Un omaggio a Romana Loda (e l’arte delle donne) a Brescia

Due gallerie bresciane si sono unite in un progetto, un duplice omaggio a Romana Loda e al suo lavoro di gallerista, di promotrice dell’arte al femminile, che consente di ripercorrerne l’operato e al contempo di entrare in due spazi espositivi molto diversi, la Galleria dell’incisione e APALAZZOGALLERY. Spazi diversi, dicevo, ma accomunati dalla cortesia di chi accoglie i visitatori, dalla voglia di raccontare le mostre in corso e dai moltissimi libri che occupano le pareti, invadono angoli e nicchie.
Da una bella dimora (con un ancor più bel giardino) alle sale di un palazzo nobiliare, entrambe le sedi valgono una visita, anche solo per scoprire l’universo delle gallerie d’arte bresciane in tutte le sue declinazioni.

“Coazione a mostrare” è il titolo della mostra ospitata alla Galleria dell’incisione, riprendendo quello che fu il titolo della prima mostra pubblica di sole artiste organizzata Erbusco (BS) nel 1974, una “mostra di donne” come ebbe a scrivere la stessa Loda, in cui è chiara la volontà di proporre stili e linguaggi diversi, molteplici tendenze, esperienze artistiche nazionali e internazionali, in quella che non voleva esaurirsi nella facile etichetta di una mostra femminista.
Una mostra, ieri come oggi, che spinge a riflettere sul ruolo della donna nell’arte, sulla sua marginalizzazione, in maniera pacata, senza estremismi, senza radicalizzazioni dell’eterna questione che contrappone l’elemento maschile a quello femminile all’interno della società.

Tra le opere delle compagne di avventura di Romana Loda, alcune più datate altre più recenti, non posso non citare Poetry, (1992), un collage su cartoncino di Lucia Marcucci e Alfabeto officinale di Tomaso Binga, al secolo Bianca Pucciarelli, protagonista della sfilata autunno/inverno 2019-2020 di Dior, ma soprattutto Dieta (1994), in cui emerge l’ironia come chiave di lettura di quella che è un’autentica poesia per immagini. Sulla parete si sviluppa una scrittura verbo-visiva, frutto di un interessante lavoro di ricerca sulla parola come strumento per definire la propria identità di genere.

La ricerca della poesia visiva continua anche nella seconda tappa di questo viaggio , come dimostra un altro collage su cartoncino di Lucia Marcucci, In fuga (1964). “Volto sinistro dell’arte”, titolo della mostra di APALAZZOGALLERY e di un’altra mostra di donne organizzata da Romana Loda nel 1977 a Firenze che vedrà coinvolte alcune delle principali esponenti della neoavanguardia italiana e che segnerà l’inizio della fine del percorso di Romana Loda come organizzatrice di mostre esclusivamente al femminile, ma non del suoi impegno a promuovere le singole artiste.

L’idea di fondo ancora una volta è quella di sovvertire pregiudizi e combattere stereotipi, come quello che riconduce il femminile alla sfera sinistra del corpo, troppo spesso utilizzato per l’interpretazione critica delle opere. La posizione della gallerista diventa più decisa, più “schierata”, senza tuttavia mai diventare palesemente militante, ma non bisogna mai dimenticare come le scelte curatoriali siano anche specchio e frutto dei tempi e, pertanto, debbano essere lette in chiave storica e non meramente filtrate dall’ottica, dal vissuto e dal bagaglio culturale di spettatori degli anni Duemila.

Per concludere non mi resta che consigliare una visita alle due gallerie – e una lettura del bel catalogo, con testi di Raffaella Perna – a chiunque voglia approfondire un punto di vista, originale per la sua epoca, sull’identità di genere nell’arte o per chi voglia scoprire o riscoprire la storia di Romana Loda, così fortemente intrecciata con il tessuto di Brescia, e delle “sue” artiste.

Piè di pagina
Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: dal 3 ottobre al 25 novembre 2020, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero
Dove: APALAZZOGALLERY, Piazza Tebaldo Brusato 35
Quando: dal 3 ottobre al 30 novembre 2020, da martedì a sabato dalle ore 10.00 alle 18.00.
Come: ingresso libero

Festival della Fotografia Etica 2020 – Circuito OFF

Aprire le porte, spalancare i portoni, per andare oltre…

Sulle pagine del blog abbiamo già visitato il Festival della Fotografia Etica, ora è arrivato il momento di passare al Circuito OFF che nelle altre edizioni avevo trascurato. Per raccontarlo ho scelto ancora una volta di stilare una classifica delle mostre che mi hanno più colpito.
Stili diversi per temi diversi, ma un sottile fil rouge a legare tutti i lavori, la capacità di portarmi direttamente in paesi lontani, di farmi uscire per un attimo dai confini nazionali che, forse in maniera irrazionale, iniziano a stare un po’ stretti.

