Installazione: Carme Genesis

Iniziamo dalla sede che ospita Carme Genesis installazione realizzata da Quintessenz, il duo tedesco, formato da Thomas Granseuer e Tomislav Topic. Con grande soddisfazione mi capita sempre più spesso di visitare strutture e luoghi restituiti alla cittadinanza con una destinazione diversa all’insegna dell’arte.
È questo il caso della vecchia chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, oggi sconsacrata e chiamata Sala, che grazie alle sue dimensioni e alla sua configurazione si è trasformata in uno splendido spazio espositivo.
Metallo e legno convivono con mura bianchissime in un recupero ben riuscito che gioca tra antico e moderno in cui gli elementi architettonici sono completamente inglobati nel progetto e contemporaneamente spiccano, aggiungendo punti di frattura nella prospettiva.
La Sala è già uno spettacolo quando è vuota, ma la suggestione è amplificata al massimo da un’installazione in cui colori, materiali e forme richiamano all’antica sacralità, accentuando l’altezza dei soffitti e l’ampio respiro della navata che viene riempita con una cascata verticale di pannelli colorati che riescono ad apparire corporei ed incorporei al tempo stesso. Un gradiente che invita a sollevare gli occhi (e lo spirito) verso l’alto, etereo e costantemente mutevole a seconda dell’effetto della luce che lo colpisce, in quello che alcuni hanno definito come “un ponte tra la terra e il cielo” che si inserisce perfettamente in questa cornice.

Nelle nicchie laterali e nell’ex coro graffi di colore rompono il candore delle pareti, ma l’attenzione è costantemente attratta dalla sovrapposizione dei pannelli, dalla loro costante interazione con la luce, mentre ci si muove quasi attraverso l’opera stessa.
Noi ci siamo goduti l’esperienza probabilmente nella sua dimensione ottimale, circondati dalla musica eppure in silenzio, in totale solitudine, anche se immagino che la presenza del pubblico possa aggiungere anche un’altra dimensione, quella del movimento, all’installazione.
Si esce dalla Sala, per immergersi nelle vie del Carmine, con due certezze, la prima è che quest’opera site-specific del collettivo Quintessenz è una conferma dei motivi della sua crescente notorietà e la seconda è che Brescia si sta aprendo sempre di più all’arte contemporanea.

Pié di pagina
Dove: Brescia, Carme – Centro Arti Multiculturali Etnosociale, Via delle Battaglie
Quando: mercoledì – domenica 16.00 alle 20.00, dal 8 febbraio al 3 marzo 2019
Come: ingresso libero
http://www.carmebrescia.it/quintessenz

Mostra – Pollock e la Scuola di New York, Complesso del Vittoriano, Roma

La premessa è che avrei voluto più Pollock in mostra, anche se il percorso alla scoperta della Scuola di New York risulta senz’altro interessante.
L’espressionismo astratto, da leggere attraverso la lente di anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione, cattura i visitatori nell’ennesimo allestimento ben riuscito a cura di Arthemisia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, la prima dedicata a Jackson Pollock, il cosiddetto “primo artista americano”, con una selezione di opere importanti, tra cui quel Number 27, 1950 scelto come immagine simbolo di questo appuntamento romano ed esposto per la prima volta nella capitale.
Al Vittoriano si ha la possibilità di immergersi autenticamente nel processo creativo di un artista di rottura – che ha sviluppato tecniche di pittura spontanea che consistono soprattutto nello sgocciolare (dripping) o versare (pouring) il colore sulla tela stesa sul pavimento dello studio – una sorta di danza che porta il pittore a entrare direttamente dentro nel quadro, da ogni prospettiva, da tutti i lati. Con lo sguardo rivolto verso il soffitto, attento a cogliere ogni goccia, ogni gesto, il pubblico è portato a vivere, quasi in diretta, l’action painting di Pollock.

