Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

Piè di pagina
Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Zorikto. New Steppe, Venezia

“Я смотрю в темноту, я вижу огни. Это где-то в степи полыхает пожар. Я вижу огни, вижу пламя костров. Это значит, что здесь скрывается зверь. Я гнался за ним столько лет, столько зим. Я нашел его здесь в этой степи.” (Zver, Nautilus Pompilius)

Ci sono mostre capaci di riportare in luce ricordi profondi, speciali, di luoghi finalmente vissuti dopo averli a lungo sognati. Capaci di evocare sapori e profumi, odori, sensazioni, momenti di condivisione in cui anche le barriere linguistiche, pur restando fermamente al loro posto, sembrano venire meno.
Ecco, questo è quello che ho provato entrando nella Chiesa Anglicana di San Giorgio a Venezia che ospita la personale di Zorikto Dorzhiev, artista di Ulan Ude rappresentato dalla Galleria Khankhalaev di Mosca e che qualcuno riconoscerà come il costumista del film “Mongol” di Sergej Bodrov.
Innanzitutto la cornice in cui sono inserite le opere è antitetica, se vogliamo, angusta rispetto a quella assenza di confini in cui ci conduce l’artista, eppure al contempo adatta con il suo respiro verso l’alto, con un autentico capovolgimento dei punti di riferimento.
Gli elementi del contenitore dialogano con il contenuto.

La collocazione spaziale diventa chiave di lettura, le coordinate si intersecano.
Guardo i quadri alle pareti e sono trasportata in quelle notti nelle yurte, in quelle lunghe giornate di spostamento in un apparente nulla, con il tempo e lo spazio che si dilatano, popolati da racconti e leggende di fieri cavalieri e principesse guerriere.
E poi improvvisamente in questa sede veneziana, proprio come allora nella steppa, quegli stessi fieri cavalieri prendono forma sulla sella di cavalli mai completamente domi.

Tutto è movimento, moto perpetuo, talvolta senza una chiara destinazione, giacché, come ci spiega Zorikto, “un nomade non viaggia in giro alla ricerca di una vita migliore. È piuttosto un artista, un poeta, un filosofo e spesso un solitario”.

Qui il tema della steppa rifugge dalla classica rappresentazione etnografica. La storia del singolo si mescola alla storia e all’epopea di un popolo narrata con le pennellate da un figlio di quel popolo che miscela sulla tela e nelle sue sculture tradizione e contemporaneità, antico e moderno, elementi onirici e oggettivi, legame con la terra e aspirazione al cielo. Colori e texture si fondono, ma emerge chiara un’estetica orientale nel segno grafico e nelle forme.

Il progetto espositivo ci guida insomma attraverso luoghi e culture, il tempo e lo spazio, narrandoci di migrazioni e trasformazioni, rivisitando soggetti e motivi di periodi storici diversi, ponendo al centro della scena non soltanto i cavalieri nomadi, quanto le diverse espressioni dello spirito del nomadismo che, come sottolineano i curatori, “sono naturali […] anche per le anime erranti del nostro tempo”.
E proprio queste anime erranti credo possano apprezzare appieno, meglio di chiunque altro, le suggestioni, la capacità evocativa delle opere di Zorikto in questa mostra assolutamente da non perdere.

Piè di pagina
Dove: Venezia, Chiesa Anglicana di san Giorgio, Campo San Vio, Dorsoduro
Quando: dal 11/05/2019 al 24/11/2019, ore 10-18, chiuso il lunedì.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Zoritko. Painting, Graphics, Sculpture, ed. Khankhalaev Gallery, 2018

Mostra – Preraffaelliti. Amore e desiderio, Palazzo Reale, Milano

Sometimes thou seem’st not as thyself alone, But as the meaning of all things that are.
(Dante Gabriel Rossetti)