Il progetto fotografico di Valter Darbe, I was my husband, trasporta i visitatori in un’India diversa da quella così colorata che tutti siamo abituati a vedere.
Gli scatti in bianco e nero, ospitati nello Spazio Castellotti, raccontano la storia delle vedove indiane, della loro identità perduta alla morte del coniuge, come se la loro intera vita perdesse di rilevanza, come se davvero l’esistenza di ciascuna di loro dovesse esaurirsi in un lutto interminabile. “Ero mio marito”, senza possibilità di essere nulla di diverso, nulla di più, nulla prima o dopo.
L’occhio del fotografo, sempre rispettoso, porta in primo piano la condizione di queste donne che hanno perso praticamente tutto, che sono spinte ai margini della società, reiterando un fenomeno di cui ho sentito spesso parlare anche durante la mia scoperta del subcontinente indiano, ma che onestamente non riesco a comprendere.
Nei ritratti gli occhi parlano chiamando ciascuno dei visitatori a riflettere sul proprio posto nel mondo, tristezza e rassegnazione sembrano quasi trasudare dalla carta stampata, vulnerabilità, solitudine ovunque, anche nelle scene corali, infatti, ogni donna è come se restasse comunque sola.

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Altro paese che ho amato moltissimo, il Guatemala, è il protagonista del reportage di Andrea Maini. Qui ci si immerge nei colori, nelle sensazioni della festa dei morti, il dia de los muertos, in cui in realtà si celebra la vita.
Le fotografie esposte sulle pareti bianche del Teatro alle Vigne, così da far risaltare ancora di più tutte le sfumature dei verdi e dei gialli, dei blu e dei rosa, così saturi da sembrare irreali eppure così reali per chi ha avuto la fortuna di partecipare a una festa improvvisata, magari sulle rive del lago Atitlan, sono un omaggio alla tradizione e a un popolo intero, che sceglie di ricordare i propri cari facendo volare aquiloni, adornando le tombe dei defunti, ma anche semplicemente trascorrendo la giornata al cimitero, per sentirsi più vicini a coloro che se ne sono andati e che, si crede, tornino proprio in quel giorno per “controllare come vanno le cose sulla terra”.

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Un altro viaggio, questa volta verso l’Etiopia, alla scoperta delle pitture corporee del gruppo etnico dei Surma.
Le fotografie di Enrico Madini che compongono la serie Surma Bodypainting trovano una collocazione ideale tra i volumi della libreria Libraccio, coinvolgendo il pubblico in una sorta di caccia al tesoro tra i diversi scaffali per scovare tutte le opere.
Ancora una volta sono i colori ad essere protagonisti, dimostrando come questa le decorazioni pittoriche sui corpi siano davvero una delle prime – e probabilmente più autentiche, grazie anche alle materie prime “povere” da cui nascono – forme di espressione artistica dell’umanità.

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Dove: Lodi, sedi varie
Quando: ogni sabato e domenica dal 26 settembre al 25 ottobre, dalle 9.30 alle 20
Come: le mostre del circuito OFF sono visitabili gratuitamente nei giorni del Festival e negli spazi ed esercizi aperti al pubblico durante la settimana secondo il rispettivo orario di apertura.
https://www.festivaldellafotografiaetica.it/

Festival della Fotografia Etica 2020

La nuova normalità è senz’altro diversa da quella che ci saremmo aspettati anche solo a inizio anno, le mascherine e il gel disinfettante, gli ingressi contingentati, le mille precauzioni che sono diventate parte del nostro quotidiano, tutto è cambiato insomma, ma non la curiosità di vedere la nuova edizione del Festival della Fotografia Etica a Lodi, che, non a caso, ha scelto come sottotitolo di questa undicesima – e onestamente insperata – edizione “Sguardi sul nuovo mondo”.
Nel 2018 scrivevo “In questo grande contenitore di immagini, legate da alcuni fili conduttori, mi sono volutamente persa, lasciandomi avvolgere e coinvolgere dalle fotografie esposte, uscendo dalla mia comfort zone perché non c’è miglior mezzo che vedere per comprendere, per gettare qualche spiraglio di luce su mondi spesso lontani, a tratti spaventosi proprio perché sconosciuti”. E in questo clima di cambiamento è ancora più necessario perdersi nelle fotografie esposte per ritrovarsi, per conoscere, per comprendere.
Come di consueto accanto al festival si svolge FFE-OFF, un circuito di mostre che, come vi racconterò nel prossimo post, ha regalato qualche emozione, mentre la vera novità sono state le gallerie en plein air, nei parchi e giardini cittadini, ma anche in alcuni cortili, come quello del Palazzo della Provincia.
Mi sono chiesta come raccontare le mille facce del festival e ho deciso di scegliere le quattro mostre (più una) che mi hanno stupito, affascinato, fatto riflettere, emozionato…