Dalla seconda all’ultima sezione si sviluppa, partendo dai suoi esordi, la storia della Scuola di New York, che trova alcune delle sue radici profonde nella cultura europea, da Picasso a Mirò, fino alla poesia di Baudelaire.
In questa carrellata di artisti mi hanno colpito particolarmente le opere di Sam Francis dove i colori e le linee marcate si concentrano in porzioni ridotte della tela, lasciando ampi spazi liberi a trasformare il bianco del fondo in materia pittorica, e Blue Territory di Helen Frankenthaler dipinta anch’essa appoggiando la tela sul pavimento, alla maniera di Pollock che ben rappresenta il concetto di Color Field per l’utilizzo di strati sovrapposti delle stesse tonalità.

L’esposizione termina con la sezione dedicata a Mark Rothko, che visito abbastanza frettolosamente, senza particolare entusiasmo, poiché si tratta di un artista che non sono mai riuscita a capire sino in fondo, che non mi trasmette sensazioni o emozioni particolari.
Per me è come se il percorso positivo si fosse chiuso in calando anziché in crescendo.

Piè di pagina
Dove: Roma, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Quando: dal 10/10/2018 al 24/02/2019
Come: biglietto intero 15 euro (con audioguida)
http://www.arthemisia.it/it/pollock-roma/

Didascalie opere:
Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950/ “Fireworks”, 1950 Oil, enamel, and aluminum paint on composition board, 56,8×56,5 cm Whitney Museum of American Art, New York; gift of Mildred S. Lee 99.59 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Jackson Pollock (1912-1956) Untitled, c. 1933-1939 Wax crayon and graphite pencil on paper, Sheet: 38,1 × 25,4 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Julia B. Engel Purchase Fund and the Drawing Committee 85.17 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Helen Frankenthaler (1928-2011) Blue Territory 1955 Oil and enamel on canvas, 291,6×150,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Friends of the Whitney Museum of American Art 57.8 © Helen Frankenthaler by SIAE 201

Mostra – Paolo Pellegrin. Un’antologia, Maxxi, Roma

Nel mio lavoro, io pongo domande ed esprimo preoccupazioni. È un’opportunità per mettere in circolazione un sistema di anticorpi, senza alcuna pretesa di rendere il mondo un posto migliore, ma per avviare una conversazione con il mondo. (Paolo Pellegrin)

Entrando nella prima sala della Galleria 5 che ospita la mostra dedicata a Paolo Pellegrin si ha quasi l’impressione di entrare in un luogo sospeso, senza tempo, in una caverna in cui la luce, in realtà, non è da ricercare al di fuori, ma sulle pareti della stessa, nelle immagini che raccontano le storie, a tratti tragiche, di esseri umani e della Natura.
Proprio buio e luce, i due opposti tra cui si snoda l’intera esposizione, sono i tratti caratteristici di un allestimento perfettamente riuscito.
La prima sezione è dominata da un nero che diviene quasi una forma fisica, capace di assorbire tanto il tempo, quanto i suoni e ogni colore, accentuando i temi dominanti delle immagini: dolore, guerra, distruzione, una tragedia, spesso insensata, che si consuma tanto sotto gli occhi dei visitatori che negli sguardi dei protagonisti.
Il bianco e nero delle fotografie non fa sconti, non concede tregua , è una precisa cifra stilistica di un modo profondo di intendere il lavoro del fotografo, quasi come una sorta di indagine dell’animo umano e delle sue verità in un gioco di relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante.
L’elemento della casualità è volutamente assente, così come è assente ogni giudizio.

In fondo alla galleria si chiude la prima sezione con una serie di ritratti/figure, che l’autore definisce “fantasmi”, colti in momenti di passaggio che ci conducono progressivamente verso la luce, sia quella che proviene dall’esterno, attraverso le grandi vetrate, sia quella che caratterizza la seconda parte della mostra, in cui prevale l’elemento naturale nelle sue diverse forme su muri bianchissimi.

Uno degli aspetti più interessanti dell’allestimento è il corridoio che collega le due sezioni e che regala, in pochi metri, una panoramica del “dietro le quinte” della ricerca di Pellegrin, tra i suoi taccuini, schizzi e appunti, tasselli estremamente importanti per comprendere come il fotografo costruisce i propri reportage, fondati su osservazione e analisi e soprattutto lettura, giacché, come ha ricordato “se una foto non è abbastanza buona è perché non hai letto abbastanza”.

