Arte Contemporanea

Una domanda che l’artista lascia aperta, anche se, tra i ricorrenti segnali di pericolo, sembra essere la natura a emergere vittoriosa, a riappropriarsi dei propri spazi in un futuro post-pandemico.
Dallo sfondo, da quell’ambiente urbano di cui si diceva in precedenza emergono, infatti, i protagonisti indiscussi, gli animali, esotici o più comuni, tutti rivisitati a tinte forti, sovente rendendoli simili a fumetti, a tratti dotandoli di caratteristiche antropomorfe.

Courtesy of Colossi Arte Contemporanea

Nel complesso una mostra davvero interessante soprattutto perché ancora una volta l’arte riesce al contempo a essere un portale verso altri mondi, una via di fuga dalla realtà e dal quotidiano e una finestra sul qui, sull’adesso, sul mondo che abitiamo.
Guardando al di là del tripudio di colori sgargianti, di una solo apparente spensieratezza, Max Bi ci offre spunti di riflessione sul futuro, sulla realtà che ci circonda, sul suo percorso artistico e sulla nostra impronta su questo pianeta.

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Dove: Colossi Space Lab
www.colossiarte.it
Quando: dal 7 maggio al 30 giugno 2020
Come: ingresso gratuito, visita nello spazio virtuale 3D

Mostra – Il potere della natura, Paci contemporary, Brescia

I don’t really have a death wish, it just seems that way. (L. Nix)

Tornare dopo un lungo periodo ad “andar per mostre” rappresenta un nuovo passo verso quella cosiddetta normalità che è stata stravolta dall’emergenza sanitaria.
Questi mesi, al netto di una pletora di slogan vuoti e falsamente consolatori, hanno mostrato quanto il genere umano in senso lato, con la sua arroganza e incapacità di imparare dagli errori, propri e altrui, sia fragile, transitorio, forse destinato a scomparire.
E proprio questa assenza dell’uomo è al centro della ricerca artistica di Lori Nix in mostra negli spazi bresciani di Paci contemporary.
La galleria torna a ospitare una personale dell’artista americana, esponente della staged photography, dopo “Another World” (2012), un altro tassello di quell’altro mondo, o meglio di quel mondo alla fine del mondo (umano) che la Nix racconta per immagini da ormai oltre vent’anni.
Sulle pareti possiamo ripercorrere il percorso della fotografa, dal 1998 con i lavori dedicati a ciò che conosceva meglio, il Kansas rurale in cui in cui era cresciuta, rivisitato come una moderna Dorothy che alle scarpette ha sostituito la macchina fotografica,

Snow storm, 1998, dalla serie Accidentally Kansas, courtesy Paci contemporary

agli insetti della serie Insecta magnifica, che onestamente è quella che mi coinvolge di meno, fino alle suggestioni, ai silenzi quasi parlanti delle serie Some other places (2000-2002) e Lost (2002-2004),

Bounty, 2004, dalla serie Lost, courtesy Paci contemporary

per arrivare alla rappresentazione del “dopo”, di una realtà post apocalittica in cui in un ambiente ormai urbano, il risultato dell’attività dell’uomo si sgretola sotto gli occhi degli spettatori, liberando spazi che, in alcuni casi, vengono progressivamente riconquistati dalla natura con la serie The City, tuttora in corso. In questo ultimo filone della produzione di Lori Nix emergono i temi cardine della sua poetica, dalla scelta di muoversi lungo una linea sottile che separa l’installazione dalla fotografia, a una componente surreale che permette di identificare che quelli ritratti non sono luoghi reali, non sono il risultato di eventi realmente accaduti, sono piuttosto simboli. L’idea non è riprodurre il vero, quanto per dirla con le stesse parole dell’artista “rappresentare figure del (mio) mondo interiore, non del mondo che esiste là fuori”. Verità o finzione o ancora qualcosa di diverso, con la fotografia che fissa un microcosmo che è al contempo reale e fittizio.

