Mostra – Sandy Skoglund. Winter, Brescia

I always say that my work is actually very realistic to me, realistic, not surrealistic, is not fantasy. This is really the world as it is, as I see it. (Sandy Skoglund)

Dopo l’antologica a Torino le opere di Sandy Skoglund tornano in mostra nella sede bresciana di Paci contemporary (in cui, l’ho già detto in precedenza, gli spazi ex industriali sono stati recuperati in maniera sapiente).
E come per una celebre serie TV, anche per l’artista statunitense l’inverno è arrivato, a chiudere un lungo percorso, questa volta iniziato nel 2008 con un’inedita e onirica rilettura della primavera (Fresh Hybrid).
Si conclude quindi la prima metà di un ciclo, con la possibilità per il pubblico di entrare nella scenografia dell’installazione, di svelarne i minimi dettagli, dai cosiddetti eyeflakes, insoliti fiocchi di neve in ceramica e metallo, ai crumpled foil papers, fogli in alluminio modellati per ricreare un paesaggio invernale.
L’esperienza non è però soltanto un’immersione in questa visione invernale, ma piuttosto un viaggio, sulle pareti della galleria, attraverso l’intera evoluzione artistica della fotografa, dai primi lavori “più tradizionali” degli anni Settanta, al progressivo sviluppo della staged photography e al suo straordinario bestiario, fino a questa ultima immagine, un ibrido di tecniche e concetti che è la somma di tutte le sue forme d’arte.
Con Winter la scultura digitale entra per la prima volta a pieno titolo nel processo creativo dell’artista che aveva già lavorato e sperimentato con altri materiali, dalla resina alla plastica fino alla ceramica. Cambia lo strumento, ma non il concetto che la scultura sia come uno specchio – inconscio ci ricorda la stessa Skoglung – di colui che la crea, frutto del suo relazionarsi con le figure scolpite.

Un applauso a Paci contemporary per aver portato in Italia sia Winter sia Sandy Skoglund che, in un appuntamento a metà tra la conferenza e la lectio magistralis, ci ha raccontato di sé e della propria arte, della sua volontà di superare i confini della fotografia commerciale, portandola proprio nelle gallerie d’arte, di come la sua cifra stilistica sia la serialità, da intendersi come costante dialogo tra somiglianza e differenza.
Con le sue parole la fotografa ha trasportato il pubblico nel suo immaginario, nella sua personale visione del mondo, come palcoscenico, come finzione, offrendo diverse chiavi di lettura, come il gioco dei contrasti (tra l’alto e il basso, inteso spesso nel senso di kitsch o di pop, tra velocità e lentezza, tra uomo e natura e uomo e animale, tra semplice e complesso) che pervade la sua intera produzione e gli stessi metodi di lavoro.

Nell’attesa, personalmente spero non decennale, di un’altra stagione, per scoprire l’universo quasi cinematografico di Sandy Skoglund, sempre sospeso tra verità e finzione, tra razionale e irrazionale, tra “assurdo” e normale” vale davvero la pena di fare tappa a Brescia.

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 10/05/2019 al 30/09/2019 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time; il recentissimo Sandy Skoglund a cura di Germano Celant, in lingua inglese; Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – A visual protest. The art of Banksy, Mudec, Milano