Piè di pagina
Dove: Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 7/11/2018 al 10/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 12 euro.
https://www.maxxi.art/events/paolo-pellegrin-unantologia
Per approfondire: booklet della mostra, catalogo*, fotolibro* ed. Contrasto.

Mostra – Dream. L’arte incontra i sogni, Chiostro del Bramante, Roma

DREAM. L’arte incontra i sogni completa la trilogia, ideata e curata da Danilo Eccher per il Chiostro del Bramante, iniziata con LOVE. L’arte incontra l’amore (2016) e proseguita con ENJOY. L’arte incontra il divertimento (2017).

Nelle parole del curatore in questa mostra “i sogni incontrano la grande arte contemporanea” consentendo ai visitatori di scandagliare l’inconscio e l’onirico, mentre nelle diverse sale prendono forma magia e utopia, incanto e desideri, sempre accompagnati da un’audioguida originale, che con le voci di 14 attori italiani e gli scritti di Ivan Cotroneo, racconta una storia più che le opere stesse. Devo dire che proprio questo nuovo concetto di audioguida è una dei punti vincenti di una proposta che non mi ha interamente convinto, pur se alcune storie avrebbero bisogno di essere declamate con voce meno stentorea, meno da “prova d’attore”.

Mi piacciono le mostre che esplorano un tema e non solo l’opera di un singolo artista e nel complesso non posso che consigliare una visita al Chiostro del Bramante, ma ho trovato Dream a tratti poco interessante, soprattutto per alcune sculture che non mi hanno trasmesso alcuna sensazione né emozione.
So che ci sono artisti di grande richiamo e capisco la scelta di giocarsi subito una carta come Bill Viola all’inizio del percorso espositivo, ma onestamente ho sperato che la sua installazione non dettasse l’intero tono della visita. Così come non mi ha per nulla entusiasmato la scultura di Anish Kapoor.
Di tutt’altro impatto l’installazione di Tsuyoshi Tane (LIGHT is TIME) che con le sue oltre 65.000 piastre metalliche conduce in uno spazio surreale, in cui i confini si perdono, così come si smarrisce il senso del tempo, uno spazio autenticamente onirico, in cui perdersi e ritrovarsi per un’autentica esperienza immersiva, da gustare al meglio in solitudine attraversando letteralmente l’opera.

Tra i protagonisti della mia personalissima classifica delle opere preferite (che cito in rigoroso ordine di apparizione) anche Christian Boltanski che con Le Théâtre d’Ombres riporta all’infanzia, vissuta o immaginata. Spiando da un’apertura nel muro si lascia spaziare lo sguardo sulle immagini proiettate in un teatrino che risulta giocoso solo all’apparenza, senza che sia completamente celato un senso intrinseco di inquietudine in una danza di luci e ombre.
Per Ryoji Ikeda (data.tron [WUXGA version]) è il suono puro il vero protagonista, senza composizione, mentre scorrono ipnotiche immagini di dati multimediali, pixel, codici a barre, frequenze e pulsazioni.
Untitled di Anselm Kiefer riprende uno dei temi dominanti della sua poetica, le stelle, e il sogno si mescola all’astronomia e lo spettatore riesce quasi a percepire il peso fisico della volta celeste. Un tema quello dell’immensità del cosmo che ritorna anche con l’opera site specific di Tatsuo Miyajima (Time Sky) in cui l’artista invita il pubblico a sdraiarsi sul pavimento per assorbire l’energia dell’installazione e il continuo divenire che ci circonda.

Piè di pagina
Dove: Roma, Chiostro del Bramante,
Quando: dal 29/09/2018 al 5/05/2019. Da lunedì a venerdì 10.00 – 20.00; sabato e domenica 10.00 – 21.00. La biglietteria chiude un’ora prima
Come: biglietto intero 14 euro (con audioguida).
https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/dream/
Catalogo ed. Skira; Le voci del sogno raccoglie le storie che accompagnano i visitatori della mostra (anche in formato Kindle)

Mostra – Sarah Sze, Gagosian Gallery, Roma

Ghost Print (Half-life), 2018 Olio, acrilico, carta d’archivio, adesivo, scotch, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, vernice ad acqua su legno © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian

Ci sono nomi di gallerie d’arte, nel mondo dell’arte moderna e contemporanea, estremamente evocativi, Gagosian è uno di questi.
Per molto tempo non mi sono azzardata a entrare nelle gallerie d’arte, credo sulla base della convinzione che mi sarei potuta solo permettere di ammirare le opere esposte e mai di acquistarle e di conseguenza temendo una qualche sorta di giudizio negativo da parte dei galleristi. Più o meno consciamente ritenevo che non si trattasse di luoghi in cui semplicemente vivere l’arte, quasi come se fosse richiesta una qualche parola d’ordine, a me sconosciuta, per poter varcare la soglia.
Fortunatamente, negli ultimi anni, ho superato questo freno e quindi nelle mie recenti “vacanze romane” ho inserito in programma anche una visita propria alla Gagosian che proponeva un’interessante personale dell’artista americana Sarah Sze, conosciuta in Italia grazie alla sua presenza alla Biennale di Venezia.

Gli spazi della galleria sono come un’enorme tela bianca su cui spiccano quelli che la Sze definisce “segni nel tempo”, da leggere non come meri dipinti ma come sculture, in cui si sovrappongono diverse dimensioni, medium, materiali spesso ricavati dal quotidiano: carta, inchiostro, pittura.
È la forza dei colori a catturare l’occhio del visitatore, anche nelle opere di minori dimensioni, senza però spingerlo a un’immobilità contemplativa, quanto piuttosto a un moto perpetuo attorno ai dipinti/collage, per coglierne ogni dettaglio, ogni sfumatura, ogni possibile (personalissima) interpretazione.

Ognuno dei sei lavori ha bisogno di tempo e del vuoto che lo circonda per essere in qualche modo assimilato e integrato in un quadro più grande che è quello che attende nella sala ovale e che è uno scorcio dell’universo artistico della Sze verso cui si è irresistibilmente attratti.
Seguendo le macchie di luce sul pavimento – note di una novella Pifferaia Magica – si arriva al fulcro dell’esposizione dove domina la (video) installazione Flash Point ultima nata nella serie Timekeeper iniziata nel 2015 in cui tempo e spazio interagiscono, si mescolano, grazie a una commistione di scultura, cinema e pittura.
Nel buio immagini e scene in movimento compaiono senza apparente soluzione di continuità, si modificano sui diversi supporti fisici, con i ricordi che prendono vita in una sorta di “lanterna magica” che avvolge, fagocita il visitatore, immergendolo in un flusso costante da cui far emergere frammenti di significato, di esperienze vissute, di bellezza. Si esce con la sensazione di aver scoperto qualcosa e, almeno nel mio caso, con la curiosità di scoprire cosa spinge un gallerista a scegliere un determinato artista da presentare, con la voglia di conoscere nuovi linguaggi e di aprire a breve le porte di un’altra, di molte altre gallerie.

Courtesy of the artist and Gagosian/dell’artista e Gagosian Photo by Matteo D’Eletto M3 Studio

Piè di pagina
Dove: Roma, Gagosian Gallery, via Francesco Crispi 16
Quando: dal 13/10/2018 al 26/01/2019
Come: ingresso gratuito negli orari di apertura della galleria
https://gagosian.com/exhibitions/2018/sarah-sze/

Immagini: © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian

Mostra – Pellegrinaggio della pittura russa, da Dionisij a Malevič, Braccio di Carlo Magno, Roma

La bellezza crea ponti, avvicina culture diverse e rende tutti fratelli. (Barbara Jatta)

Nell’ambito dei prestiti di opere che vede protagonisti la Russia e il Vaticano arrivano a Roma 54 opere che offrono un’ampia panoramica sull’arte russa attraverso i secoli.
Non potevo certo mancare questo appuntamento che mi ha consentito, pur se per un breve momento, di ritrovare la magia delle sale della Galleria Tret’jakov a Mosca, uno dei luoghi dove parlare di Sindrome di Stendhal non è davvero un’esagerazione.