Herons and otner birds compete for the remains of fish, after that fishermen have cleaned their fishing net. Beach of Bancarios, Rio de Janeiro, Brazil – 11/06/2014 -Bancario is located in the north-east of Ilha do Governador, the largest of the islands of the Guanabara Bay. Many of the fishermen who live in the inner part of the bay using this beach as a landing place, to stock up on food or fuel, or to rest when they stay at sea for more than one day.

Al primo posto della mia personalissima classifica il reportage vincitore nella categoria Terra Madre del World Report Award. Dario de Dominicis, con la sua To the left of Christ , ci porta in Brasile, nella baia di Guanabara, il porto naturale di Rio de Janeiro, nella vita dei pescatori locali, nella loro lotta contro le conseguenze e le limitazioni imposte dalla progressiva e massiccia industrializzazione dell’area.
Malattie e inquinamento, danni permanenti all’ecosistema, impoverimento e avanzata della criminalità organizzata, sono questi gli elementi della storia raccontata dal fotografo, in un bianco e nero aspro, che non lascia spazio né al sensazionalismo né alla retorica.
In questa esposizione ho trovato alcune delle immagini più poetiche dell’intero festival.

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Guardando gli scatti della serie Dispossessed di Mary Turner, vincitrice della categoria Spotlight, si ha l’impressione a tratti di entrare in un quadro di Hopper, con le sue atmosfere rarefatte e quel senso di solitudine che fuoriesce letteralmente dalla tela, e a tratti di osservare una pellicola neorealista.
Il racconto della vita nel nord-est dell’Inghilterra, dopo la crisi dell’industria mineraria, si sviluppa in una “poetica delle piccole cose”, con uno sguardo lucido, pur se quasi affettuoso, sulle difficoltà del quotidiano in una zona che pare destinata a cadere in un’ancora maggiore depressione economica a seguito della pandemia.

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Photo stand for visitors. DEFEXPO 2020 in Lucknow, India

Il terzo gradino del mio podio spetta a Nikita Teryoshin che con il reportage Nothing Personal – the Back Office of War , vincitore della categoria Master, conduce il pubblico letteralmente dietro le quinte delle principali fiere nel cosiddetto settore della difesa.
Colori forti, geometrie accentuate e un’estetica pop sono gli elementi scelti dal fotografo per il suo racconto delle incongruenze e degli eccessi del business della guerra, dove i morti sono manichini o pixel su uno schermo e gli stand sembrano quelli di un parco giochi per adulti, con un intero corredo di spazi per i selfie, fuochi d’artificio, slogan motivazionali e ricchi buffet.

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Bob enjoys a dip in the ocean, breakfasts of caviar and biweekly foot massages on the beach. A charmed life, perhaps, but you could say he deserves it: Bob spends a lot of his time interacting with schoolchildren on his native island of Curaçao, serving as an emissary for conservation.Bob, you see, is a flamingo.

Un soffio di leggerezza, un simpatico protagonista, una storia in cui le parole sono parte essenziale della galleria fotografica.
Strappano davvero molti sorrisi le immagini di Jasper Doest che con Flamingo Bob racconta le avventure del fenicottero Bob, il pennuto divenuto simbolo di un ente benefico per la conservazione della fauna selvatica sull’isola di Curaçao.
Non useremo l’espressione “bellissimo esempio di storytelling” in cui si mescolano diversi linguaggi narrativi, perché uno dei componenti del collettivo indirezionenoncasuale rabbrividisce ogni volta che sente quel termine, ma questa mostra è davvero una bella favola.

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Una menzione speciale spetta all’intera sezione “Uno sguardo sul nuovo mondo” che si articola in cinque percorsi, per raccontare i molteplici aspetti della storia recente, in giro per il mondo, attraverso gli occhi e le lenti di diversi fotografi, “un’area espositiva per conoscere la realtà, per comprenderla e cambiarla” nelle intenzioni degli organizzatori.
Fotografie per riflettere, fotografie per non dimenticare.