If you get tired, learn to rest, not to quit

Lasciando da parte l’ossessione sulla vera identità dell’artista, le questioni legali e sul diritto d’autore e, soprattutto, la trita domanda se i graffiti siano davvero una forma d’arte, questa mostra vale senz’altro la pena di essere visitata e sulle pareti del Mudec le opere di Banksy perdono poco o nulla della loro forza di protesta.
Il percorso espositivo permette di scoprire le diverse anime di uno degli esponenti più noti della street art – presentando dipinti, print numerati, ma anche oggetti, fotografie e video – e di scoprire i temi chiave della sua produzione. Uomini e animali, metafore e messaggi, ribellione, comunicazione, provocazione, invito all’azione: è una sorta di compendio di Banksy quello che si sussegue nelle diverse sale, senza un filo cronologico, quanto tematico all’insegna di quella convinzione, ben espressa dalla citazione da Majakovskij: che apre la visita (“Siano le strade un trionfo dell’arte per tutti”). E da cui emergono evidenti sia le sfaccettature della protesta di Banksy, contro il potere ufficiale, la guerra, il consumismo, sia la sua ironia.
Parole e immagini si fondono per trasmettere messaggi sociali e politici espliciti, ma non, come rimproverano alcuni, con una predominanza del contenuto sulla forma, quanto piuttosto in una sintesi in cui i due elementi si arricchiscono reciprocamente, trascendendo anche le barriere linguistiche.

Uno dei pregi della mostra di Milano, curata da Gianni Mercurio, è che consente di calare Banksy in una sorta di dialogo con i movimenti, le correnti e gli artisti contemporanei o che lo hanno preceduto. Quindi è quasi impossibile non porre in relazione i ritratti e i simboli di Warhol con la serialità e riproducibilità che emergono chiaramente come cifra stilistica dell’artista dall’identità ignota, così come la marcata presenza del détournement non riflette una chiara impronta situazionista.

Interessante anche la sezione speciale dedicata ai video che “racconta” i murales che Banksy ha realizzato in diversi luoghi del mondo (in qualche caso già scomparsi) e sottolinea come il luogo, inteso proprio come spazio fisico e geografico, sia un aspetto fondamentale nel suo lavoro, una chiave di lettura, oltre che una fonte di ispirazione. Senza dimenticare il documentario, a cura di Butterfly Art News appositamente realizzato in cui si spiega l’approccio dell’artista attraverso i lavori.

Ma se tutto questo non sembrasse sufficiente a giustificare una trasferta milanese, basterebbe ricordare che sono esposte anche le opere che, nel 2004, furono raccolte nella mostra Pax Britannica: A Hellish Peace alla Aquarium Gallery di Londra, sponsorizzata da Stop the War Coalition. Un’occasione unica per scoprire uno dei vessilli più riusciti per tutti coloro che credono che la guerra non possa essere uno strumento per creare la pace.

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Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 21/11/2018 al 14/04/2019. Lunedì 10.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – domenica 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
http://www.mudec.it/ita/banksy-mudec-milano/
Per approfondire: catalogo della mostra*; Banksy. Wall and piece*; Banksy. Siete una minaccia di livello accettabile*; Cercasi Banksy disperatamente*



Mostra – Sandy Skoglund. Visioni ibride, Camera, Torino

My work involves the physical manifestation of emotional reality. Thus, the invisible becomes visible; the normal, abnormal; and the familiar, unfamiliar. Ordinary life is an endless source of fascination to me in its ritualistic objects and behavior.

(Sandy Skoglund)

Le opere di Sandy Skoglund le ho riscoperte solo di recente, all’inaugurazione nuova sede bresciana di Paci contemporary (ne ho raccontato qui http://indirezionenoncasuale.it/2018/12/19/mostra-horst-p-horst-a-legend-of-style-paci-contemporary-brescia/) e ho subito approfittato dell’occasione di vedere la prima antologica dell’artista a Torino che offre la possibilità di ripercorrere le tappe salienti del percorso della fotografa americana.
Dalle immagini degli anni Settanta, in cui emergono la ripetitività e la serialità come elementi dominanti, alle ambientazioni e ai tableaux vivants che l’hanno resa celebre, al trionfo del colore e alle costruzioni plastiche ricontestualizzate, al tema del cibo fino ai paesaggi incantati e artificiali di cui Winter (2018) costituisce l’ultima espressione.