L’obiettivo dichiarato dei curatori – “presentare il messaggio culturale e spirituale dell’arte russa” – direi che è senz’altro riuscito, con lo sguardo che spazia dalle superbe icone della tradizione ortodossa all’arte figurativa dal XV al XIX.
Sulle pareti bianchissime di una struttura capace di esaltare architettonicamente ogni esposizione si svela l’anima russa, la più autentica dusha, in tutte le sue declinazioni, in tutta la sua gamma di colori.
L’allestimento, volutamente privo di qualsiasi iter cronologico o tematico e iconografico, procede per accostamenti, talvolta anche all’apparenza azzardati, per rimandi, per suggestioni lasciando i visitatori liberi di trovare la propria vita, ragionando su tematiche squisitamente russe ma altrettanto universali, in una sorta di pellegrinaggio. Una scelta sicuramente non scontata.
Purtroppo, però, spiace notare che l’illuminazione penalizza spesso la visione dei quadri, tanto da vicino che da lontano, costringendo a cercare una posizione che consenta di ammirare le opere senza fastidiosi riflessi.

Entrando negli spazi espositivi, dopo essersi fatti largo tra la folla in San Pietro, si percepisce subito un’atmosfera diversa, quasi sospesa, di riverenza.
Gli ampi spazi, il silenzio concorrono a creare l’impressione di trovarsi in un tempio dell’arte al cospetto di una spiritualità dai molteplici volti, di un “divino” multiforme a cui si contrappongono immagini di dolore e miseria umana, circondati da un’infinita bellezza.
Tra gli artisti che accompagnano in questo percorso troviamo alcuni dei grandi nomi dell’arte russa e credo sia difficile scegliere l’opera più rappresentativa. Personalmente, tuttavia, non ho dubbi. Pur amando Filonov e la Gončarova, Repin e Ge, e gli struggenti paesaggi di Levitan, il simbolo non può che essere il “Demone seduto” di Vrubel, una delle espressioni di quella che più di un critico ha definito una “sinfonia di un genio”. Un dipinto che, nonostante abbia perso la sua battaglia contro il trascorrere del tempo, con i colori ormai ossidati, ci racconta magistralmente dello spirito umano ribelle, di desideri inappagati, di slanci frustrati, di quella profonda tristezza che spesso permea i racconti russi.

Piè di pagina
Dove: Roma, Braccio di Carlo Magno (Vaticano)
Quando: dal 20/11/2018 al 16/02/2019, lunedì, martedì, giovedì e venerdì dalle 9,30 alle 17,30. Il mercoledì dalle 13,30 alle 17,30 e il sabato dalle 10 alle 17.
Come: ingresso gratuito
Per approfondire: http://www.museivaticani.va/content/dam/museivaticani/pdf/eventi_novita/iniziative/mostre/2018/17_presentazione_jatta_it.pdf; http://m.museivaticani.va/content/dam/museivaticani/pdf/eventi_novita/iniziative/mostre/2018/17_introduzione_tregulova_it.pdf

Mostra – Andy Warhol, Complesso del Vittoriano, Roma

Dopo “Warhol&Friends” a Bologna, anche a Roma non potevamo perderci la mostra dedicata a Andy Warhol, splendidamente curata da Arthemisia.
Questa volta l’esposizione è interamente dedicata al mito di Warhol, alla sua creatività partendo dalle origini e dai primi lavori realizzati con la serigrafia, passando per le serie e i ritratti, con cose e persone trasformate e trasfigurate sulla base di una visione del mondo inconfondibile.
Accanto a Mao e Marylin e altre celebrità troviamo i barattoli della zuppa Campbell’s insieme a sedie elettriche e lattine di Coca Cola, il Vesuvio, i cowboy e gli indiani, insomma tutte le passioni, ossessioni e ispirazioni di colui che ha saputo davvero rappresentare il consumismo, la fama e l’America del suo tempo.
La ripetizione non solo come mera omologazione, ma come chiave per rendere consumabili e al contempo iconici oggetti e soggetti, mescolando i confini tra copie e originali in un gioco di segni in cui sono spesso proprio le copie a imporsi, almeno agli occhi di chi osserva.