Museum of Art, 2005, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary
Control room, 2010, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

Probabilmente è per questo che osservando Museum of Art, in cui il trionfo della natura è tutto in quelle piante che crescono infiltrandosi tra i muri, negli interstizi, o ancora Control room, in cui domina un senso di decadenza, la sensazione è ben diversa da quella che si prova guardando soggetti analoghi, o molto simili fotografati in tutta la loro terribile realtà da Gerd Ludwig. Non prevale quindi l’angoscia e il senso di desolazione non è opprimente, spesso rotto da singoli dettagli colorati, il vuoto, l’assenza paiono forieri di cambiamento, questa sorta di mancanza può essere letta come fonte di possibilità. Certo è vero, la civilizzazione è in rovina, l’uomo è scomparso, ma non così le sue tracce, non solo sotto forma di meri oggetti di consumo, ma anche dei frutti, ben più duraturi, del suo ingegno, del suo talento.
Resta in ogni caso, credo, una domanda in sottofondo, ossia se questo sia davvero il futuro che ci attende o se messe di fronte a queste visioni post-catastrofiche le persone sapranno scegliere un’altra via. Le singole fotografie diventano così, nell’intenzione dell’artista, “spazi sicuri” per riflettere, in particolare sulle sempre più pressanti sfide ambientali .

Una menzione speciale merita la cura dell’allestimento in galleria in cui non sono solo le opere a essere protagoniste, ma l’intero processo creativo di Lori Nix grazie alla presenza di alcune miniature create appositamente – utilizzando materiali comuni – per comporre i minuziosi e complessi diorami che verranno poi fotografati in pellicola con una macchina di grande formato, senza ulteriori interventi o manipolazioni dell’immagine finale.

Anatomy classroom, 2012, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

Non posso che chiudere con la fotografia che sceglierei se dovessi “condensare” Lori Nix in una ipotetica raccolta di singole opere al capitolo staged photography e raccomandare la visita di questa mostra – a ritmo lento, magari tornando sui propri passi più volte per cogliere sfumature e dettagli.

Circulation Desk, 2012, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53.
http://www.pacicontemporary.com
Quando: dal 19 maggio 2020 negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero. Consigliata la prenotazione della visita.
Per approfondire: Lori Nix. Another world, VanillaEdizioni (testi in italiano e inglese) in vendita in galleria, Lori Nix: The City, 2013 in lingua inglese

Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

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Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Zorikto. New Steppe, Venezia

“Я смотрю в темноту, я вижу огни. Это где-то в степи полыхает пожар. Я вижу огни, вижу пламя костров. Это значит, что здесь скрывается зверь. Я гнался за ним столько лет, столько зим. Я нашел его здесь в этой степи.” (Zver, Nautilus Pompilius)

Ci sono mostre capaci di riportare in luce ricordi profondi, speciali, di luoghi finalmente vissuti dopo averli a lungo sognati. Capaci di evocare sapori e profumi, odori, sensazioni, momenti di condivisione in cui anche le barriere linguistiche, pur restando fermamente al loro posto, sembrano venire meno.
Ecco, questo è quello che ho provato entrando nella Chiesa Anglicana di San Giorgio a Venezia che ospita la personale di Zorikto Dorzhiev, artista di Ulan Ude rappresentato dalla Galleria Khankhalaev di Mosca e che qualcuno riconoscerà come il costumista del film “Mongol” di Sergej Bodrov.
Innanzitutto la cornice in cui sono inserite le opere è antitetica, se vogliamo, angusta rispetto a quella assenza di confini in cui ci conduce l’artista, eppure al contempo adatta con il suo respiro verso l’alto, con un autentico capovolgimento dei punti di riferimento.
Gli elementi del contenitore dialogano con il contenuto.

La collocazione spaziale diventa chiave di lettura, le coordinate si intersecano.
Guardo i quadri alle pareti e sono trasportata in quelle notti nelle yurte, in quelle lunghe giornate di spostamento in un apparente nulla, con il tempo e lo spazio che si dilatano, popolati da racconti e leggende di fieri cavalieri e principesse guerriere.
E poi improvvisamente in questa sede veneziana, proprio come allora nella steppa, quegli stessi fieri cavalieri prendono forma sulla sella di cavalli mai completamente domi.

Tutto è movimento, moto perpetuo, talvolta senza una chiara destinazione, giacché, come ci spiega Zorikto, “un nomade non viaggia in giro alla ricerca di una vita migliore. È piuttosto un artista, un poeta, un filosofo e spesso un solitario”.

Qui il tema della steppa rifugge dalla classica rappresentazione etnografica. La storia del singolo si mescola alla storia e all’epopea di un popolo narrata con le pennellate da un figlio di quel popolo che miscela sulla tela e nelle sue sculture tradizione e contemporaneità, antico e moderno, elementi onirici e oggettivi, legame con la terra e aspirazione al cielo. Colori e texture si fondono, ma emerge chiara un’estetica orientale nel segno grafico e nelle forme.