La premessa è che da sempre i Preraffaelliti mi affascinano e quindi non potevo mancare all’appuntamento a Palazzo Reale con la promessa di poter ammirare “in mostra oltre 80 capolavori” (a questo proposito è assolutamente più onesta la versione in inglese della brochure in cui si legge semplicemente “more than 80 works”). La realtà è stata, purtroppo, inferiore alle attese, soprattutto se si torna con la memoria all’esposizione torinese a Palazzo Chiablese del 2014.
Infatti, pur se è innegabile la presenza di alcuni dipinti iconici, come l’Ofelia di Millais e la Lady of Shalott di Waterhouse, oltre ad alcune opere di Rossetti, nel complesso ho avuto la sensazione di una mostra non completamente riuscita, non sufficientemente curata dal punto di vista dell’apparato critico, sin troppo scolastico, con molti schizzi e bozzetti poco contestualizzati.
L’idea di presentare i disegni preparatori è senz’altro valida se questi sono accompagnati dall’opera finale, in caso contrario, rischiano di diventare ripetitivi e di non aggiungere nulla di significativo all’esperienza di visita, se non in termini di quantità di pezzi esposti.
Sempre parlando di allestimento, ho trovato davvero molto antiquato, direi addirittura triste, il concetto del video finale, una serie di immagini tratte dal catalogo che scorrevano su uno schermo, senza alcun commento o guida alla visita da parte dei curatori.
Di contro l’aver ricreato l’effetto delle finestre di una cattedrale, o forse di un castello, in alcune delle sale ha contribuito all’immersione nella poetica preraffaellita, senza forzature. Una nota di merito va decisamente a chi si è occupato dell’illuminazione per aver adottato soluzioni che, finalmente, consentono di godere appieno dei quadri esposti, senza riflessi e ombre estranee.

Lasciando da parte gli aspetti che non mi hanno convinto, la mostra a Palazzo Reale, attraverso un’articolazione in sezioni tematiche, offre uno sguardo a tutto tondo sul movimento in generale e sull’arte dei diciotto artisti rappresentati, consentendo di cogliere tanto i temi comuni – la cosiddetta modernità medievale su tutti – che i tratti distintivi dei singoli stili, insieme agli elementi di ribellione all’estetica dominante e di rottura delle convenzioni, una nuova fedeltà alla natura nella riproduzione su tela, un gioco sapiente di luci e un ripensamento delle prospettive.
Dei Preraffaelliti amo in particolare il richiamo alla letteratura e alle storie medioevali, dunque vedere Artù o San Giorgio prendere vita nelle opere di Rossetti mi ha lasciato come sempre incantata, quasi incapace di staccare lo sguardo dalla miriade di dettagli che popolano i quadri, che riescono a essere estremamente evocativi nonostante le dimensioni contenute.

Dante Gabriel Rossetti, The Wedding of St George and Princess Sabra, 1857

Sempre restando nell’ambito delle rielaborazioni per immagini di classici letterari, uno degli ambiti in cui meglio si esprime la visione artistica dei Preraffaelliti, la vera grande sorpresa è stata Kit’s writing Lesson di Marineau che racconta una delle scene di La bottega dell’antiquario di Dickens. Credo che se fosse stato possibile fotografare i personaggi di Dickens e gli ambienti in cui si muovono, il risultato sarebbe qualcosa di molto simile a questo quadro. Un’autentica immersione nel celeberrimo romanzo a puntate.

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s writing Lesson, 1852

Nel percorso espositivo a Milano ampio spazio è dato all’elemento femminile, in un susseguirsi di opere che ritraggono quasi sempre donne reali, anche se celate nei panni di eroine bibliche, storiche o di fantasia, si vedano le già citate Ofelia e Dama di Shalott (rispettivamente da Shakespeare e Tennyson), ma anche la giovane del quadro April Love di Hughes, che si appropriano della scena fino a divenire autentiche icone di stile – a cavallo tra l’immagine angelicata e la personificazione stessa della tentazione – non solo per i contemporanei, ma per l’intera cultura occidentale, proponendo un ideale del “bello” senza tempo.

Arthur Hughes, April Love, 1855-6

Piè di pagina
Dove: Milano, Palazzo Reale
Quando: dal 19/06/2019 al 06/10/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
https://www.palazzorealemilano.it/mostre/amore-e-desiderio
Per approfondire: https://www.khanacademy.org/humanities/becoming-modern/victorian-art-architecture/pre-raphaelites/a/a-beginners-guide-to-the-pre-raphaelites; catalogo*; I Preraffaelliti* ed. Taschen;


Mostra – Sandy Skoglund. Winter, Brescia

I always say that my work is actually very realistic to me, realistic, not surrealistic, is not fantasy. This is really the world as it is, as I see it. (Sandy Skoglund)