Warhol come maestro delle commistioni, della fusione tra le diverse arti, anche quelle “minori”, ci accompagna nel mondo magico della moda, mondo che diviene doppiamente magico grazie a una spruzzata di polvere di diamanti.
Nelle sale dell’Ala Brasini, grazie a un magnifico allestimento, le opere alle pareti dialogano le une con le altre ed è soprattutto nella sezione dedicata alla musica che i visitatori sono riportati negli anni Settanta e Ottanta, come se aprissero una scatola dei ricordi “sonora” oltre che visiva. Alcuni dei dischi che hanno segnato quell’epoca, penso soprattutto a The Velvet Underground & Nico, sarebbero stati capaci di mantenersi riconoscibili, di resistere al trascorrere del tempo senza le copertine create da Warhol?
Di questa mostra ho trovato particolarmente interessante il fatto che sappia restituire oltre all’essenza di Warhol, secondo le intenzioni dichiarate sin dall’inizio, il sapore di un’epoca, miscelando elementi di diversa natura, che arricchiscono le opere esposte, senza sacrificare o prescindere dal loro valore per inseguire un qualche approccio interpretativo.
Mi è piaciuto camminare negli spazi, perdermi nelle immagini, rivedere con occhi nuovi (necessariamente più maturi, non solo anagraficamente) quanto talvolta già visto altrove o in precedenza senza che venisse meno il fascino di una leggenda del XX secolo.

È sempre difficile scegliere l’opera preferita, quella che forse più di tutte le altre, a livello assolutamente personale, senza nessuna pretesa di obiettività, identifica una mostra.
Per me si tratta di un “ritratto”, stilizzato, dedicato alla danzatrice e coreografa statunitense Martha Graham che non avevo mai visto prima e che nelle sue linee, nei suoi vuoti consente di leggere i tratti distintivi di quel nuovo linguaggio artistico, di quell’innovazione che ha rivoluzionato il mondo del balletto, così come per molti versi ha fatto Warhol nel e con il suo universo.

Piè di pagina
Dove: Roma, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Quando: dal 3/10/2018 al 3/02/2019
Come: biglietto intero 13 euro (con audioguida)
http://www.arthemisia.it/it/warhol-roma/#

Mostra – Horst P. Horst: A Legend of Style, Paci contemporary, Brescia

“I don’t think photography has anything remotely to do with the brain. It has to do with eye appeal.” (Horst P. Horst)

Iniziamo subito dal contenitore di questa mostra, la nuova sede bresciana di Paci contemporary, un luogo direi pressoché perfetto per ospitare una mostra fotografica, grazie a un bel restauro che ha saputo mantenere, anzi esaltare, il rigore dell’architettura industriale dello storico birrificio mescolandolo con dettagli di stile davvero unici. Un felice esempio di come gli spazi esistenti possano essere recuperati, trasformati, restituiti alla città.

E la fascinazione continua decisamente all’interno della galleria, tutta dedicata alla fotografia, con la mostra Horst P. Horst: A Legend of Style che celebra una leggenda della fotografia di moda che ne ha rivoluzionato la stessa estetica, con la sua capacità di ritrarre abiti e modelle raccontando al contempo un sogno di bellezza e glamour.
L’uso sapiente della luce, quasi a creare delle sculture sulla pellicola (più di un critico ha parlato di chiari rimandi al classicismo greco, oltre che al surrealismo), con scene coreografate sin nei minimi dettagli e una visione “architettonica” delle singole parti e dell’insieme, oltre che degli arredi di scena, che tradisce i trascorsi del fotografo come assistente di Le Corbusier. Sono le mani, in particolare, a costruire pose senza tempo, algide e al contempo assolutamente fisiche, mentre le modelle diventano icone di una bellezza che il tempo non pare scalfire.


courtesy of Paci contemporary gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)

Per oltre sei decenni, dal 1931, le immagini scattate da Horst hanno occupato le pagine di Vogue contribuendo a definire lo stile inconfondibile della rivista. Stile inconfondibile di cui sulle pareti della galleria possiamo ammirare un assaggio nelle riproduzioni di grande formato, raramente esposte in Italia, in una sequenza che mette in luce la classe del fotografo tanto nell’uso del bianco e nero che del colore.

courtesy of Paci contemporary gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)

Le immagini di Horst di questa temporanea non sono però l’unica ragione per uscire dalle mura cittadine e visitare la galleria ci offre una panoramica davvero interessante su alcuni esponenti di spicco della staged photography in tutte le sue diverse sfumature.
Dalle opere oniriche, quasi autentici dipinti, di Teun Hocks, ai meravigliosi paesaggi artificiali di Sandy Skoglund fino alla particolareggiata ricostruzione di mondi in miniatura della fotografia a installazione di Lori Nix.
E se ancora non fosse sufficiente le scelte dei galleristi ci portano nel magico mondo di Arthur Tress, ma anche nell’ambito della fotografia vista come impegno umanitario con i ritratti ambientali di Phil Borges, senza dimenticare l’originale rivisitazione del tema del ritratto dell’artista di Giuseppe Stampone.
Un’emozione diversa in ogni sala.