Il progetto espositivo ci guida insomma attraverso luoghi e culture, il tempo e lo spazio, narrandoci di migrazioni e trasformazioni, rivisitando soggetti e motivi di periodi storici diversi, ponendo al centro della scena non soltanto i cavalieri nomadi, quanto le diverse espressioni dello spirito del nomadismo che, come sottolineano i curatori, “sono naturali […] anche per le anime erranti del nostro tempo”.
E proprio queste anime erranti credo possano apprezzare appieno, meglio di chiunque altro, le suggestioni, la capacità evocativa delle opere di Zorikto in questa mostra assolutamente da non perdere.

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Dove: Venezia, Chiesa Anglicana di san Giorgio, Campo San Vio, Dorsoduro
Quando: dal 11/05/2019 al 24/11/2019, ore 10-18, chiuso il lunedì.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Zoritko. Painting, Graphics, Sculpture, ed. Khankhalaev Gallery, 2018

Mostra – Preraffaelliti. Amore e desiderio, Palazzo Reale, Milano

Sometimes thou seem’st not as thyself alone, But as the meaning of all things that are.
(Dante Gabriel Rossetti)

La premessa è che da sempre i Preraffaelliti mi affascinano e quindi non potevo mancare all’appuntamento a Palazzo Reale con la promessa di poter ammirare “in mostra oltre 80 capolavori” (a questo proposito è assolutamente più onesta la versione in inglese della brochure in cui si legge semplicemente “more than 80 works”). La realtà è stata, purtroppo, inferiore alle attese, soprattutto se si torna con la memoria all’esposizione torinese a Palazzo Chiablese del 2014.
Infatti, pur se è innegabile la presenza di alcuni dipinti iconici, come l’Ofelia di Millais e la Lady of Shalott di Waterhouse, oltre ad alcune opere di Rossetti, nel complesso ho avuto la sensazione di una mostra non completamente riuscita, non sufficientemente curata dal punto di vista dell’apparato critico, sin troppo scolastico, con molti schizzi e bozzetti poco contestualizzati.
L’idea di presentare i disegni preparatori è senz’altro valida se questi sono accompagnati dall’opera finale, in caso contrario, rischiano di diventare ripetitivi e di non aggiungere nulla di significativo all’esperienza di visita, se non in termini di quantità di pezzi esposti.
Sempre parlando di allestimento, ho trovato davvero molto antiquato, direi addirittura triste, il concetto del video finale, una serie di immagini tratte dal catalogo che scorrevano su uno schermo, senza alcun commento o guida alla visita da parte dei curatori.
Di contro l’aver ricreato l’effetto delle finestre di una cattedrale, o forse di un castello, in alcune delle sale ha contribuito all’immersione nella poetica preraffaellita, senza forzature. Una nota di merito va decisamente a chi si è occupato dell’illuminazione per aver adottato soluzioni che, finalmente, consentono di godere appieno dei quadri esposti, senza riflessi e ombre estranee.

Lasciando da parte gli aspetti che non mi hanno convinto, la mostra a Palazzo Reale, attraverso un’articolazione in sezioni tematiche, offre uno sguardo a tutto tondo sul movimento in generale e sull’arte dei diciotto artisti rappresentati, consentendo di cogliere tanto i temi comuni – la cosiddetta modernità medievale su tutti – che i tratti distintivi dei singoli stili, insieme agli elementi di ribellione all’estetica dominante e di rottura delle convenzioni, una nuova fedeltà alla natura nella riproduzione su tela, un gioco sapiente di luci e un ripensamento delle prospettive.
Dei Preraffaelliti amo in particolare il richiamo alla letteratura e alle storie medioevali, dunque vedere Artù o San Giorgio prendere vita nelle opere di Rossetti mi ha lasciato come sempre incantata, quasi incapace di staccare lo sguardo dalla miriade di dettagli che popolano i quadri, che riescono a essere estremamente evocativi nonostante le dimensioni contenute.