La cura quasi maniacale con cui la Skoglund ricostruisce gli ambienti, i singoli dettagli delle sue opere, insomma con cui costruisce i propri mondi, si coglie perfettamente nell’allestimento torinese, così come emerge prepotente il tema del rapporto tra la natura e l’uomo, la riflessione sulla condizione del pianeta che abitiamo e, di riflesso, sul nostro ruolo, come umani, nel mondo.
Concretezza e materia si fondono con metafora e fantasia, grazie al talento e alla visione di colei che si definisce una image maker, una creatrice d’immagini, e che si è imposta come una delle espressioni più vivide e compiute della staged photography.
Nell’ottimo allestimento a cura di Germano Celant si susseguono fotografie, di grande e piccolo formato, e installazioni, ma sono anche presenti gli oggetti e le sculture (realistiche), le forme in resina e altri materiali con cui l’artista ha creato le sue immagini e proprio questa scelta rende la visita particolarmente interessante per il pubblico, giacché consente di gettare uno sguardo diverso sul gioco di trasformazioni che si sviluppa sotto i suoi occhi, di entrare nel meccanismo con cui la Skoglund muta l’ordinario in fantastico, surreale, con cui pone “l’uomo a confronto con il suo universo quotidiano e lo rovescia nell’angoscia del suo immaginario” come lei stessa ebbe a sottolineare per spiegare il suo personale approccio artistico già all’inizio degli anni ’80.

All’interno delle diverse sale ci si immerge in un universo a cavallo tra naturale e artificiale, vero e falso, esotico e comune, si è quasi travolti dal colore – rossi e verdi, gialli e viola, fino alle meravigliose sfumature di blu di Winter – con le tinte che concorrono a creare scene sospese, congelate nel tempo e nello spazio, a tratti incantate, altre volte enigmatiche, angoscianti.
La sensazione generale è simile a quella che deve aver provato Alice appena catapultata nel paese delle meraviglie e si esce con riluttanza per tornare alla vita reale. “Arrivederci a presto” Sandy.

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Dove: Torino, Camera, Centro Italiano per la Fotografia, Via delle Rosine 18
Quando: dal 24/01/2019 al 31/03/2019. Tutti i giorni 11.00 – 19.00; chiuso il martedì.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://camera.to/mostre/sandy-skoglund-visioni-ibride/
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time*; Sandy Skoglund* testo del curatore della mostra, Germano Celant, in lingua inglese (in corso di pubblicazione); Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – Steve McCurry, Animals, Mudec, Milano

Tra le mostre di McCurry che ho visto negli ultimi anni questa è onestamente quella che mi ha entusiasmato meno.
Ecco, mi sono tolta subito il peso.
Non è che le fotografie non siano, come sempre, spettacolari, né che il tema sia poco interessante, anzi.
La scelta di mettere gli animali al centro della scena, raccontandone anche il legame con l’uomo, e di puntare l’obiettivo sulla necessità di salvaguardare la natura, mi attirano moltissimo.
Ciò che mi ha lasciato perplessa è l’allestimento, in un nuovo spazio che appare forse incompleto o comunque non completamente adeguato ad accogliere il flusso dei visitatori e che rende l’esperienza meno godibile, quasi compressa, dando l’impressione che gli scatti sulle pareti siano ben meno di quei sessanta promessi.
Credo che una maggiore distanza tra le opere avrebbe consentito di ammirarle meglio e di diluire almeno un po’ il chiacchiericcio di fondo. (E se qualcuno se lo stesse chiedendo sono perfettamente consapevole di non poter pretendere l’assoluto silenzio e proprio per cercare di evitare “la folla” ho scelto di entrare la domenica mattina all’apertura).
Va invece applaudito chi ha studiato l’illuminazione, davvero ben posizionata per non creare sgradevoli ombre o effetti sulla carta lucida.
Tornando alle opere ho ritrovato con grandissimo piacere alcune immagini che per me rappresentano autentici ricordi di viaggio, dagli elefanti del Sudest asiatico agli animali in India, scene di quotidianità che ho vissuto in prima persona.
Come ben scrive Chiara Cola su Artslife “Ogni foto è frutto di uno scatto della durata di mezzo secondo, ma ugualmente è capace di raccontare storie che vanno ben al di là di questo breve lasso di tempo. Chi le osserva crea la propria versione dei fatti, che spesso è molto diversa dalla realtà”.
Finalmente ho anche potuto vedere una serie più corposa delle fotografie scattate da McCurry per documentare gli effetti della guerra nel Golfo che ritengo siano davvero, purtroppo, delle icone del nostro tempo. Gli uccelli cosparsi dal petrolio, ancora più dei cammelli che si muovono tra i pozzi in fiamme, dovrebbero spingere a riflettere su come, dal 1991, poco sia davvero cambiato in meglio e su come l’uomo continui incessantemente a distruggere l’ambiente che lo circonda. Una catastrofe che, immortalata sulla pellicola, diventa innegabile, ancora più spaventosa.