Piè di pagina
Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 15 dicembre 2018 negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero
Catalogo a cura di Paci contemporary per i tipi di Silvana Editoriale S.p.A.
Per approfondire: Horst. Photographer of style (in lingua inglese), Horst: Sixty Years of Photography (in lingua inglese)

Wildlife Photographer of the Year – Milano (2018)

Anche quest’anno l’Associazione culturale Radicediunopercento porta a Milano, negli spazi della Fondazione Luciana Matalon, le immagini finaliste e vincitrici nelle diverse categorie del concorso fotografico indetto dal Natural Hystory Museum di Londra, giunto ormai alla 53esima edizione e che ha visto confrontarsi fotografi da ben 92 paesi.
Per il 2017 l’obiettivo, è proprio il caso di dirlo, è stato puntato sulla salvaguardia del pianeta.

Una galleria intensa e interessante, che lascia la voglia di commentare e discutere, di confrontarsi sui temi e, soprattutto, sui premi assegnati.

Per queste mie personalissime impressioni ho scelto quattro opere, non sulla base dei criteri che dichiaratamente guidano la giuria nell’assegnazione dei riconoscimenti ufficiali, ossia valore artistico (sempre opinabile), complessità tecnica (che non sono in grado di giudicare) e creatività (che a mio avviso in questo tipo di immagini spesso è frutto di una imprevedibile combinazione di pazienza e fortuna), quanto piuttosto sulle emozioni che hanno saputo suscitare. Si tratta, in qualche misura e con una sola eccezione, di quelle fotografie che vorrei poter esporre sulle pareti di casa mia.

Sewage surferIsola Sumbawa, IndonesiaUn cavalluccio marino trasporta un cotton fiocCategoria Immagine singola© Justin Hofman – Wildlife Photographer of the Year

Iniziamo dalla foto che vorrei non fosse mai stato possibile scattare, testimonianza dell’incuria dell’uomo, dell’effetto devastante delle nostre azioni sul pianeta che neppure i colori pastello riescono a mitigare.
Un pugno nello stomaco che fissa sulla carta la fragilità del mondo in cui viviamo.

Si arriva poi alla foto che vorrei tanto poter un giorno scattare anche io. L’incontro nei boschi innevati con il lupo parla alla parte più profonda di me.

E in ultimo, tra tutte, due fotografie che mi hanno affascinato, per come riescono a catturare un momento, un’emozione, a raccontare una storia con una sola immagine e che dimostrano come il bianco e nero sia una cifra stilistica che riesce a raggiungere corde più nascoste rispetto al colore.

Piè di pagina
Dove: Milano, Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67
Quando: dal 5 ottobre al 9 dicembre 2018, dalle 10.30 alle 19.00 (venerdì dalle 10.00 alle 22.00), chiuso il lunedì
Come: biglietto + tessera associativa 10 euro
https://www.radicediunopercento.it/wildlife-photographer-of-the-year-2018-5-ottobre-9-dicembre/
Catalogo dell’edizione 2016, catalogo dell’edizione 2015, catalogo dell’edizione 2014. La collezione che celebra i 50 anni del premio 50 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art (Natural History Museum) e il meglio dell’edizione del 2016, Wildlife Photographer of the Year 2016: Highlights. Tutti i volumi sono in lingua inglese.