Piè di pagina
Dove: Lodi, sedi varie
Quando: ogni sabato e domenica dal 26 settembre al 25 ottobre, dalle 9.30 alle 20
Come: biglietto intero 15 euro (+ 1 euro di commissione) acquistabile online. Ogni weekend sarà comunque possibile acquistare il biglietto anche in biglietteria al costo di 19€.
https://www.festivaldellafotografiaetica.it/

Mostra – Un artista chiamato Banksy, Palazzo dei Diamanti, Ferrara

Questa a palazzo dei Diamanti è per indirezionenoncasuale una “mostra recuperata”. Si tratta, infatti, di quella stessa mostra che (grazie alla, o meglio a causa della fiducia mal riposta in Trenitalia) non siamo riusciti a visitare a Genova.

In qualche misura è anche una seconda puntata, un rinnovato incontro con l’opera di Banksy, un rivedere con piacere molti dei lavori già esposti a Milano con la consueta dose di polemiche, il tutto con maggiore tranquillità, senza la ressa delle sale del Mudec, i gruppi organizzati con relativa guida a costruire muri umani davanti ai lavori più noti. In generale la sensazione è quella di “maggior respiro”, quasi un controsenso visto l’obbligo di indossare la mascherina, di poter godere della slow art per dirla all’americana.
A questo proposito per evitare lunghe attese e occhiate invidiose ai fortunati che entrano senza fila è estremamente consigliato prenotare la visita.

Opere in parte già viste, dunque, ma non senza qualche novità. In particolare Lab rat, realizzato per il festival di Glastonbury nel 2000 con spray e acrilici su compensato e che la scheda informativa ci racconta essere stato ritrovato e riconosciuto per caso.

Oppure ancora una delle serigrafie su carta che più mi ha colpito per la sua forza espressiva, Nola, opera apparsa inizialmente come dipinto su muro a New Orleans, tre anni dopo le devastazioni dell’uragano Katrina.

Proprio le informazioni riportate su Lab rat e Nola richiamano l’attenzione sulla cura che gli organizzatori hanno dedicato alle schede informative. Non semplici cartellini scarni (e spesso mal illuminati e di infelice collocazione), ma vero e proprio tassello nella narrazione della figura dell’artista e della sua opera.
Così come sono interessanti (e particolari) i pannelli che corredano l’esposizione, in forma di infografica, raccontando il cammino dell’artista di Bristol.
Nel percorso espositivo, che include oltre 100 pezzi della produzione di Banksy, dai poster agli stencil su stoffa, dalle serigrafie ai dipinti, spicca anche la scultura Mickey Snake, in fibra di vetro, poliestere, resina e acrilici, creata per Dismaland, il distopico parco a tema ideato dall’artista nel 2015.

Guardando in una delle teche la maglietta commemorativa di questa installazione temporanea penso che uno dei miei reali rimpianti sia proprio quello di non essere riuscita a visitarla, ma spero che un giorno Banksy ci proporrà qualcosa di altrettanto dirompente e – è una promessa che faccio a me stessa – questa volta sarà pronta, non mi lascerò scoraggiare dalla distanza e dalle difficoltà di organizzare il viaggio. Quindi questo è solo un arrivederci.

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Dove: Ferrara, Palazzo dei Diamanti, Corso Ercole d’Este 21
Quando: fino al 27 settembre 2020, tutti i giorni dalle 11.00 alle 21.00
Come: ingresso intero 10 euro (+ 1 euro per diritti di prevendita per l’acquisto del biglietto online)
Catalogo della mostra
Per approfondire: Affreschi urbani. Piero incontra un artista chiamato Banksy ; Banksy. Wall and piece; Banksy. Siete una minaccia di livello accettabile; Cercasi Banksy disperatamente, ed. 2020; La vera arte è non farsi beccare. Interviste a Banksy.
Un suggerimento in più: per scoprire tutte le bellezze di Ferrara noi abbiamo soggiornato in un appartamento nel cuore di Ferrara, a pochi minuti a piedi da Palazzo dei Diamanti, prenotato su airbnb.it*.

*In qualità di membro di Airbnb Associates, potrei ricevere una commissione per le prenotazioni tramite questo link che non incide sul prezzo pagato.