Dopo l’antologica a Torino le opere di Sandy Skoglund tornano in mostra nella sede bresciana di Paci contemporary (in cui, l’ho già detto in precedenza, gli spazi ex industriali sono stati recuperati in maniera sapiente).
E come per una celebre serie TV, anche per l’artista statunitense l’inverno è arrivato, a chiudere un lungo percorso, questa volta iniziato nel 2008 con un’inedita e onirica rilettura della primavera (Fresh Hybrid).
Si conclude quindi la prima metà di un ciclo, con la possibilità per il pubblico di entrare nella scenografia dell’installazione, di svelarne i minimi dettagli, dai cosiddetti eyeflakes, insoliti fiocchi di neve in ceramica e metallo, ai crumpled foil papers, fogli in alluminio modellati per ricreare un paesaggio invernale.
L’esperienza non è però soltanto un’immersione in questa visione invernale, ma piuttosto un viaggio, sulle pareti della galleria, attraverso l’intera evoluzione artistica della fotografa, dai primi lavori “più tradizionali” degli anni Settanta, al progressivo sviluppo della staged photography e al suo straordinario bestiario, fino a questa ultima immagine, un ibrido di tecniche e concetti che è la somma di tutte le sue forme d’arte.
Con Winter la scultura digitale entra per la prima volta a pieno titolo nel processo creativo dell’artista che aveva già lavorato e sperimentato con altri materiali, dalla resina alla plastica fino alla ceramica. Cambia lo strumento, ma non il concetto che la scultura sia come uno specchio – inconscio ci ricorda la stessa Skoglung – di colui che la crea, frutto del suo relazionarsi con le figure scolpite.

Un applauso a Paci contemporary per aver portato in Italia sia Winter sia Sandy Skoglund che, in un appuntamento a metà tra la conferenza e la lectio magistralis, ci ha raccontato di sé e della propria arte, della sua volontà di superare i confini della fotografia commerciale, portandola proprio nelle gallerie d’arte, di come la sua cifra stilistica sia la serialità, da intendersi come costante dialogo tra somiglianza e differenza.
Con le sue parole la fotografa ha trasportato il pubblico nel suo immaginario, nella sua personale visione del mondo, come palcoscenico, come finzione, offrendo diverse chiavi di lettura, come il gioco dei contrasti (tra l’alto e il basso, inteso spesso nel senso di kitsch o di pop, tra velocità e lentezza, tra uomo e natura e uomo e animale, tra semplice e complesso) che pervade la sua intera produzione e gli stessi metodi di lavoro.

Nell’attesa, personalmente spero non decennale, di un’altra stagione, per scoprire l’universo quasi cinematografico di Sandy Skoglund, sempre sospeso tra verità e finzione, tra razionale e irrazionale, tra “assurdo” e normale” vale davvero la pena di fare tappa a Brescia.

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 10/05/2019 al 30/09/2019 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time; il recentissimo Sandy Skoglund a cura di Germano Celant, in lingua inglese; Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – A visual protest. The art of Banksy, Mudec, Milano

If you get tired, learn to rest, not to quit

Lasciando da parte l’ossessione sulla vera identità dell’artista, le questioni legali e sul diritto d’autore e, soprattutto, la trita domanda se i graffiti siano davvero una forma d’arte, questa mostra vale senz’altro la pena di essere visitata e sulle pareti del Mudec le opere di Banksy perdono poco o nulla della loro forza di protesta.
Il percorso espositivo permette di scoprire le diverse anime di uno degli esponenti più noti della street art – presentando dipinti, print numerati, ma anche oggetti, fotografie e video – e di scoprire i temi chiave della sua produzione. Uomini e animali, metafore e messaggi, ribellione, comunicazione, provocazione, invito all’azione: è una sorta di compendio di Banksy quello che si sussegue nelle diverse sale, senza un filo cronologico, quanto tematico all’insegna di quella convinzione, ben espressa dalla citazione da Majakovskij: che apre la visita (“Siano le strade un trionfo dell’arte per tutti”). E da cui emergono evidenti sia le sfaccettature della protesta di Banksy, contro il potere ufficiale, la guerra, il consumismo, sia la sua ironia.
Parole e immagini si fondono per trasmettere messaggi sociali e politici espliciti, ma non, come rimproverano alcuni, con una predominanza del contenuto sulla forma, quanto piuttosto in una sintesi in cui i due elementi si arricchiscono reciprocamente, trascendendo anche le barriere linguistiche.