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Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 16/12/2018 al 14/04/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://www.mudec.it/ita/steve-mccurry/
Per approfondire: catalogo in vendita in mostra; Steve McCurry. Una vita per immagini*; Le storie dietro le fotografie*; Il mondo di Steve McCurry*

Mostra – Zerocalcare. scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli, Maxxi, Roma

Di Zerocalcare, al secolo Michele Rech, si è detto e scritto molto, in positivo e in negativo, con modalità che in un certo senso riportano al passato, quando gli schieramenti politici erano abbastanza nettamente definiti.
Ma pur se l’impegno politico è uno degli elementi essenziali dell’opera di Zerocalcare, la mostra al Maxxi riesce a non restituirci un’immagine monodimensionale, a non rinchiudere i fumetti in una scatola etichettata frettolosamente, perché le tavole e i poster che vediamo esposti sono molto di più, narrare la storia di chi li ha creati, ma anche della società in cui si sono sviluppati.
L’allestimento è molto “pensato”, non solo per il tema dell’armadillo che si ripete, e riesce a a trasmettere un ritratto a tutto tondo dell’autore insieme alla cronaca, non solo italiana, dell’ultimo trentennio, pur se all’inizio soffre la struttura stessa della sede che costringe a una non sempre agevole lettura della biografia dell’autore lungo la rampa di scale.
Colpisce in particolare il muro dedicato alle illustrazioni per concerti e manifestazioni che mostrano il talento e l’ironia di Zerocalcare prima che diventasse il “talento del fumetto italiano”, così come il suo interesse per l’impegno civile e sociale che è uno dei fili rossi che si dipanano nel percorso espositivo, insieme a quello della memoria e dell’appartenenza, a una famiglia, a una comunità, o meglio a quella tribù che da il nome a una delle quattro sezioni della mostra.
Indubitabilmente il fulcro dell’esposizione sono i fumetti, le tavole alle pareti in cui si ritrovano tutti i protagonisti dell’universo personale dell’autore, che da Rebibbia si spinge, in quella che è la sezione che ho preferito, Non-reportage, fino a una Kobane mai così vicina.
Ed è a tratti proprio la voce di Zerocalcare e di coloro che hanno avuto occasione di confrontarsi con lui, anche da prospettive inusuali, a guidarci nella lettura di tutta la sua produzione, così come è affascinante poter andare al di là del personaggio guardando la raccolta di quei “disegnetti” che utilizza in sostituzione dell’autografo.
Interessante è la visione del processo creativo che emerge dalle tavole originali dei diversi libri, in cui Zerocalcare dimostra di non essere solo un ottimo disegnatore, ma un altrettanto ottimo cantastorie, un artigiano anche della parola.

Il fumetto, lo si capisce appieno usciti da questa esperienza, è davvero un linguaggio trasversale e universale, capace di raccontare quotidianità e ideali, emozioni di ogni segno, piccoli momenti personali ed eventi di più ampia portata, in poche parole la realtà in tutte le sue sfaccettature.
Nelle strisce di Zerocalcare la parola è importante quanto se non più del segno e accanto ai personaggi si sorride, si ride, si piange, ci si schiera e si scoprono mondi.