Mostra – Pittori fantastici della Valle del Po, Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara

“Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo”

Un regalo inaspettato dalla visita a Ferrara, una passeggiata in solitaria tra le opere, potendo scoprirne i minimi particolari, senza fretta, in una ancora sonnolenta domenica mattina e a posteriori posso dire che qualche volta l’ignoranza paga. Probabilmente se avessi saputo prima che questa mostra ha visto, seppure in misura residuale, Vittorio Sgarbi tra gli organizzatori/promotori mi sarei domandata due volte se acquistare il biglietto e sì la mia antipatia per il personaggio è tale da avermi fatto saltare a piedi pari il suo scritto che apre il catalogo, ma visto che appunto ignoravo questo fatto, incuriosita innanzitutto dal titolo, ho effettuato la prenotazione. E non me ne sono pentita.
Muovendosi tra le sale, quasi seguendo il corso del fiume, visto che la mostra si articola in sezioni dalla connotazione non tanto tematica, quanto geografica, passando dal Monviso allo Scrivia, dallo Scrivia al Panaro, dal Panaro al Delta e poi fino al mare, si coglie appieno il significato della visione di Camillo Langone che ha voluto questa rassegna, quella sulle pareti è “arte del nostro tempo, del nostro spazio”, sono quadri che raccontano passato e presente (e un po’ di futuro) di un preciso territorio, suoi frutti.

Massimo Galliani, Un Po d’oro, 2018

Così come il percorso è radicato nello spazio padano, altrettanto lo sono i riferimenti musicali (solo accennati tramite qualche verso, ma non per questo meno protagonisti) che accompagnano il visitatore allo scoperta di un paesaggio reale e irreale, a tratti surreale, fantastico, così come creati dalla fantasia appaiono i personaggi che lo popolano.

Enrico Robusti, Affettazione liturgica, 2014

Visioni diverse, tecniche e stili diversi per un percorso non banale, lontano dai classici paesaggi, non meramente descrittivo, ma che apre spiragli sulla poetica dei singoli artisti – pagine del diario di un viaggio che si lasciano sfogliare a cavallo tra vedute e sogno.

E allora il catalogo della mostra diventa una sorta di guida in cui Langone narra l’esposizione procedendo dalla sorgente al delta, mescolando alla propria le voci degli artisti protagonisti in uno scritto suggestivo che propone spunti interpretativi e immagini evocative.
Una mostra a cui dedicare il giusto tempo e che credo colga appieno il legame con i luoghi da cui è nata e con la città che la ospita, chiudendo un cerchio che parte idealmente dalle ante d’organo di Cosmè Tura dedicate a San Giorgio che uccide il drago (1469), esposte al Museo della Cattedrale, al Trittico di San Giorgio e il drago (2020) di Giuliano Guatta.

Giuliano Guatta, Trittico di San Giorgio e il drago, 2020

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Dove: Ferrara, Padiglione d’Arte Contemporanea, Corso Porta Mare 5
Quando: dal 3 luglio al 27 settembre 2020, orari 10 – 13.00 e 16.00 – 19.30, chiuso il lunedì;
Come: ingresso intero 5 euro, gratuito per i possessori del pass Myfe. Prenotazioni  
Catalogo della mostra

Mostra – Piccoli oltraggi a grandi opere, Eros Mauroner, Brescia

La visita alla nuova rassegna al Ma.co.f. a Brescia ha rappresentato la prima reale uscita dopo la quarantena, quindi ha segnato una sorta di punto di svolta.
Devo però ammettere che non ero partita con un grande entusiasmo, forse perché la locandina non mi aveva catturato particolarmente, forse perché ero convinta che l’altra mostra in programma (di cui scriverò a breve) mi avrebbe affascinato maggiormente. A posteriori, posso dire di essere entrata nella vecchia sede del tribunale bresciano con un’idea e di esserne uscita con un’altra, opposta.

Tutto è iniziato da una melagrana – ci ha raccontato Eros Mauroner, prestatosi gentilmente a condurre i visitatori tra le diverse sale – e da quel particolare, contemporaneamente centrale e marginale di un dipinto, è nata l’ispirazione per un progetto articolato che “cerca di stabilire un nesso di continuità tra l’osservatore e l’opera d’arte, attraverso la dissacrazione e la provocazione”, da qui quel concetto di oltraggio, anche se credo si possa parlare altrettanto correttamente di o-m/ltr-aggio.
L’idea di fondo è quella di estrapolare un dettaglio, un singolo elemento (spesso neppure il principale) di un quadro ben noto e di rileggerlo attraverso la lente della macchina fotografica, mettendone in luce – o caricandolo – di una valenza simbolica, ponendolo all’interno di un intero sistema interpretativo, di una diversa “grammatica” visiva.