Uno dei pregi della mostra di Milano, curata da Gianni Mercurio, è che consente di calare Banksy in una sorta di dialogo con i movimenti, le correnti e gli artisti contemporanei o che lo hanno preceduto. Quindi è quasi impossibile non porre in relazione i ritratti e i simboli di Warhol con la serialità e riproducibilità che emergono chiaramente come cifra stilistica dell’artista dall’identità ignota, così come la marcata presenza del détournement non riflette una chiara impronta situazionista.

Interessante anche la sezione speciale dedicata ai video che “racconta” i murales che Banksy ha realizzato in diversi luoghi del mondo (in qualche caso già scomparsi) e sottolinea come il luogo, inteso proprio come spazio fisico e geografico, sia un aspetto fondamentale nel suo lavoro, una chiave di lettura, oltre che una fonte di ispirazione. Senza dimenticare il documentario, a cura di Butterfly Art News appositamente realizzato in cui si spiega l’approccio dell’artista attraverso i lavori.

Ma se tutto questo non sembrasse sufficiente a giustificare una trasferta milanese, basterebbe ricordare che sono esposte anche le opere che, nel 2004, furono raccolte nella mostra Pax Britannica: A Hellish Peace alla Aquarium Gallery di Londra, sponsorizzata da Stop the War Coalition. Un’occasione unica per scoprire uno dei vessilli più riusciti per tutti coloro che credono che la guerra non possa essere uno strumento per creare la pace.

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Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 21/11/2018 al 14/04/2019. Lunedì 10.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – domenica 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 14 euro.
http://www.mudec.it/ita/banksy-mudec-milano/
Per approfondire: catalogo della mostra*; Banksy. Wall and piece*; Banksy. Siete una minaccia di livello accettabile*; Cercasi Banksy disperatamente*



Mostra – Sandy Skoglund. Visioni ibride, Camera, Torino

My work involves the physical manifestation of emotional reality. Thus, the invisible becomes visible; the normal, abnormal; and the familiar, unfamiliar. Ordinary life is an endless source of fascination to me in its ritualistic objects and behavior.

(Sandy Skoglund)

Le opere di Sandy Skoglund le ho riscoperte solo di recente, all’inaugurazione nuova sede bresciana di Paci contemporary (ne ho raccontato qui http://indirezionenoncasuale.it/2018/12/19/mostra-horst-p-horst-a-legend-of-style-paci-contemporary-brescia/) e ho subito approfittato dell’occasione di vedere la prima antologica dell’artista a Torino che offre la possibilità di ripercorrere le tappe salienti del percorso della fotografa americana.
Dalle immagini degli anni Settanta, in cui emergono la ripetitività e la serialità come elementi dominanti, alle ambientazioni e ai tableaux vivants che l’hanno resa celebre, al trionfo del colore e alle costruzioni plastiche ricontestualizzate, al tema del cibo fino ai paesaggi incantati e artificiali di cui Winter (2018) costituisce l’ultima espressione.

La cura quasi maniacale con cui la Skoglund ricostruisce gli ambienti, i singoli dettagli delle sue opere, insomma con cui costruisce i propri mondi, si coglie perfettamente nell’allestimento torinese, così come emerge prepotente il tema del rapporto tra la natura e l’uomo, la riflessione sulla condizione del pianeta che abitiamo e, di riflesso, sul nostro ruolo, come umani, nel mondo.
Concretezza e materia si fondono con metafora e fantasia, grazie al talento e alla visione di colei che si definisce una image maker, una creatrice d’immagini, e che si è imposta come una delle espressioni più vivide e compiute della staged photography.
Nell’ottimo allestimento a cura di Germano Celant si susseguono fotografie, di grande e piccolo formato, e installazioni, ma sono anche presenti gli oggetti e le sculture (realistiche), le forme in resina e altri materiali con cui l’artista ha creato le sue immagini e proprio questa scelta rende la visita particolarmente interessante per il pubblico, giacché consente di gettare uno sguardo diverso sul gioco di trasformazioni che si sviluppa sotto i suoi occhi, di entrare nel meccanismo con cui la Skoglund muta l’ordinario in fantastico, surreale, con cui pone “l’uomo a confronto con il suo universo quotidiano e lo rovescia nell’angoscia del suo immaginario” come lei stessa ebbe a sottolineare per spiegare il suo personale approccio artistico già all’inizio degli anni ’80.