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Dove:
Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 10/11/2018 al 31/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 11,50 euro.
Per approfondire: booklet della mostra
Catalogo*; La profezia dell’armadillo*; Kobane calling*; Dimentica il mio nome*; Un polpo alla gola*

Installazione: Carme Genesis

Iniziamo dalla sede che ospita Carme Genesis installazione realizzata da Quintessenz, il duo tedesco, formato da Thomas Granseuer e Tomislav Topic. Con grande soddisfazione mi capita sempre più spesso di visitare strutture e luoghi restituiti alla cittadinanza con una destinazione diversa all’insegna dell’arte.
È questo il caso della vecchia chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, oggi sconsacrata e chiamata Sala, che grazie alle sue dimensioni e alla sua configurazione si è trasformata in uno splendido spazio espositivo.
Metallo e legno convivono con mura bianchissime in un recupero ben riuscito che gioca tra antico e moderno in cui gli elementi architettonici sono completamente inglobati nel progetto e contemporaneamente spiccano, aggiungendo punti di frattura nella prospettiva.
La Sala è già uno spettacolo quando è vuota, ma la suggestione è amplificata al massimo da un’installazione in cui colori, materiali e forme richiamano all’antica sacralità, accentuando l’altezza dei soffitti e l’ampio respiro della navata che viene riempita con una cascata verticale di pannelli colorati che riescono ad apparire corporei ed incorporei al tempo stesso. Un gradiente che invita a sollevare gli occhi (e lo spirito) verso l’alto, etereo e costantemente mutevole a seconda dell’effetto della luce che lo colpisce, in quello che alcuni hanno definito come “un ponte tra la terra e il cielo” che si inserisce perfettamente in questa cornice.

Nelle nicchie laterali e nell’ex coro graffi di colore rompono il candore delle pareti, ma l’attenzione è costantemente attratta dalla sovrapposizione dei pannelli, dalla loro costante interazione con la luce, mentre ci si muove quasi attraverso l’opera stessa.
Noi ci siamo goduti l’esperienza probabilmente nella sua dimensione ottimale, circondati dalla musica eppure in silenzio, in totale solitudine, anche se immagino che la presenza del pubblico possa aggiungere anche un’altra dimensione, quella del movimento, all’installazione.
Si esce dalla Sala, per immergersi nelle vie del Carmine, con due certezze, la prima è che quest’opera site-specific del collettivo Quintessenz è una conferma dei motivi della sua crescente notorietà e la seconda è che Brescia si sta aprendo sempre di più all’arte contemporanea.

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Dove: Brescia, Carme – Centro Arti Multiculturali Etnosociale, Via delle Battaglie
Quando: mercoledì – domenica 16.00 alle 20.00, dal 8 febbraio al 3 marzo 2019
Come: ingresso libero
http://www.carmebrescia.it/quintessenz

Mostra – Pollock e la Scuola di New York, Complesso del Vittoriano, Roma

La premessa è che avrei voluto più Pollock in mostra, anche se il percorso alla scoperta della Scuola di New York risulta senz’altro interessante.
L’espressionismo astratto, da leggere attraverso la lente di anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione, cattura i visitatori nell’ennesimo allestimento ben riuscito a cura di Arthemisia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, la prima dedicata a Jackson Pollock, il cosiddetto “primo artista americano”, con una selezione di opere importanti, tra cui quel Number 27, 1950 scelto come immagine simbolo di questo appuntamento romano ed esposto per la prima volta nella capitale.
Al Vittoriano si ha la possibilità di immergersi autenticamente nel processo creativo di un artista di rottura – che ha sviluppato tecniche di pittura spontanea che consistono soprattutto nello sgocciolare (dripping) o versare (pouring) il colore sulla tela stesa sul pavimento dello studio – una sorta di danza che porta il pittore a entrare direttamente dentro nel quadro, da ogni prospettiva, da tutti i lati. Con lo sguardo rivolto verso il soffitto, attento a cogliere ogni goccia, ogni gesto, il pubblico è portato a vivere, quasi in diretta, l’action painting di Pollock.