La mostra è costruita per accostamenti dittici, a cavallo tra parallelismo e contrapposizione, proponendo una lettura laterale, senza retorica, dell’opera d’arte, che parte dall’originale, evidenzia il particolare da interpretare e lo accosta, fisicamente, alla sua rielaborazione fotografica, in una sequenza in cui è forte un elemento di rottura, che spinge l’osservatore a interrogarsi, a reagire, ad abbandonare l’atteggiamento passivo del mero spettatore sotto i cui occhi scorrono i quadri di un’esposizione, o, come scrive il fotografo, “a scandagliare l’opera, senza trascurare gli elementi compositivi e le possibili variazioni che mentalmente possiamo produrre”.

I dettagli assumono dunque la funzione di caratterizzazione del significato, sembrano prendersi la rivincita dopo essere stati trascurati troppo a lungo, catturano lo sguardo e conquistano un ruolo da protagonisti, si svelano nella loro unicità, acquistando nuova definizione.

Anche se, per acquistare questa nuova definizione, per riappropriarsi della scena, devono sacrificare la propria integrità fisica, devono essere distrutti, come se questo fosse il primo passo inevitabile di un processo di rinascita dinnanzi al pubblico. La materia che cambia forma per consentire una nuova percezione.

In un’ottica in cui non vi è pretesa di riprodurre, ma semmai di richiamare, l’oltraggio diventa un espediente per cambiare prospettiva, sempre, comunque, alla ricerca della bellezza…

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Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
www.macof.it/piccoli-oltraggi-grandi-opere/
Quando: fino al 2 agosto 2020, venerdì, sabato e domenica dalle 15 alle 19
Come: ingresso libero

Mostra – MAX BI. Urban Animals, Colossi Space Lab

In quest’ultimo periodo così incerto credo che per molte persone, e sicuramente per chi sta scrivendo, l’arte abbia rappresentato un’ancora o meglio un faro verso cui puntare. Si sono contati innumerevoli tentativi, da parte di istituzioni museali e gallerie e di diversi addetti ai lavori di rafforzare il legame con il pubblico, ma non tutti hanno avuto successo, forse perché spesso non erano probabilmente sostenuti da un reale progetto, da una visione che andasse al di là di una mera galleria statica di immagini delle opere per offrire a quello stesso pubblico almeno l’impressione di un contatto più ravvicinato con le opere e non solo di sfogliare online le pagine di un catalogo.
Per questo quando ho casualmente scoperto la mostra virtuale organizzata da Colossi Arte Contemporanea – una galleria nel cuore di Brescia di cui ammiro ogni volta le vetrine – non mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo. Ero, francamente, più preparata all’ennesimo “meh” che all’effetto “wow”. Invece mi sono dovuta ricredere, perché l’esperienza all’interno di Colossi Space Lab ricorda quella in galleria, dal vivo, consentendo realmente di spostarsi tra i quadri esposti, di ingrandirli per ammirare i diversi particolari, di leggere i cartellini e persino di seguire una sorta di visita guidata in un ambiente 3D.

“Welcome to the (urban) jungle” questo potrebbe essere il sottotitolo della mostra Urban Animals – una giungla coloratissima, pop, surreale e giocosa, mai banale, quella immaginata e realizzata da Max Bi, quasi una serie di graffiti su tela di grandi dimensioni che potrebbe tranquillamente trovare spazio sui muri della nostra città, in tutte quelle aree dismesse, post-industriali in cui, come in questa rassegna, il grande assente è proprio il cosiddetto animale culturale, l’uomo, tutt’al più ridotto a una sagoma, a figurina di contorno, a immagine di sé stesso, talvolta a teschio su un cartello.

L’assenza è però solo dell’uomo, non già del genere umano che pur passato in secondo piano ha lasciato forti tracce di sé nell’ambiente che ha modellato e in cui sono inseriti gli animali che diventano appunto “urbani”. Macchine e grattacieli, negozi, semafori, strade e autostrade, ma soprattutto tante, tantissime porte e finestre e sbarre a queste finestre, forse non più per tenere fuori l’altro, quanto per tenere dentro noi stessi. Prigioni e gabbie, ma chi le abita davvero?

Courtesy of Colossi Arte Contemporanea

Una domanda che l’artista lascia aperta, anche se, tra i ricorrenti segnali di pericolo, sembra essere la natura a emergere vittoriosa, a riappropriarsi dei propri spazi in un futuro post-pandemico.
Dallo sfondo, da quell’ambiente urbano di cui si diceva in precedenza emergono, infatti, i protagonisti indiscussi, gli animali, esotici o più comuni, tutti rivisitati a tinte forti, sovente rendendoli simili a fumetti, a tratti dotandoli di caratteristiche antropomorfe.