All’interno delle diverse sale ci si immerge in un universo a cavallo tra naturale e artificiale, vero e falso, esotico e comune, si è quasi travolti dal colore – rossi e verdi, gialli e viola, fino alle meravigliose sfumature di blu di Winter – con le tinte che concorrono a creare scene sospese, congelate nel tempo e nello spazio, a tratti incantate, altre volte enigmatiche, angoscianti.
La sensazione generale è simile a quella che deve aver provato Alice appena catapultata nel paese delle meraviglie e si esce con riluttanza per tornare alla vita reale. “Arrivederci a presto” Sandy.

Piè di pagina
Dove: Torino, Camera, Centro Italiano per la Fotografia, Via delle Rosine 18
Quando: dal 24/01/2019 al 31/03/2019. Tutti i giorni 11.00 – 19.00; chiuso il martedì.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://camera.to/mostre/sandy-skoglund-visioni-ibride/
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time*; Sandy Skoglund* testo del curatore della mostra, Germano Celant, in lingua inglese (in corso di pubblicazione); Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Mostra – Steve McCurry, Animals, Mudec, Milano

Tra le mostre di McCurry che ho visto negli ultimi anni questa è onestamente quella che mi ha entusiasmato meno.
Ecco, mi sono tolta subito il peso.
Non è che le fotografie non siano, come sempre, spettacolari, né che il tema sia poco interessante, anzi.
La scelta di mettere gli animali al centro della scena, raccontandone anche il legame con l’uomo, e di puntare l’obiettivo sulla necessità di salvaguardare la natura, mi attirano moltissimo.
Ciò che mi ha lasciato perplessa è l’allestimento, in un nuovo spazio che appare forse incompleto o comunque non completamente adeguato ad accogliere il flusso dei visitatori e che rende l’esperienza meno godibile, quasi compressa, dando l’impressione che gli scatti sulle pareti siano ben meno di quei sessanta promessi.
Credo che una maggiore distanza tra le opere avrebbe consentito di ammirarle meglio e di diluire almeno un po’ il chiacchiericcio di fondo. (E se qualcuno se lo stesse chiedendo sono perfettamente consapevole di non poter pretendere l’assoluto silenzio e proprio per cercare di evitare “la folla” ho scelto di entrare la domenica mattina all’apertura).
Va invece applaudito chi ha studiato l’illuminazione, davvero ben posizionata per non creare sgradevoli ombre o effetti sulla carta lucida.
Tornando alle opere ho ritrovato con grandissimo piacere alcune immagini che per me rappresentano autentici ricordi di viaggio, dagli elefanti del Sudest asiatico agli animali in India, scene di quotidianità che ho vissuto in prima persona.
Come ben scrive Chiara Cola su Artslife “Ogni foto è frutto di uno scatto della durata di mezzo secondo, ma ugualmente è capace di raccontare storie che vanno ben al di là di questo breve lasso di tempo. Chi le osserva crea la propria versione dei fatti, che spesso è molto diversa dalla realtà”.
Finalmente ho anche potuto vedere una serie più corposa delle fotografie scattate da McCurry per documentare gli effetti della guerra nel Golfo che ritengo siano davvero, purtroppo, delle icone del nostro tempo. Gli uccelli cosparsi dal petrolio, ancora più dei cammelli che si muovono tra i pozzi in fiamme, dovrebbero spingere a riflettere su come, dal 1991, poco sia davvero cambiato in meglio e su come l’uomo continui incessantemente a distruggere l’ambiente che lo circonda. Una catastrofe che, immortalata sulla pellicola, diventa innegabile, ancora più spaventosa.

Piè di pagina
Dove: Milano, Mudec Meseo delle Culture, – Via Tortona 56
Quando: dal 16/12/2018 al 14/04/2019. Lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – 09.30 – 22.30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Come: biglietto intero 10 euro.
http://www.mudec.it/ita/steve-mccurry/
Per approfondire: catalogo in vendita in mostra; Steve McCurry. Una vita per immagini*; Le storie dietro le fotografie*; Il mondo di Steve McCurry*

Mostra – Zerocalcare. scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli, Maxxi, Roma