Dante Gabriel Rossetti, The Wedding of St George and Princess Sabra, 1857

Sempre restando nell’ambito delle rielaborazioni per immagini di classici letterari, uno degli ambiti in cui meglio si esprime la visione artistica dei Preraffaelliti, la vera grande sorpresa è stata Kit’s writing Lesson di Marineau che racconta una delle scene di La bottega dell’antiquario di Dickens. Credo che se fosse stato possibile fotografare i personaggi di Dickens e gli ambienti in cui si muovono, il risultato sarebbe qualcosa di molto simile a questo quadro. Un’autentica immersione nel celeberrimo romanzo a puntate.

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s writing Lesson, 1852

Nel percorso espositivo a Milano ampio spazio è dato all’elemento femminile, in un susseguirsi di opere che ritraggono quasi sempre donne reali, anche se celate nei panni di eroine bibliche, storiche o di fantasia, si vedano le già citate Ofelia e Dama di Shalott (rispettivamente da Shakespeare e Tennyson), ma anche la giovane del quadro April Love di Hughes, che si appropriano della scena fino a divenire autentiche icone di stile – a cavallo tra l’immagine angelicata e la personificazione stessa della tentazione – non solo per i contemporanei, ma per l’intera cultura occidentale, proponendo un ideale del “bello” senza tempo.

Arthur Hughes, April Love, 1855-6

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Dove: Milano, Palazzo Reale
Quando: dal 19/06/2019 al 06/10/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
https://www.palazzorealemilano.it/mostre/amore-e-desiderio
Per approfondire: https://www.khanacademy.org/humanities/becoming-modern/victorian-art-architecture/pre-raphaelites/a/a-beginners-guide-to-the-pre-raphaelites; catalogo*; I Preraffaelliti* ed. Taschen;


Mostra – Sandy Skoglund. Winter, Brescia

I always say that my work is actually very realistic to me, realistic, not surrealistic, is not fantasy. This is really the world as it is, as I see it. (Sandy Skoglund)

Dopo l’antologica a Torino le opere di Sandy Skoglund tornano in mostra nella sede bresciana di Paci contemporary (in cui, l’ho già detto in precedenza, gli spazi ex industriali sono stati recuperati in maniera sapiente).
E come per una celebre serie TV, anche per l’artista statunitense l’inverno è arrivato, a chiudere un lungo percorso, questa volta iniziato nel 2008 con un’inedita e onirica rilettura della primavera (Fresh Hybrid).
Si conclude quindi la prima metà di un ciclo, con la possibilità per il pubblico di entrare nella scenografia dell’installazione, di svelarne i minimi dettagli, dai cosiddetti eyeflakes, insoliti fiocchi di neve in ceramica e metallo, ai crumpled foil papers, fogli in alluminio modellati per ricreare un paesaggio invernale.
L’esperienza non è però soltanto un’immersione in questa visione invernale, ma piuttosto un viaggio, sulle pareti della galleria, attraverso l’intera evoluzione artistica della fotografa, dai primi lavori “più tradizionali” degli anni Settanta, al progressivo sviluppo della staged photography e al suo straordinario bestiario, fino a questa ultima immagine, un ibrido di tecniche e concetti che è la somma di tutte le sue forme d’arte.
Con Winter la scultura digitale entra per la prima volta a pieno titolo nel processo creativo dell’artista che aveva già lavorato e sperimentato con altri materiali, dalla resina alla plastica fino alla ceramica. Cambia lo strumento, ma non il concetto che la scultura sia come uno specchio – inconscio ci ricorda la stessa Skoglung – di colui che la crea, frutto del suo relazionarsi con le figure scolpite.

Un applauso a Paci contemporary per aver portato in Italia sia Winter sia Sandy Skoglund che, in un appuntamento a metà tra la conferenza e la lectio magistralis, ci ha raccontato di sé e della propria arte, della sua volontà di superare i confini della fotografia commerciale, portandola proprio nelle gallerie d’arte, di come la sua cifra stilistica sia la serialità, da intendersi come costante dialogo tra somiglianza e differenza.
Con le sue parole la fotografa ha trasportato il pubblico nel suo immaginario, nella sua personale visione del mondo, come palcoscenico, come finzione, offrendo diverse chiavi di lettura, come il gioco dei contrasti (tra l’alto e il basso, inteso spesso nel senso di kitsch o di pop, tra velocità e lentezza, tra uomo e natura e uomo e animale, tra semplice e complesso) che pervade la sua intera produzione e gli stessi metodi di lavoro.