Mostra – I Castelli nell’Ora Blu, Jan Fabre, Building Gallery, Milano

“Voglio che i miei spettatori siano in grado di abbandonarsi all’esperienza fisica dell’annegamento nel mare apparentemente calmo dei miei disegni con la bic blu”
(Jan Fabre, 1988)

Quello in mostra a Milano, negli spazi di Building, è un Fabre assolutamente lontano dalle polemiche che hanno accompagnato l’esposizione delle sue opere a Firenze nel 2016.
Tralasciando le sculture dei saggi che aprono questa sua prima personale a Milano, qui siamo ben distanti dagli eccessi di alcune visioni di questo artista poliedrico, spesso discusso e controverso, ma sicuramente interessante e con una poetica personalissima e riconoscibile.

La mostra, curata da Melania Rossi, si concentra su una selezione quasi romantica dell’arte di Fabre, tutta giocata attorno a due dei suoi temi ricorrenti: i castelli e l’Ora Blu.

(Castello nell’Ora Blu, 1989, inchiostro Bic blu su carta con parti di Phyllium giganteum)

L’artista ci presenta un percorso che lo consacra, ancora una volta, come “cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza”, perché il blu, soprattutto nelle grandi opere su carta al piano terra, produce un effetto straniante e a tratti disperato, come se si fosse improvvisamente avvolti, o piuttosto inghiottiti da un eccesso di colore che diventa un “buco blu”, in cui i contorni si perdono, mentre l’occhio, rispondendo all’immaginario dell’autore, trasforma le foglie in torri e castelli solitari.

L’Ora Blu è poco più che un attimo, un rito di passaggio che si ripete costantemente, la transizione tra notte e giorno, in cui le forme sembrano sfuggire dai loro consueti contorni per farsi altro, i colori mutano, si confondono, perdono di saturazione raffreddandosi, il tutto in un’atmosfera statica, di profondo silenzio. E proprio il silenzio che regna nelle sale di Building, che pare così lontano dalla frenesia di Via Montenapoleone che pure è dietro l’angolo, ci consente un’esperienza pienamente “immersiva”, accentuata da una cornice volutamente minimalista, dove il bianco permette di far risaltare le opere, di fare emergere il blu in tutta la sua forza.

Un allestimento nel complesso molto riuscito – e di cui ho particolarmente apprezzato la scelta di non distogliere l’attenzione dalle opere con cartellini esplicativi (viene, invece, fornito all’ingresso un pieghevole informativo che consente di seguire perfettamente il percorso espositivo) – che acquista un ruolo centrale al piano terra non appena si alzano gli occhi verso l’alto, ammirando l’installazione site specific da una prospettiva inconsueta.


(In alto: Il castello dei miei sogni in Turnhout, inchiostro Bic blu su vetro)

Salendo ai piani superiori sono ancora una volta i castelli, sotto forma di disegni, video, fotografie, a occupare il centro della scena, sempre rivisitati con il ripetuto segno della Bic blu, in piccole porzioni o su grandi superfici.
Castelli che prendono vita innanzi agli occhi del pubblico, ammantandosi di riflessi e sfumature, sempre uguali eppure sempre diversi. Luoghi fiabeschi, regni in cui lasciar correre la propria fantasia, e al contempo scrigni di bellezza, patrimonio, così come l’arte, che Jan Fabre si propone di difendere in un percorso, anzi un viaggio in cui il trascorrere del tempo si stempera in una ricerca squisitamente interiore.

Era la mia prima volta al Building e la mia prima volta a tu per tu con l’Ora Blu di Fabre e devo dire che nessuna delle due esperienze mi ha deluso.
Al prossimo appuntamento.

Piè di pagina
Dove: Milano, Building Gallery, via Monte di Pietà 23
https://www.building-gallery.com/evento/jan-fabre/?lang=it
Quando: dal 22/09/2018 al 22/12/2018, martedì – sabato dalle 10.00 alle 19
Come: ingresso libero.
L’esposizione prosegue, sempre a Milano, presso la Basilica di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari
in P.zza Sant’Eustorgio 1, lunedì – domenica, dalle 10.00 alle 17.30
Costo ingresso Cappella Portinari 6 EUR
Per approfondire: Jan Fabre. Stigmata. Action & Performances 1976-2013. Ediz. Illustrata , Jan Fabre. Les années de l’Heure Bleue. Dessins et sculptures, 1977-1992. Ediz. Inglese e francese, in lingua italiana Jan Fabre Ediz. Illustrata