Di Zerocalcare, al secolo Michele Rech, si è detto e scritto molto, in positivo e in negativo, con modalità che in un certo senso riportano al passato, quando gli schieramenti politici erano abbastanza nettamente definiti.
Ma pur se l’impegno politico è uno degli elementi essenziali dell’opera di Zerocalcare, la mostra al Maxxi riesce a non restituirci un’immagine monodimensionale, a non rinchiudere i fumetti in una scatola etichettata frettolosamente, perché le tavole e i poster che vediamo esposti sono molto di più, narrare la storia di chi li ha creati, ma anche della società in cui si sono sviluppati.
L’allestimento è molto “pensato”, non solo per il tema dell’armadillo che si ripete, e riesce a a trasmettere un ritratto a tutto tondo dell’autore insieme alla cronaca, non solo italiana, dell’ultimo trentennio, pur se all’inizio soffre la struttura stessa della sede che costringe a una non sempre agevole lettura della biografia dell’autore lungo la rampa di scale.
Colpisce in particolare il muro dedicato alle illustrazioni per concerti e manifestazioni che mostrano il talento e l’ironia di Zerocalcare prima che diventasse il “talento del fumetto italiano”, così come il suo interesse per l’impegno civile e sociale che è uno dei fili rossi che si dipanano nel percorso espositivo, insieme a quello della memoria e dell’appartenenza, a una famiglia, a una comunità, o meglio a quella tribù che da il nome a una delle quattro sezioni della mostra.
Indubitabilmente il fulcro dell’esposizione sono i fumetti, le tavole alle pareti in cui si ritrovano tutti i protagonisti dell’universo personale dell’autore, che da Rebibbia si spinge, in quella che è la sezione che ho preferito, Non-reportage, fino a una Kobane mai così vicina.
Ed è a tratti proprio la voce di Zerocalcare e di coloro che hanno avuto occasione di confrontarsi con lui, anche da prospettive inusuali, a guidarci nella lettura di tutta la sua produzione, così come è affascinante poter andare al di là del personaggio guardando la raccolta di quei “disegnetti” che utilizza in sostituzione dell’autografo.
Interessante è la visione del processo creativo che emerge dalle tavole originali dei diversi libri, in cui Zerocalcare dimostra di non essere solo un ottimo disegnatore, ma un altrettanto ottimo cantastorie, un artigiano anche della parola.

Il fumetto, lo si capisce appieno usciti da questa esperienza, è davvero un linguaggio trasversale e universale, capace di raccontare quotidianità e ideali, emozioni di ogni segno, piccoli momenti personali ed eventi di più ampia portata, in poche parole la realtà in tutte le sue sfaccettature.
Nelle strisce di Zerocalcare la parola è importante quanto se non più del segno e accanto ai personaggi si sorride, si ride, si piange, ci si schiera e si scoprono mondi.

Piè di pagina
Dove:
Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 10/11/2018 al 31/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 11,50 euro.
Per approfondire: booklet della mostra
Catalogo*; La profezia dell’armadillo*; Kobane calling*; Dimentica il mio nome*; Un polpo alla gola*

Installazione: Carme Genesis

Iniziamo dalla sede che ospita Carme Genesis installazione realizzata da Quintessenz, il duo tedesco, formato da Thomas Granseuer e Tomislav Topic. Con grande soddisfazione mi capita sempre più spesso di visitare strutture e luoghi restituiti alla cittadinanza con una destinazione diversa all’insegna dell’arte.
È questo il caso della vecchia chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, oggi sconsacrata e chiamata Sala, che grazie alle sue dimensioni e alla sua configurazione si è trasformata in uno splendido spazio espositivo.
Metallo e legno convivono con mura bianchissime in un recupero ben riuscito che gioca tra antico e moderno in cui gli elementi architettonici sono completamente inglobati nel progetto e contemporaneamente spiccano, aggiungendo punti di frattura nella prospettiva.
La Sala è già uno spettacolo quando è vuota, ma la suggestione è amplificata al massimo da un’installazione in cui colori, materiali e forme richiamano all’antica sacralità, accentuando l’altezza dei soffitti e l’ampio respiro della navata che viene riempita con una cascata verticale di pannelli colorati che riescono ad apparire corporei ed incorporei al tempo stesso. Un gradiente che invita a sollevare gli occhi (e lo spirito) verso l’alto, etereo e costantemente mutevole a seconda dell’effetto della luce che lo colpisce, in quello che alcuni hanno definito come “un ponte tra la terra e il cielo” che si inserisce perfettamente in questa cornice.