Nell’attesa, personalmente spero non decennale, di un’altra stagione, per scoprire l’universo quasi cinematografico di Sandy Skoglund, sempre sospeso tra verità e finzione, tra razionale e irrazionale, tra “assurdo” e normale” vale davvero la pena di fare tappa a Brescia.

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 10/05/2019 al 30/09/2019 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time; il recentissimo Sandy Skoglund a cura di Germano Celant, in lingua inglese; Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – A visual protest. The art of Banksy, Mudec, Milano

If you get tired, learn to rest, not to quit

Lasciando da parte l’ossessione sulla vera identità dell’artista, le questioni legali e sul diritto d’autore e, soprattutto, la trita domanda se i graffiti siano davvero una forma d’arte, questa mostra vale senz’altro la pena di essere visitata e sulle pareti del Mudec le opere di Banksy perdono poco o nulla della loro forza di protesta.
Il percorso espositivo permette di scoprire le diverse anime di uno degli esponenti più noti della street art – presentando dipinti, print numerati, ma anche oggetti, fotografie e video – e di scoprire i temi chiave della sua produzione. Uomini e animali, metafore e messaggi, ribellione, comunicazione, provocazione, invito all’azione: è una sorta di compendio di Banksy quello che si sussegue nelle diverse sale, senza un filo cronologico, quanto tematico all’insegna di quella convinzione, ben espressa dalla citazione da Majakovskij: che apre la visita (“Siano le strade un trionfo dell’arte per tutti”). E da cui emergono evidenti sia le sfaccettature della protesta di Banksy, contro il potere ufficiale, la guerra, il consumismo, sia la sua ironia.
Parole e immagini si fondono per trasmettere messaggi sociali e politici espliciti, ma non, come rimproverano alcuni, con una predominanza del contenuto sulla forma, quanto piuttosto in una sintesi in cui i due elementi si arricchiscono reciprocamente, trascendendo anche le barriere linguistiche.

Uno dei pregi della mostra di Milano, curata da Gianni Mercurio, è che consente di calare Banksy in una sorta di dialogo con i movimenti, le correnti e gli artisti contemporanei o che lo hanno preceduto. Quindi è quasi impossibile non porre in relazione i ritratti e i simboli di Warhol con la serialità e riproducibilità che emergono chiaramente come cifra stilistica dell’artista dall’identità ignota, così come la marcata presenza del détournement non riflette una chiara impronta situazionista.

Interessante anche la sezione speciale dedicata ai video che “racconta” i murales che Banksy ha realizzato in diversi luoghi del mondo (in qualche caso già scomparsi) e sottolinea come il luogo, inteso proprio come spazio fisico e geografico, sia un aspetto fondamentale nel suo lavoro, una chiave di lettura, oltre che una fonte di ispirazione. Senza dimenticare il documentario, a cura di Butterfly Art News appositamente realizzato in cui si spiega l’approccio dell’artista attraverso i lavori.

Ma se tutto questo non sembrasse sufficiente a giustificare una trasferta milanese, basterebbe ricordare che sono esposte anche le opere che, nel 2004, furono raccolte nella mostra Pax Britannica: A Hellish Peace alla Aquarium Gallery di Londra, sponsorizzata da Stop the War Coalition. Un’occasione unica per scoprire uno dei vessilli più riusciti per tutti coloro che credono che la guerra non possa essere uno strumento per creare la pace.

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Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 21/11/2018 al 14/04/2019. Lunedì 10.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – domenica 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
http://www.mudec.it/ita/banksy-mudec-milano/
Per approfondire: catalogo della mostra*; Banksy. Wall and piece*; Banksy. Siete una minaccia di livello accettabile*; Cercasi Banksy disperatamente*



Mostra – Sandy Skoglund. Visioni ibride, Camera, Torino

My work involves the physical manifestation of emotional reality. Thus, the invisible becomes visible; the normal, abnormal; and the familiar, unfamiliar. Ordinary life is an endless source of fascination to me in its ritualistic objects and behavior.

(Sandy Skoglund)

Le opere di Sandy Skoglund le ho riscoperte solo di recente, all’inaugurazione nuova sede bresciana di Paci contemporary (ne ho raccontato qui http://indirezionenoncasuale.it/2018/12/19/mostra-horst-p-horst-a-legend-of-style-paci-contemporary-brescia/) e ho subito approfittato dell’occasione di vedere la prima antologica dell’artista a Torino che offre la possibilità di ripercorrere le tappe salienti del percorso della fotografa americana.
Dalle immagini degli anni Settanta, in cui emergono la ripetitività e la serialità come elementi dominanti, alle ambientazioni e ai tableaux vivants che l’hanno resa celebre, al trionfo del colore e alle costruzioni plastiche ricontestualizzate, al tema del cibo fino ai paesaggi incantati e artificiali di cui Winter (2018) costituisce l’ultima espressione.