Dalla seconda all’ultima sezione si sviluppa, partendo dai suoi esordi, la storia della Scuola di New York, che trova alcune delle sue radici profonde nella cultura europea, da Picasso a Mirò, fino alla poesia di Baudelaire.
In questa carrellata di artisti mi hanno colpito particolarmente le opere di Sam Francis dove i colori e le linee marcate si concentrano in porzioni ridotte della tela, lasciando ampi spazi liberi a trasformare il bianco del fondo in materia pittorica, e Blue Territory di Helen Frankenthaler dipinta anch’essa appoggiando la tela sul pavimento, alla maniera di Pollock che ben rappresenta il concetto di Color Field per l’utilizzo di strati sovrapposti delle stesse tonalità.

L’esposizione termina con la sezione dedicata a Mark Rothko, che visito abbastanza frettolosamente, senza particolare entusiasmo, poiché si tratta di un artista che non sono mai riuscita a capire sino in fondo, che non mi trasmette sensazioni o emozioni particolari.
Per me è come se il percorso positivo si fosse chiuso in calando anziché in crescendo.

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Dove: Roma, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Quando: dal 10/10/2018 al 24/02/2019
Come: biglietto intero 15 euro (con audioguida)
http://www.arthemisia.it/it/pollock-roma/

Didascalie opere:
Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950/ “Fireworks”, 1950 Oil, enamel, and aluminum paint on composition board, 56,8×56,5 cm Whitney Museum of American Art, New York; gift of Mildred S. Lee 99.59 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Jackson Pollock (1912-1956) Untitled, c. 1933-1939 Wax crayon and graphite pencil on paper, Sheet: 38,1 × 25,4 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Julia B. Engel Purchase Fund and the Drawing Committee 85.17 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Helen Frankenthaler (1928-2011) Blue Territory 1955 Oil and enamel on canvas, 291,6×150,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Friends of the Whitney Museum of American Art 57.8 © Helen Frankenthaler by SIAE 201

Mostra – Paolo Pellegrin. Un’antologia, Maxxi, Roma

Nel mio lavoro, io pongo domande ed esprimo preoccupazioni. È un’opportunità per mettere in circolazione un sistema di anticorpi, senza alcuna pretesa di rendere il mondo un posto migliore, ma per avviare una conversazione con il mondo. (Paolo Pellegrin)

Entrando nella prima sala della Galleria 5 che ospita la mostra dedicata a Paolo Pellegrin si ha quasi l’impressione di entrare in un luogo sospeso, senza tempo, in una caverna in cui la luce, in realtà, non è da ricercare al di fuori, ma sulle pareti della stessa, nelle immagini che raccontano le storie, a tratti tragiche, di esseri umani e della Natura.
Proprio buio e luce, i due opposti tra cui si snoda l’intera esposizione, sono i tratti caratteristici di un allestimento perfettamente riuscito.
La prima sezione è dominata da un nero che diviene quasi una forma fisica, capace di assorbire tanto il tempo, quanto i suoni e ogni colore, accentuando i temi dominanti delle immagini: dolore, guerra, distruzione, una tragedia, spesso insensata, che si consuma tanto sotto gli occhi dei visitatori che negli sguardi dei protagonisti.
Il bianco e nero delle fotografie non fa sconti, non concede tregua , è una precisa cifra stilistica di un modo profondo di intendere il lavoro del fotografo, quasi come una sorta di indagine dell’animo umano e delle sue verità in un gioco di relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante.
L’elemento della casualità è volutamente assente, così come è assente ogni giudizio.

In fondo alla galleria si chiude la prima sezione con una serie di ritratti/figure, che l’autore definisce “fantasmi”, colti in momenti di passaggio che ci conducono progressivamente verso la luce, sia quella che proviene dall’esterno, attraverso le grandi vetrate, sia quella che caratterizza la seconda parte della mostra, in cui prevale l’elemento naturale nelle sue diverse forme su muri bianchissimi.