Courtesy of Colossi Arte Contemporanea

Nel complesso una mostra davvero interessante soprattutto perché ancora una volta l’arte riesce al contempo a essere un portale verso altri mondi, una via di fuga dalla realtà e dal quotidiano e una finestra sul qui, sull’adesso, sul mondo che abitiamo.
Guardando al di là del tripudio di colori sgargianti, di una solo apparente spensieratezza, Max Bi ci offre spunti di riflessione sul futuro, sulla realtà che ci circonda, sul suo percorso artistico e sulla nostra impronta su questo pianeta.

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Dove: Colossi Space Lab
www.colossiarte.it
Quando: dal 7 maggio al 30 giugno 2020
Come: ingresso gratuito, visita nello spazio virtuale 3D

Mostra – Il potere della natura, Paci contemporary, Brescia

I don’t really have a death wish, it just seems that way. (L. Nix)

Tornare dopo un lungo periodo ad “andar per mostre” rappresenta un nuovo passo verso quella cosiddetta normalità che è stata stravolta dall’emergenza sanitaria.
Questi mesi, al netto di una pletora di slogan vuoti e falsamente consolatori, hanno mostrato quanto il genere umano in senso lato, con la sua arroganza e incapacità di imparare dagli errori, propri e altrui, sia fragile, transitorio, forse destinato a scomparire.
E proprio questa assenza dell’uomo è al centro della ricerca artistica di Lori Nix in mostra negli spazi bresciani di Paci contemporary.
La galleria torna a ospitare una personale dell’artista americana, esponente della staged photography, dopo “Another World” (2012), un altro tassello di quell’altro mondo, o meglio di quel mondo alla fine del mondo (umano) che la Nix racconta per immagini da ormai oltre vent’anni.
Sulle pareti possiamo ripercorrere il percorso della fotografa, dal 1998 con i lavori dedicati a ciò che conosceva meglio, il Kansas rurale in cui in cui era cresciuta, rivisitato come una moderna Dorothy che alle scarpette ha sostituito la macchina fotografica,

Snow storm, 1998, dalla serie Accidentally Kansas, courtesy Paci contemporary

agli insetti della serie Insecta magnifica, che onestamente è quella che mi coinvolge di meno, fino alle suggestioni, ai silenzi quasi parlanti delle serie Some other places (2000-2002) e Lost (2002-2004),

Bounty, 2004, dalla serie Lost, courtesy Paci contemporary

per arrivare alla rappresentazione del “dopo”, di una realtà post apocalittica in cui in un ambiente ormai urbano, il risultato dell’attività dell’uomo si sgretola sotto gli occhi degli spettatori, liberando spazi che, in alcuni casi, vengono progressivamente riconquistati dalla natura con la serie The City, tuttora in corso. In questo ultimo filone della produzione di Lori Nix emergono i temi cardine della sua poetica, dalla scelta di muoversi lungo una linea sottile che separa l’installazione dalla fotografia, a una componente surreale che permette di identificare che quelli ritratti non sono luoghi reali, non sono il risultato di eventi realmente accaduti, sono piuttosto simboli. L’idea non è riprodurre il vero, quanto per dirla con le stesse parole dell’artista “rappresentare figure del (mio) mondo interiore, non del mondo che esiste là fuori”. Verità o finzione o ancora qualcosa di diverso, con la fotografia che fissa un microcosmo che è al contempo reale e fittizio.

Museum of Art, 2005, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary
Control room, 2010, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

Probabilmente è per questo che osservando Museum of Art, in cui il trionfo della natura è tutto in quelle piante che crescono infiltrandosi tra i muri, negli interstizi, o ancora Control room, in cui domina un senso di decadenza, la sensazione è ben diversa da quella che si prova guardando soggetti analoghi, o molto simili fotografati in tutta la loro terribile realtà da Gerd Ludwig. Non prevale quindi l’angoscia e il senso di desolazione non è opprimente, spesso rotto da singoli dettagli colorati, il vuoto, l’assenza paiono forieri di cambiamento, questa sorta di mancanza può essere letta come fonte di possibilità. Certo è vero, la civilizzazione è in rovina, l’uomo è scomparso, ma non così le sue tracce, non solo sotto forma di meri oggetti di consumo, ma anche dei frutti, ben più duraturi, del suo ingegno, del suo talento.
Resta in ogni caso, credo, una domanda in sottofondo, ossia se questo sia davvero il futuro che ci attende o se messe di fronte a queste visioni post-catastrofiche le persone sapranno scegliere un’altra via. Le singole fotografie diventano così, nell’intenzione dell’artista, “spazi sicuri” per riflettere, in particolare sulle sempre più pressanti sfide ambientali .