La cura quasi maniacale con cui la Skoglund ricostruisce gli ambienti, i singoli dettagli delle sue opere, insomma con cui costruisce i propri mondi, si coglie perfettamente nell’allestimento torinese, così come emerge prepotente il tema del rapporto tra la natura e l’uomo, la riflessione sulla condizione del pianeta che abitiamo e, di riflesso, sul nostro ruolo, come umani, nel mondo.
Concretezza e materia si fondono con metafora e fantasia, grazie al talento e alla visione di colei che si definisce una image maker, una creatrice d’immagini, e che si è imposta come una delle espressioni più vivide e compiute della staged photography.
Nell’ottimo allestimento a cura di Germano Celant si susseguono fotografie, di grande e piccolo formato, e installazioni, ma sono anche presenti gli oggetti e le sculture (realistiche), le forme in resina e altri materiali con cui l’artista ha creato le sue immagini e proprio questa scelta rende la visita particolarmente interessante per il pubblico, giacché consente di gettare uno sguardo diverso sul gioco di trasformazioni che si sviluppa sotto i suoi occhi, di entrare nel meccanismo con cui la Skoglund muta l’ordinario in fantastico, surreale, con cui pone “l’uomo a confronto con il suo universo quotidiano e lo rovescia nell’angoscia del suo immaginario” come lei stessa ebbe a sottolineare per spiegare il suo personale approccio artistico già all’inizio degli anni ’80.

All’interno delle diverse sale ci si immerge in un universo a cavallo tra naturale e artificiale, vero e falso, esotico e comune, si è quasi travolti dal colore – rossi e verdi, gialli e viola, fino alle meravigliose sfumature di blu di Winter – con le tinte che concorrono a creare scene sospese, congelate nel tempo e nello spazio, a tratti incantate, altre volte enigmatiche, angoscianti.
La sensazione generale è simile a quella che deve aver provato Alice appena catapultata nel paese delle meraviglie e si esce con riluttanza per tornare alla vita reale. “Arrivederci a presto” Sandy.

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Dove: Torino, Camera, Centro Italiano per la Fotografia, Via delle Rosine 18
Quando: dal 24/01/2019 al 31/03/2019. Tutti i giorni 11.00 – 19.00; chiuso il martedì.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://camera.to/mostre/sandy-skoglund-visioni-ibride/
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time*; Sandy Skoglund* testo del curatore della mostra, Germano Celant, in lingua inglese (in corso di pubblicazione); Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – Steve McCurry, Animals, Mudec, Milano

Tra le mostre di McCurry che ho visto negli ultimi anni questa è onestamente quella che mi ha entusiasmato meno.
Ecco, mi sono tolta subito il peso.
Non è che le fotografie non siano, come sempre, spettacolari, né che il tema sia poco interessante, anzi.
La scelta di mettere gli animali al centro della scena, raccontandone anche il legame con l’uomo, e di puntare l’obiettivo sulla necessità di salvaguardare la natura, mi attirano moltissimo.
Ciò che mi ha lasciato perplessa è l’allestimento, in un nuovo spazio che appare forse incompleto o comunque non completamente adeguato ad accogliere il flusso dei visitatori e che rende l’esperienza meno godibile, quasi compressa, dando l’impressione che gli scatti sulle pareti siano ben meno di quei sessanta promessi.
Credo che una maggiore distanza tra le opere avrebbe consentito di ammirarle meglio e di diluire almeno un po’ il chiacchiericcio di fondo. (E se qualcuno se lo stesse chiedendo sono perfettamente consapevole di non poter pretendere l’assoluto silenzio e proprio per cercare di evitare “la folla” ho scelto di entrare la domenica mattina all’apertura).
Va invece applaudito chi ha studiato l’illuminazione, davvero ben posizionata per non creare sgradevoli ombre o effetti sulla carta lucida.
Tornando alle opere ho ritrovato con grandissimo piacere alcune immagini che per me rappresentano autentici ricordi di viaggio, dagli elefanti del Sudest asiatico agli animali in India, scene di quotidianità che ho vissuto in prima persona.
Come ben scrive Chiara Cola su Artslife “Ogni foto è frutto di uno scatto della durata di mezzo secondo, ma ugualmente è capace di raccontare storie che vanno ben al di là di questo breve lasso di tempo. Chi le osserva crea la propria versione dei fatti, che spesso è molto diversa dalla realtà”.
Finalmente ho anche potuto vedere una serie più corposa delle fotografie scattate da McCurry per documentare gli effetti della guerra nel Golfo che ritengo siano davvero, purtroppo, delle icone del nostro tempo. Gli uccelli cosparsi dal petrolio, ancora più dei cammelli che si muovono tra i pozzi in fiamme, dovrebbero spingere a riflettere su come, dal 1991, poco sia davvero cambiato in meglio e su come l’uomo continui incessantemente a distruggere l’ambiente che lo circonda. Una catastrofe che, immortalata sulla pellicola, diventa innegabile, ancora più spaventosa.