Nelle nicchie laterali e nell’ex coro graffi di colore rompono il candore delle pareti, ma l’attenzione è costantemente attratta dalla sovrapposizione dei pannelli, dalla loro costante interazione con la luce, mentre ci si muove quasi attraverso l’opera stessa.
Noi ci siamo goduti l’esperienza probabilmente nella sua dimensione ottimale, circondati dalla musica eppure in silenzio, in totale solitudine, anche se immagino che la presenza del pubblico possa aggiungere anche un’altra dimensione, quella del movimento, all’installazione.
Si esce dalla Sala, per immergersi nelle vie del Carmine, con due certezze, la prima è che quest’opera site-specific del collettivo Quintessenz è una conferma dei motivi della sua crescente notorietà e la seconda è che Brescia si sta aprendo sempre di più all’arte contemporanea.

Pié di pagina
Dove: Brescia, Carme – Centro Arti Multiculturali Etnosociale, Via delle Battaglie
Quando: mercoledì – domenica 16.00 alle 20.00, dal 8 febbraio al 3 marzo 2019
Come: ingresso libero
http://www.carmebrescia.it/quintessenz

Mostra – Pollock e la Scuola di New York, Complesso del Vittoriano, Roma

La premessa è che avrei voluto più Pollock in mostra, anche se il percorso alla scoperta della Scuola di New York risulta senz’altro interessante.
L’espressionismo astratto, da leggere attraverso la lente di anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione, cattura i visitatori nell’ennesimo allestimento ben riuscito a cura di Arthemisia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, la prima dedicata a Jackson Pollock, il cosiddetto “primo artista americano”, con una selezione di opere importanti, tra cui quel Number 27, 1950 scelto come immagine simbolo di questo appuntamento romano ed esposto per la prima volta nella capitale.
Al Vittoriano si ha la possibilità di immergersi autenticamente nel processo creativo di un artista di rottura – che ha sviluppato tecniche di pittura spontanea che consistono soprattutto nello sgocciolare (dripping) o versare (pouring) il colore sulla tela stesa sul pavimento dello studio – una sorta di danza che porta il pittore a entrare direttamente dentro nel quadro, da ogni prospettiva, da tutti i lati. Con lo sguardo rivolto verso il soffitto, attento a cogliere ogni goccia, ogni gesto, il pubblico è portato a vivere, quasi in diretta, l’action painting di Pollock.

Dalla seconda all’ultima sezione si sviluppa, partendo dai suoi esordi, la storia della Scuola di New York, che trova alcune delle sue radici profonde nella cultura europea, da Picasso a Mirò, fino alla poesia di Baudelaire.
In questa carrellata di artisti mi hanno colpito particolarmente le opere di Sam Francis dove i colori e le linee marcate si concentrano in porzioni ridotte della tela, lasciando ampi spazi liberi a trasformare il bianco del fondo in materia pittorica, e Blue Territory di Helen Frankenthaler dipinta anch’essa appoggiando la tela sul pavimento, alla maniera di Pollock che ben rappresenta il concetto di Color Field per l’utilizzo di strati sovrapposti delle stesse tonalità.

L’esposizione termina con la sezione dedicata a Mark Rothko, che visito abbastanza frettolosamente, senza particolare entusiasmo, poiché si tratta di un artista che non sono mai riuscita a capire sino in fondo, che non mi trasmette sensazioni o emozioni particolari.
Per me è come se il percorso positivo si fosse chiuso in calando anziché in crescendo.

Piè di pagina
Dove: Roma, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Quando: dal 10/10/2018 al 24/02/2019
Come: biglietto intero 15 euro (con audioguida)
http://www.arthemisia.it/it/pollock-roma/

Didascalie opere:
Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950/ “Fireworks”, 1950 Oil, enamel, and aluminum paint on composition board, 56,8×56,5 cm Whitney Museum of American Art, New York; gift of Mildred S. Lee 99.59 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Jackson Pollock (1912-1956) Untitled, c. 1933-1939 Wax crayon and graphite pencil on paper, Sheet: 38,1 × 25,4 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Julia B. Engel Purchase Fund and the Drawing Committee 85.17 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Helen Frankenthaler (1928-2011) Blue Territory 1955 Oil and enamel on canvas, 291,6×150,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Friends of the Whitney Museum of American Art 57.8 © Helen Frankenthaler by SIAE 201