Una menzione speciale merita la cura dell’allestimento in galleria in cui non sono solo le opere a essere protagoniste, ma l’intero processo creativo di Lori Nix grazie alla presenza di alcune miniature create appositamente – utilizzando materiali comuni – per comporre i minuziosi e complessi diorami che verranno poi fotografati in pellicola con una macchina di grande formato, senza ulteriori interventi o manipolazioni dell’immagine finale.

Anatomy classroom, 2012, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

Non posso che chiudere con la fotografia che sceglierei se dovessi “condensare” Lori Nix in una ipotetica raccolta di singole opere al capitolo staged photography e raccomandare la visita di questa mostra – a ritmo lento, magari tornando sui propri passi più volte per cogliere sfumature e dettagli.

Circulation Desk, 2012, dalla serie The City, courtesy Paci contemporary

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53.
http://www.pacicontemporary.com
Quando: dal 19 maggio 2020 negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero. Consigliata la prenotazione della visita.
Per approfondire: Lori Nix. Another world, VanillaEdizioni (testi in italiano e inglese) in vendita in galleria, Lori Nix: The City, 2013 in lingua inglese

Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

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Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Zorikto. New Steppe, Venezia

“Я смотрю в темноту, я вижу огни. Это где-то в степи полыхает пожар. Я вижу огни, вижу пламя костров. Это значит, что здесь скрывается зверь. Я гнался за ним столько лет, столько зим. Я нашел его здесь в этой степи.” (Zver, Nautilus Pompilius)

Ci sono mostre capaci di riportare in luce ricordi profondi, speciali, di luoghi finalmente vissuti dopo averli a lungo sognati. Capaci di evocare sapori e profumi, odori, sensazioni, momenti di condivisione in cui anche le barriere linguistiche, pur restando fermamente al loro posto, sembrano venire meno.
Ecco, questo è quello che ho provato entrando nella Chiesa Anglicana di San Giorgio a Venezia che ospita la personale di Zorikto Dorzhiev, artista di Ulan Ude rappresentato dalla Galleria Khankhalaev di Mosca e che qualcuno riconoscerà come il costumista del film “Mongol” di Sergej Bodrov.
Innanzitutto la cornice in cui sono inserite le opere è antitetica, se vogliamo, angusta rispetto a quella assenza di confini in cui ci conduce l’artista, eppure al contempo adatta con il suo respiro verso l’alto, con un autentico capovolgimento dei punti di riferimento.
Gli elementi del contenitore dialogano con il contenuto.

La collocazione spaziale diventa chiave di lettura, le coordinate si intersecano.
Guardo i quadri alle pareti e sono trasportata in quelle notti nelle yurte, in quelle lunghe giornate di spostamento in un apparente nulla, con il tempo e lo spazio che si dilatano, popolati da racconti e leggende di fieri cavalieri e principesse guerriere.
E poi improvvisamente in questa sede veneziana, proprio come allora nella steppa, quegli stessi fieri cavalieri prendono forma sulla sella di cavalli mai completamente domi.

Tutto è movimento, moto perpetuo, talvolta senza una chiara destinazione, giacché, come ci spiega Zorikto, “un nomade non viaggia in giro alla ricerca di una vita migliore. È piuttosto un artista, un poeta, un filosofo e spesso un solitario”.

Qui il tema della steppa rifugge dalla classica rappresentazione etnografica. La storia del singolo si mescola alla storia e all’epopea di un popolo narrata con le pennellate da un figlio di quel popolo che miscela sulla tela e nelle sue sculture tradizione e contemporaneità, antico e moderno, elementi onirici e oggettivi, legame con la terra e aspirazione al cielo. Colori e texture si fondono, ma emerge chiara un’estetica orientale nel segno grafico e nelle forme.

Il progetto espositivo ci guida insomma attraverso luoghi e culture, il tempo e lo spazio, narrandoci di migrazioni e trasformazioni, rivisitando soggetti e motivi di periodi storici diversi, ponendo al centro della scena non soltanto i cavalieri nomadi, quanto le diverse espressioni dello spirito del nomadismo che, come sottolineano i curatori, “sono naturali […] anche per le anime erranti del nostro tempo”.
E proprio queste anime erranti credo possano apprezzare appieno, meglio di chiunque altro, le suggestioni, la capacità evocativa delle opere di Zorikto in questa mostra assolutamente da non perdere.

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Dove: Venezia, Chiesa Anglicana di san Giorgio, Campo San Vio, Dorsoduro
Quando: dal 11/05/2019 al 24/11/2019, ore 10-18, chiuso il lunedì.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Zoritko. Painting, Graphics, Sculpture, ed. Khankhalaev Gallery, 2018