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Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 16/12/2018 al 14/04/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://www.mudec.it/ita/steve-mccurry/
Per approfondire: catalogo in vendita in mostra; Steve McCurry. Una vita per immagini*; Le storie dietro le fotografie*; Il mondo di Steve McCurry*

Mostra – Zerocalcare. scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli, Maxxi, Roma

Di Zerocalcare, al secolo Michele Rech, si è detto e scritto molto, in positivo e in negativo, con modalità che in un certo senso riportano al passato, quando gli schieramenti politici erano abbastanza nettamente definiti.
Ma pur se l’impegno politico è uno degli elementi essenziali dell’opera di Zerocalcare, la mostra al Maxxi riesce a non restituirci un’immagine monodimensionale, a non rinchiudere i fumetti in una scatola etichettata frettolosamente, perché le tavole e i poster che vediamo esposti sono molto di più, narrare la storia di chi li ha creati, ma anche della società in cui si sono sviluppati.
L’allestimento è molto “pensato”, non solo per il tema dell’armadillo che si ripete, e riesce a a trasmettere un ritratto a tutto tondo dell’autore insieme alla cronaca, non solo italiana, dell’ultimo trentennio, pur se all’inizio soffre la struttura stessa della sede che costringe a una non sempre agevole lettura della biografia dell’autore lungo la rampa di scale.
Colpisce in particolare il muro dedicato alle illustrazioni per concerti e manifestazioni che mostrano il talento e l’ironia di Zerocalcare prima che diventasse il “talento del fumetto italiano”, così come il suo interesse per l’impegno civile e sociale che è uno dei fili rossi che si dipanano nel percorso espositivo, insieme a quello della memoria e dell’appartenenza, a una famiglia, a una comunità, o meglio a quella tribù che da il nome a una delle quattro sezioni della mostra.
Indubitabilmente il fulcro dell’esposizione sono i fumetti, le tavole alle pareti in cui si ritrovano tutti i protagonisti dell’universo personale dell’autore, che da Rebibbia si spinge, in quella che è la sezione che ho preferito, Non-reportage, fino a una Kobane mai così vicina.
Ed è a tratti proprio la voce di Zerocalcare e di coloro che hanno avuto occasione di confrontarsi con lui, anche da prospettive inusuali, a guidarci nella lettura di tutta la sua produzione, così come è affascinante poter andare al di là del personaggio guardando la raccolta di quei “disegnetti” che utilizza in sostituzione dell’autografo.
Interessante è la visione del processo creativo che emerge dalle tavole originali dei diversi libri, in cui Zerocalcare dimostra di non essere solo un ottimo disegnatore, ma un altrettanto ottimo cantastorie, un artigiano anche della parola.

Il fumetto, lo si capisce appieno usciti da questa esperienza, è davvero un linguaggio trasversale e universale, capace di raccontare quotidianità e ideali, emozioni di ogni segno, piccoli momenti personali ed eventi di più ampia portata, in poche parole la realtà in tutte le sue sfaccettature.
Nelle strisce di Zerocalcare la parola è importante quanto se non più del segno e accanto ai personaggi si sorride, si ride, si piange, ci si schiera e si scoprono mondi.

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Dove:
Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 10/11/2018 al 31/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 11,50 euro.
Per approfondire: booklet della mostra
Catalogo*; La profezia dell’armadillo*; Kobane calling*; Dimentica il mio nome*; Un polpo alla gola*