Uno degli aspetti più interessanti dell’allestimento è il corridoio che collega le due sezioni e che regala, in pochi metri, una panoramica del “dietro le quinte” della ricerca di Pellegrin, tra i suoi taccuini, schizzi e appunti, tasselli estremamente importanti per comprendere come il fotografo costruisce i propri reportage, fondati su osservazione e analisi e soprattutto lettura, giacché, come ha ricordato “se una foto non è abbastanza buona è perché non hai letto abbastanza”.

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Dove: Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 7/11/2018 al 10/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 12 euro.
https://www.maxxi.art/events/paolo-pellegrin-unantologia
Per approfondire: booklet della mostra, catalogo*, fotolibro* ed. Contrasto.

Mostra – Dream. L’arte incontra i sogni, Chiostro del Bramante, Roma

DREAM. L’arte incontra i sogni completa la trilogia, ideata e curata da Danilo Eccher per il Chiostro del Bramante, iniziata con LOVE. L’arte incontra l’amore (2016) e proseguita con ENJOY. L’arte incontra il divertimento (2017).

Nelle parole del curatore in questa mostra “i sogni incontrano la grande arte contemporanea” consentendo ai visitatori di scandagliare l’inconscio e l’onirico, mentre nelle diverse sale prendono forma magia e utopia, incanto e desideri, sempre accompagnati da un’audioguida originale, che con le voci di 14 attori italiani e gli scritti di Ivan Cotroneo, racconta una storia più che le opere stesse. Devo dire che proprio questo nuovo concetto di audioguida è una dei punti vincenti di una proposta che non mi ha interamente convinto, pur se alcune storie avrebbero bisogno di essere declamate con voce meno stentorea, meno da “prova d’attore”.

Mi piacciono le mostre che esplorano un tema e non solo l’opera di un singolo artista e nel complesso non posso che consigliare una visita al Chiostro del Bramante, ma ho trovato Dream a tratti poco interessante, soprattutto per alcune sculture che non mi hanno trasmesso alcuna sensazione né emozione.
So che ci sono artisti di grande richiamo e capisco la scelta di giocarsi subito una carta come Bill Viola all’inizio del percorso espositivo, ma onestamente ho sperato che la sua installazione non dettasse l’intero tono della visita. Così come non mi ha per nulla entusiasmato la scultura di Anish Kapoor.
Di tutt’altro impatto l’installazione di Tsuyoshi Tane (LIGHT is TIME) che con le sue oltre 65.000 piastre metalliche conduce in uno spazio surreale, in cui i confini si perdono, così come si smarrisce il senso del tempo, uno spazio autenticamente onirico, in cui perdersi e ritrovarsi per un’autentica esperienza immersiva, da gustare al meglio in solitudine attraversando letteralmente l’opera.

Tra i protagonisti della mia personalissima classifica delle opere preferite (che cito in rigoroso ordine di apparizione) anche Christian Boltanski che con Le Théâtre d’Ombres riporta all’infanzia, vissuta o immaginata. Spiando da un’apertura nel muro si lascia spaziare lo sguardo sulle immagini proiettate in un teatrino che risulta giocoso solo all’apparenza, senza che sia completamente celato un senso intrinseco di inquietudine in una danza di luci e ombre.
Per Ryoji Ikeda (data.tron [WUXGA version]) è il suono puro il vero protagonista, senza composizione, mentre scorrono ipnotiche immagini di dati multimediali, pixel, codici a barre, frequenze e pulsazioni.
Untitled di Anselm Kiefer riprende uno dei temi dominanti della sua poetica, le stelle, e il sogno si mescola all’astronomia e lo spettatore riesce quasi a percepire il peso fisico della volta celeste. Un tema quello dell’immensità del cosmo che ritorna anche con l’opera site specific di Tatsuo Miyajima (Time Sky) in cui l’artista invita il pubblico a sdraiarsi sul pavimento per assorbire l’energia dell’installazione e il continuo divenire che ci circonda.

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Dove: Roma, Chiostro del Bramante,
Quando: dal 29/09/2018 al 5/05/2019. Da lunedì a venerdì 10.00 – 20.00; sabato e domenica 10.00 – 21.00. La biglietteria chiude un’ora prima
Come: biglietto intero 14 euro (con audioguida).
https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/dream/
Catalogo ed. Skira; Le voci del sogno raccoglie le storie che accompagnano i visitatori della mostra (anche in formato Kindle)

Mostra – Sarah Sze, Gagosian Gallery, Roma

Ghost Print (Half-life), 2018 Olio, acrilico, carta d’archivio, adesivo, scotch, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, vernice ad acqua su legno © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian

Ci sono nomi di gallerie d’arte, nel mondo dell’arte moderna e contemporanea, estremamente evocativi, Gagosian è uno di questi.
Per molto tempo non mi sono azzardata a entrare nelle gallerie d’arte, credo sulla base della convinzione che mi sarei potuta solo permettere di ammirare le opere esposte e mai di acquistarle e di conseguenza temendo una qualche sorta di giudizio negativo da parte dei galleristi. Più o meno consciamente ritenevo che non si trattasse di luoghi in cui semplicemente vivere l’arte, quasi come se fosse richiesta una qualche parola d’ordine, a me sconosciuta, per poter varcare la soglia.
Fortunatamente, negli ultimi anni, ho superato questo freno e quindi nelle mie recenti “vacanze romane” ho inserito in programma anche una visita propria alla Gagosian che proponeva un’interessante personale dell’artista americana Sarah Sze, conosciuta in Italia grazie alla sua presenza alla Biennale di Venezia.

Gli spazi della galleria sono come un’enorme tela bianca su cui spiccano quelli che la Sze definisce “segni nel tempo”, da leggere non come meri dipinti ma come sculture, in cui si sovrappongono diverse dimensioni, medium, materiali spesso ricavati dal quotidiano: carta, inchiostro, pittura.
È la forza dei colori a catturare l’occhio del visitatore, anche nelle opere di minori dimensioni, senza però spingerlo a un’immobilità contemplativa, quanto piuttosto a un moto perpetuo attorno ai dipinti/collage, per coglierne ogni dettaglio, ogni sfumatura, ogni possibile (personalissima) interpretazione.

Ognuno dei sei lavori ha bisogno di tempo e del vuoto che lo circonda per essere in qualche modo assimilato e integrato in un quadro più grande che è quello che attende nella sala ovale e che è uno scorcio dell’universo artistico della Sze verso cui si è irresistibilmente attratti.
Seguendo le macchie di luce sul pavimento – note di una novella Pifferaia Magica – si arriva al fulcro dell’esposizione dove domina la (video) installazione Flash Point ultima nata nella serie Timekeeper iniziata nel 2015 in cui tempo e spazio interagiscono, si mescolano, grazie a una commistione di scultura, cinema e pittura.
Nel buio immagini e scene in movimento compaiono senza apparente soluzione di continuità, si modificano sui diversi supporti fisici, con i ricordi che prendono vita in una sorta di “lanterna magica” che avvolge, fagocita il visitatore, immergendolo in un flusso costante da cui far emergere frammenti di significato, di esperienze vissute, di bellezza. Si esce con la sensazione di aver scoperto qualcosa e, almeno nel mio caso, con la curiosità di scoprire cosa spinge un gallerista a scegliere un determinato artista da presentare, con la voglia di conoscere nuovi linguaggi e di aprire a breve le porte di un’altra, di molte altre gallerie.

Courtesy of the artist and Gagosian/dell’artista e Gagosian Photo by Matteo D’Eletto M3 Studio

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Dove: Roma, Gagosian Gallery, via Francesco Crispi 16
Quando: dal 13/10/2018 al 26/01/2019
Come: ingresso gratuito negli orari di apertura della galleria
https://gagosian.com/exhibitions/2018/sarah-sze/

Immagini: © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian