Una sera a teatro: Lo zoo di vetro

I suppose I have found it easier to identify with the characters who verge upon hysteria, who were frightened of life, who were desperate to reach out to another person. But these seemingly fragile people are the strong people really. (T. Williams)

Applausi calorosi, convinti: un bel modo (per me) di chiudere la stagione teatrale.
Lo zoo di vetro è un’opera di quelle che riescono a toccare alcune corde profonde, probabilmente universali, sempre in bilico tra disperazione e speranza, inquietudine e sprazzi quasi rubati di felicità, in un mondo in cui le aspettative paiono destinate a non realizzarsi mai, a trasformarsi in una disillusione a cui nemmeno la fuga sembra capace di porre rimedio.
Così come lo spazio e la distanza non paiono in grado di attenuare la memoria.
Una pièce che si sviluppa sui contrasti che però non esplodono mai veramente, restano in qualche imbrigliati eppure mai sopiti, su emozioni profonde di personaggi intimamente fragili, che ci si chiede come abbiano fatto a non spezzarsi come quell’unicorno di cristallo.
E proprio questa è la sensazione che sono riusciti a trasmettermi gli attori in scena, mai eccessivi nei gesti e nei toni, con una Amanda finalmente misurata e non strabordante e forse proprio per questo più vera nel regalarci il ritratto di una donna “freneticamente aggrappata a un altro tempo” e una Laura che pur senza alcuna zoppia accentuata – proprio come invita a fare l’autore – trasmette tutta la pena di essere (o sentirsi) diversi. Convincente anche l’interpretazione dei protagonisti maschili, ben inseriti nella parte e nel gioco di battute che li avvicina e li contrappone, con Jim che emerge davvero come un bravo giovanotto qualunque.
Un allestimento originale, che pur svecchiandolo non snatura inutilmente il testo, non lo stravolge né lo “tira per la giacchetta”, lasciando che sia Williams a raccontarci la sua storia.
Una lettura che definirei rispettosa ma mai banale, sostenuta dalla prova, come dicevo, di tutti i protagonisti che hanno dimostrato un ottimo affiatamento e una altrettanto ottima padronanza del palcoscenico, pur se purtroppo a tratti l’audio non ha sostenuto appieno la performance.
In effetti proprio il teatro Santa Chiara è stato l’unica nota lievemente stonata.
Il palco risultava troppo piccolo per ospitare l’intera scenografia, frenando la fluidità dei movimenti e, soprattutto, a causa della collocazione (infelice) dello schermo risultava difficile godere appieno delle videoproiezioni.
Così come l’illuminazione che non consentiva di vedere la fotografia-ingrandimento del padre, grande assente e contemporaneamente sempre (ingombrantemente) presente in questo dramma del ricordo.
Un peccato perché proprio l’elemento visivo ha introdotto un tocco originale nella regia di Rajeev Badhan, aggiungendo una pluridimensionalità alla narrazione che non è riuscita a emergere in tutta la sua forza.

Piè di pagina
Lo zoo di vetro
di Tennessee Williams
traduzione di Gerardo Guerrieri
regia, musiche e luci Rajeev Badhan; animazioni Emanuele Kabu
Compagnia Slowmachine
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara
http://www.centroteatralebresciano.it/
Per approfondire: Lo zoo di vetro, ed. Einaudi*

Una sera a teatro: Il gabbiano

“La vita va raffigurata non così com’è, e non come dovrebbe essere, ma così com’è rappresentata nei sogni”

Amore e passione, intrecci di sentimenti non corrisposti, illusioni e disillusioni, gelosia e rivalità, conflitti tra generazioni, e poi il teatro che parla di se stesso e che diventa un (ingombrante) personaggio sulla scena.
Una pièce nata come una commedia che sfida le leggi del genere, mescolando, per dirla con le parole dell’autore “un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore”.
Il dramma delle speranze deluse come lo hanno definito molti.
Un’opera corale in cui ciascuno dei personaggi ha un ruolo essenziale, in cui anche i solo apparenti comprimari sono fondamentali per il fraseggio che porta a quel colpo di pistola lontano dagli occhi degli spettatori.
Attori, insomma, come membri di un’orchestra con voci distinte, a tratti inconfondibili, ma che dovrebbero fondersi guidati dall’abile mano del regista.
Un testo quello del Gabbiano che ha saputo vincere sul trascorrere del tempo, restando sempre attuale grazie alla capacità di Cechov di cogliere e restituire le mille sfumature universali dell’animo umano, ma anche e soprattutto dell’anima russa. Quella dusha che rende Nina e Masha, Kostja e Sorin e tutti gli altri personaggi esattamente ciò che sono.
Onestamente è proprio quest’anima, così peculiare, che mi sembra mancare nello spettacolo del Teatro Nazionale di Genova, in maniera soprattutto evidente nei personaggi “minori”, come nel classico dialogo iniziale tra Masha e Medvedenko ridotto quasi a uno sketch.
E i toni appaiono in qualche caso forzati, le voci degli attori non si amalgamano come dovrebbero, con un Kostja talvolta sopra le righe e una Nina eccessivamente svagata.
In qualche momento l’interazione sul palcoscenico scade nella caricatura e si perde quel fondo di amarezza, a tratti insostenibile, che si cela anche nel riso.
Ho visto più volte rappresentare Il gabbiano sui palcoscenici russi, nella maniera più classica o con qualche azzardata rilettura, ma l’ironia è sempre rimasta sottile, più straziante che sguaiata, lasciando trasparire la tristezza, se non addirittura la pietà, per i tanti voli spezzati che si susseguono sulle rive di quel lago in campagna.
Forse ciò che è mancato davvero alla rappresentazione al Sociale è stata la capacità di coinvolgere autenticamente il pubblico, di creare empatia, di rendere palpabile la sofferenza del vivere che farà dire a Nina “la cosa più importante […] non è ciò che io sognavo, bensì la capacità di sopportazione”.

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Il gabbiano
Di Anton Cechov
regia Marco Sciaccaluga
produzione Teatro Nazionale di Genova
Dove: Teatro Sociale
http://www.centroteatralebresciano.it/
Per approfondire:
Il gabbiano* nella traduzione storica di A. M. Ripellino, Cechov. Teatro* con traduzioni di G. P. Piretto; L’anima russa* spiegata da Virginia Woolf

Una sera a teatro: Tempo di Chet

“You don’t know what love is, until you’ve learned the meaning of the blues, until you’ve loved a love you’ve had to lose”

(C. Baker)

Non sono un’amante del jazz e non credo che lo diventerò a breve, ma certo ascoltare la tromba di Paolo Fresu, accompagnato per l’occasione da Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso, ha un suo fascino, e riesce a dare corpo alla storia raccontata in questo spettacolo-concerto che “nasce dalla fusione e dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale, creando un unico flusso di parole, immagini e musica per rievocare lo stile lirico e intimista di questo jazzista tanto maledetto quanto leggendario”.
La pièce è godibile – lo diventa molto di più dopo un avvio un po’ stentato, in cui la musica copre le parole – ma a tratti perde d’effetto, diventando quasi ripetitiva. Probabilmente qualche sforbiciata alle due ore di durata, anche eliminando qualche filone secondario, consentirebbe di mantenere un ritmo più omogeneo.
Tra i punti forti, oltre ovviamente alla musica, coprotagonista sul palco tra brani ispirati agli standard di Baker e altri scritti appositamente, la scenografia, con il suo sapore d’altri tempi, con un’aria un po’ vissuta, con i neon che creano giochi di luce.
Dal punto di vista della recitazione i diversi personaggi che si alternano nel narrare qualche spicchio della storia del trombettista contribuiscono a dare vivacità e spessore al ritratto che si va componendo davanti agli occhi degli spettatori, a supporto di un attore protagonista non sempre convincente, nei toni e nella gestualità.
Tuttavia si ha spesso l’impressione che la prosa non riesca a tenere il passo, stenti in qualche misura perdendosi proprio nell’eccesso di comprimari e dei singoli episodi, dei dettagli.
Se da un lato la musica vola, la parola appare più pesante, talvolta persino didascalica, verbosa.
Nel complesso quindi uno spettacolo non perfettamente riuscito, direi sbilanciato, in cui i piani riescono a compenetrarsi appieno, ma che comunque consente di apprezzare, magari chiudendo gli occhi ogni tanto, le note a tratti struggenti di un assolo.

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Tempo di Chet – La versione di Chet Baker
Testo Leo Muscato e Laura Perini
musiche originali Paolo Fresu
regia Leo Muscato
Dove: Teatro Sociale
http://www.centroteatralebresciano.it/
Un classico in vinile My funny Valentine*

Una sera a teatro: L’importanza di chiamarsi Ernesto

L’antico e tradizionale rispetto dei vecchi per i giovani è morto e sepolto.

Si sorride e si ride in questo bella rivisitazione di L’importanza di chiamarsi Ernesto che segna l’ennesima buona prova di regia e attoriale del Teatro dell’Elfo nella resa di una pièce che, come ci ricorda la compagnia teatrale, è “commedia frivola per gente seria, con un titolo che sfida i traduttori – che ci hanno provato con Ernesto, Franco, Onesto, Probo senza mai risultare convincenti”. E quindi, proprio sulla scorta di questa considerazione, non sorprende la scelta di mantenere anche il nome del protagonista in inglese.
Gli attori per primi sembrano divertirsi sul palcoscenico in quello che emerge come un rovesciamento paradossale del senso, dei luoghi comuni, dei capisaldi stessi su cui si poggia la società vittoriana, in un’atmosfera di generale irriverenza a cui contribuiscono tanto la scenografia quanto i costumi, per non parlare delle scelte musicali che immergono in una Londra diversa.
L’interpretazione della troupe restituisce nei toni e nei gesti tutta l’ironia, l’umorismo, gli equivoci, ma anche gli elementi grotteschi del testo di Wilde, insieme alla sua leggerezza, con un tocco di modernità, in chiave pop, che non guasta, senza tuttavia snaturare la commedia originale o comprimerne l’interpretazione in direzioni forzate.
Certo la recitazione è a tratti sopra le righe, così come lo sono i movimenti del corpo, senza tuttavia sembrare mai fuori luogo o, come spesso accade, stantia.
La verve dei dialoghi sulla carta rivive nei tempi comici pressoché perfetti degli interpreti, ma anche nella padronanza degli spazi che a tratti pare voler trasportare il pubblico di fronte a un doppio misto.
Le due ore circa di spettacolo passano veloci e forse in questo allestimento si perde parte della critica sociale che caratterizzava l’opera inglese originale (del 1895), quel fondo di denuncia che ha portato l’autore a essere processato proprio nell’anno stesso della prima rappresentazione della pièce, ma da questa serata a teatro si esce certamente rilassati e divertiti, in un certo senso “alleggeriti”.

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L’importanza di chiamarsi Ernesto
di Oscar Wilde
regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
produzione Teatro dell’Elfo
Dove: Teatro Sociale
Quando: 13/02 – 17/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: Jekyll

Liberamente ispirato, direi molto molto liberamente ispirato, alla notissima opera di Stevenson, questo spettacolo non mi è parso interamente convincente né dal punto di vista della drammaturgia né da quello della recitazione.
Se è vero, come afferma lo stesso autore, che Jekyll “è un paradigma, una metafora nota a tutti che non smette mai di risignificarsi”, altrettanto vero è che molto del fascino della storia risiede, almeno per me, nel modo in cui è stata scritta e nella voce personalissima dello scrittore che ce la narra.
L’aver portato il protagonista nel mondo della finanza è un’idea di fondo affascinante, che modernizza fortemente l’opera, ma che cozza, stride con la recitazione di Luca Micheletti, che ha un qualcosa di già visto, di maniera nei gesti esagerati, nel tono declamatorio. A tratti sembra di essere in presenza non già di un uomo disturbato, di un io frammentato in maniera irreparabile, ma quasi di una caricatura abbastanza classica del malato che soffre di uno sdoppiamento della personalità.
E in questa estremizzazione dei gesti, dei toni si smarrisce il senso profondo dell’opera, la riflessione amara sul nostro essere tutti, forse, null’altro che un’illusione.
Per questo stesso motivo, non ho apprezzato la scena del confessionale, una nota da spettacolo comico che nulla aggiunge, anzi che “addomestica” la narrazione.
Analogamente, soprattutto nel primo atto, mi è sembrato che a tratti il testo perdesse di mordente, come se si accartocciasse su se stesso, diventando un mero esercizio di stile, per poi riprendere vigore nel secondo atto.
Questo eccesso di verbosità torna prepotente nel finale che avrei voluto più netto, meno costruito così da salutare il pubblico sulla nota più alta, senza dover necessariamente aggiungere altro alla storia.
Tutto ciò premesso lo spettacolo è esteticamente, visivamente di altissimo livello e fosse anche solo per questo motivo merita senz’altro di essere visto, per capire meglio una delle direzioni in cui si sta muovendo il teatro contemporaneo.
Dalla musica ai costumi, alle maschere e agli oggetti di scena fino alle luci tutto concorre a creare immagini potenti, che si fissano nella mente dello spettatore immergendolo in una scenografia gotica.
L’apertura della pièce, in particolare, è perfetta nei colori e nell’atmosfera, come se un dipinto di Magritte prendesse vita sul palco, così come le scene corali di “ballo” traducono in movimento, in coreografia il tema del doppio. Altrettanto riuscita la scelta di creare una scena pluridimensionale in altezza, così come quella di scandire i tempi e separare gli spazi con la reiterata discesa di una quinta che riusciva al tempo stesso ad essere impalpabile ed estremamente fisica.

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Jekyll
Di Fabrizio Sinisi liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Sociale
Quando: 29/01 – 10/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: La banalità del male

L’alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo.

Ci sono spettacoli di cui si vorrebbe essere entusiasti a prescindere, perché tratti da opere che si sono amate, che ci hanno fatto riflettere, che in qualche misura ci hanno lasciato qualcosa di duraturo.
Per me La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt è uno dei libri che si dovrebbero inserire in ogni percorso scolastico e che si dovrebbe leggere più volte, perché in ogni fase diversa della propria vita si riesce a cogliere qualche nuovo aspetto. Un libro da leggere senza pregiudizi, senza idee preconcette, senza arroccarsi sulle proprie convinzioni. E proprio con questo spirito credo che ci si debba avvicinare anche alle opere teatrali che ne sono state ricavate, anche se, è innegabile, ci sono sempre delle aspettative.
Nel caso dello spettacolo presentato al Santa Chiara, giunto ormai alla sua quattrocentesima replica dopo essere nato proprio a Brescia, nelle aule del Liceo Calini, le mie aspettative erano senz’altro elevate e per questo sono rimasta abbastanza delusa da una messa in scena che, a mio parere, si è mantenuta troppo in superficie, senza scavare nelle profondità del testo, anzi perdendosi in qualche strizzatina d’occhio non troppo velata alle vicende (politiche) odierne.
Mi è sembrata, e forse quello è sempre stato l’intento, una lettura didascalica, direi quasi scolastica, a tratti declamata in tono stentoreo, riproponendo la gestualità ormai tipizzata dell’insegnante che sale in cattedra.
In effetti proprio l’idea di ricreare un’aula sul palco, con tanto di lavagna come arredo di scena, di mostrarci una Arendt più nella sua veste di insegnante che di giornalista e politologa non mi ha particolarmente convinto, così come la scelta di concentrare l’attenzione sugli aspetti più da libro di storia che propri di quell’analisi critica, filosofica, culturale e sociologica, che si dipana nelle pagine in cui si racconta sì di un uomo e del suo processo, ma anche dell’umanità in generale.
In tutto ciò va comunque riconosciuto il merito a Paola Bigatto che, pur avendo sostenuto da sola l’intero spettacolo, alla fine si presta, anzi invita il pubblico al dialogo e al confronto, come antidoto alla “assenza di pensiero” che la Arendt aveva riscontrato in Eichmann, incapace di riconoscere quell’altro da sé che ci chiama in causa, che ci mette a confronto con le nostre responsabilità.

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La banalità del male
adattamento di Paola Bigatto
con Paola Bigatto
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, Brescia
Quando: 26-27 gennaio 2019
http://www.centroteatralebresciano.it/
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, ed. Feltrinelli* , anche in versione per Kindle*

Una sera a teatro: Sempre domenica

Un’altra sera a teatro, ancora una volta in un luogo, l’ex Chiesa di Santa Chiara Vecchia, un tempo adibito a ben altra funzione, come testimonia l’affresco sul soffitto per una pièce dedicata al difficile mondo del lavoro, con i racconti dei diversi personaggi a cui danno voce i sei attori sul palco.
Lo spettacolo parte un po’ in tono dimesso, quasi a fatica, ma si riprende ben presto, con una narrazione che pur offrendo molti, moltissimi spunti di riflessione riesce anche a far sorridere, grazie alla bravura dei protagonisti, capaci di “darsi il la” e di sovrapporsi senza che uno prevarichi l’altro.
Qualcuno ha scritto che Sempre domenica è un lavoro sul lavoro e direi che in questa descrizione c’è tutto il senso dell’opera che riesce a trasformarsi in una sorta di specchio di una generazione.
Le vicende che si sviluppano sul palco ci parlano del lavoro che sovente manca e spinge altrove, magari solo per scoprire che quell’altrove non è meglio di ciò che si è lasciato alle spalle, del lavoro che troppo spesso non nobilita affatto l’uomo, ma lo imprigiona in una serie di azioni di cui si stenta a ritrovare il senso, come altrettanto poco senso hanno le domande che si ripetono nei colloqui di selezione del personale, del lavoro, anzi del travagliare, che toglie spazio a tutto il resto, alla vita, alla possibilità di continuare a seguire le proprie passioni.
Risuonano solo le voci dei vinti.
In un quadro così cupo si cerca un barlume di speranza, che sia nelle parole di chi ancora ama ciò che fa o di chi crede fortemente di potersi reinventare o di poter cambiare lo stato delle cose o che riesce a vedere il bicchiere mezzo pieno, accontentandosi.
Ma, in fondo, anche queste sono voci dei vinti, perché i progetti di cambiamento restano appunto solo progetti, se non addirittura sogni irrealizzabili, e quello che poteva essere l’accontentarsi, nel senso più alto del termine, diventa invece un mero rassegnarsi.
Pian piano le storie individuali diventano Storie in una non-epopea, in uno spettacolo corale, in cui proprio la coralità, l’universalità di alcune situazioni, di alcuni sentimenti diventano protagoniste, e dove il testo predomina sul gesto, in una scenografia volutamente ridotta ai minimi termini, senza effetti speciali o inutili trivialità.
Forse è però questa assenza, che personalmente non ho potuto che apprezzare, ad avere spinto gli studenti di un qualche istituto superiore presenti in sala ad occuparsi più dei loro telefonini e meno, molto meno, della trama che si dipanava davanti ai loro occhi.

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Sempre domenica drammaturgia di Collettivo Controcanto
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara
Quando: 10 dicembre 2018
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: The Black’s Tales Tour

Arrivederci all’anno prossimo!

Con The Black’s Tales Tour di Licia Lanera si chiude per me il Festival Wonderland 2018.
L’idea di riproporre, di raccontare alcune delle fiabe più note senza le componenti zuccherose e consolatorie è stata già esplorata in passato, ma in questo caso l’obiettivo era puntato su una sorta di immersione dei personaggi femminili nella vita reale, con le loro ossessioni e le loro paure, fino a che i confini tra fiaba e realtà perdessero di definizione, scomparendo tra insonnia e incubi notturni.
Queste le premesse e le promesse – onestamente secondo me non interamente mantenute – dello spettacolo andato in scena sabato scorso.

L’inizio è potente, con un’apparizione a cavallo tra lo ieratico e l’alieno, grazie a un ottimo uso delle luci, che proseguirà per l’intera rappresentazione. Non altrettanto ottimo, purtroppo, il sonoro, che a tratti copre la recitazione, facendole perdere di incisività, così come mi è parsa poco felice la scelta del costume che, accompagnato a talune pose, rischia di far scadere in una inutile volgarità, tratto saliente di quella Lady Gaga a cui alcuni commenti hanno accostato la protagonista, di cui ho invece sinceramente ammirato la capacità di occupare la scena, tanto fisicamente che emotivamente per tutta la durata dello spettacolo.

Ci sono momenti assolutamente divertenti e non ho potuto non lanciare uno sguardo a M. che alzava gli occhi al cielo alla domanda su “cosa fare con 78 paia di scarpe”, ma il ritmo nel complesso è un po’ altalenante e gli avrebbe forse giovato qualche taglio per evitare una certa ripetitività.
Fortunatamente, tra gli alti e bassi, la chiusura dello spettacolo è inaspettata, originale, sospesa tra sogno e realtà, tra conscio e inconscio, su una nota alta che invita alla riflessione e riporta alla fascinazione iniziale di questo autentico one woman show energetico e frizzante.


@xxx courtesy of Festival Wonderland / Residenza IDRA

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The Black’s Tales Tour di e con Licia Lanera
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2018
Quando: 1 dicembre 2018
http://www.wonderlandfestival.it/

Una sera a teatro: me.me.do. Meccanica del melodramma dozzinale

Penso di aver capito. Un uomo che dice a se stesso cose sensate non è più pazzo di un uomo che dice ad altri cose insensate (Rosencrantz e Guildenstern sono morti)

Amleto è probabilmente l’opera shakesperiana che ho visto più spesso a teatro, dalle rappresentazioni classiche alle ardite riletture, non sempre apprezzabili, da parte di compagnie teatrali più o meno note, mentre Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard rientra in quel ristretto elenco di opere che mi spingono a comprare il biglietto dello spettacolo quasi a prescindere da ogni altra considerazione.
me.me.do – la meccanica del melodramma tradizionale era quindi un appuntamento che aspettavo con un misto di curiosità, con grandi aspettative e, onestamente, con un fondo di timore, perché più alte sono le aspettative, più cocente è la delusione se vengono disattese.

Ottimi ingredienti e cottura perfetta per questa “insolita minestra”.

Il Festival Wonderland 2018 si conferma un calderone di progetti interessanti.
Il libero studio dall’opera di Stoppard proposto dal Collettivo Andrico/Apostoli/Palazzo/Strada/Turra, gruppo di artisti bresciani riunitosi per la prima volta in occasione del Festival Wonderland 2018 è uno spettacolo pienamente riuscito, divertente senza mai essere sguaiato. Uno “Stoppard che non è Stoppard”, ma in cui si respira sotto sotto quella stessa aria di straniamento che accompagna nell’originale le vicende dei due gentiluomini, che furono relegati dal Bardo a un ruolo di mere comparse e poi promossi, finalmente, protagonisti restando tuttavia alla mercé del caso e all’oscuro dei disegni altrui.
Sono passati molti anni dalla sua data di pubblicazione, ma il testo, nella rilettura del collettivo, mantiene tutta la sua freschezza, la capacità di sorprendere e far riflettere su una condizione umana eterna e immutabile con una buona dose di levità. E proprio questa levità è accentuata dal collettivo, con i toni e i cambi repentini di registro e, soprattutto, con il sapiente ricorso al cambio degli occhiali per dar vita agli altri personaggi da parte di Antonio Palazzo, proponendo una chiave di lettura interessante. Uno studio quello che si sviluppa sotto gli occhi degli spettatori che diventa a tratti pop, in cui è la lingua stessa a essere svecchiata oltre ai costumi, ancora una volta con mano leggera.
I tempi comici, la capacità di leggere la posizione degli altri attori nello spazio e di sostenere un ritmo collettivo più che individuale – fino al finale in puro stile british – rispecchiano il grande lavoro di preparazione, del dietro le quinte che ha preceduto questa prima (replica) nazionale.
I calorosi applausi del pubblico sono quindi ampiamente meritati, per la messa in scena e, direi, anche per il coraggio di avere osato una rilettura che non cade in quei meccanismi per strappare una risata ormai abusati, dal sapore stantio che sembrano spesso connotare le “opere ispirate a”. Si esce dalla sala con il sorriso e certo con la voglia di vedere dove ci porterà ancora il collettivo.


@xxx courtesy of Festival Wonderland / Residenza IDRA

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me.me.do. Meccanica del melodramma dozzinale. Libero studio da Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard
Collettivo Andrico/Apostoli/Palazzo/Strada/Turra
in collaborazione con Residenza IDRA (Brescia)
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2018
Quando: 30 novembre 2018
http://www.wonderlandfestival.it/

Una sera a teatro: Dove tutto è stato preso

Ogni anno aspetto con curiosità di vedere le proposte del Festival Wonderland, una rassegna che per due fine settimana consecutivi trasforma Brescia in una delle capitali del teatro contemporaneo. Dalla scoperta del cartellone – come sempre complimenti a chi lo ha ideato, perché anche per questa edizione ha fatto assolutamente centro – alla scelta degli spettacoli, l’intero processo è ormai diventato quasi un rito autunnale.

Vi è mai capitato di pensare che uno spettacolo sia fatto proprio per voi, che racconti non una storia, in cui in qualche misura potete riconoscervi, ma proprio una parte della vostra storia? Beh, a M. e a me è successo con Dove tutto è stato preso, progetto vincitore del Bando Progetto CURA 2017.
Il casale di cui discutono i protagonisti senza nome, quasi a volerli rendere universali, davanti a una delle tante cene improvvisate di chi ha sempre meno tempo a disposizione per tutto ciò che non è lavoro, lo avevamo trovato davvero, lo abbiamo persino vissuto per un breve periodo, prima che decisioni altrui ci obbligassero a lasciarlo. E con il casale avevamo ritrovato la voglia di fare, anzi di essere comunità, un po’ a modo nostro certo, ma con tanti sogni, con tutti quei conti “al metro quadro”, la ricerca dei possibili compagni d’avventura e con tanti semi raccolti e conservati, per piantarli in quello che sarebbe stato il nostro orto futuro.
E sì, è vero che i nostri sogni avevano i tarli, e proprio come la casa abitata da Bartolini e Baronio anche il nostro casale aveva i tarli, tanti, famelici, costantemente all’opera.
Insomma, sulla scena ho rivisto una piccola porzione del mio vissuto, ma con occhi nuovi, seguendo i fili, anche luminosi e sonori, ben tessuti dai due attori che riescono a mantenersi in equilibrio tra il troppo e il troppo poco, l’urlato e il sussurrato, il non detto e quell’approccio eccessivamente didascalico, dove tutto deve essere spiegato, dove pare necessario prendere il pubblico per mano e condurlo verso un punto preciso, verso una convinzione, un credo, una qualche forma di verità.
Qui non si narrano storie epiche né si propongono soluzioni magiche, al pubblico si presentano piuttosto spunti di riflessione, sull’oggi e sul futuro, su un’emigrazione (o immigrazione) probabilmente da ripensare fin dalle sue fondamenta, con richiami forti all’elemento sociale.
La narrazione è sorretta dal gioco di luci, dall’uso sapiente dei pochi elementi scenici che concorrono a creare un’atmosfera rarefatta, dove davvero “tutto è stato preso”, anzi forse non proprio tutto, perché resta sempre la possibilità di una rinascita, di veder crescere quei semi che si sono anche inconsapevolmente gettati.
L’unico aspetto che non mi ha interamente convinto è il finale, che ho trovato poco organico rispetto al resto dello spettacolo, con l’inserimento dell’elemento video lievemente forzato, così come il tono e il registro delle ultime battute, ma nel complesso sono contenta di poter ripetere anche quest’anno che il Festival Wonderland si è per me aperto in positivo e che aspetto il prossimo fine settimana per scoprire nuove compagnie, vivere nuove emozioni, seguendo un teatro che, come scrivono gli organizzatori, “sembra continuamente sul punto di morire, salvo poi rigenerarsi in forme sempre nuove e creative in quanto accetta la sfida dei nostri tempi e i cambiamenti che ne conseguono”.


@Chiara Gavuzzi courtesy of  Residenza IDRA / Festival Wonderland

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Dove tutto è stato preso di e con Tamara Bartolini/Michele Baronio
produzione Bartolini/Baronio | 369gradi
coproduzione Teatri di Vetro Festival/Triangolo Scaleno Teatro
con il supporto di Residenza IDRA (Brescia) e Armunia (Castiglioncello) nell’ambito del progetto CURA 2017
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2018
Quando: 24 novembre 2018
http://www.wonderlandfestival.it/
Per prenotare i biglietti dei prossimi spettacoli: http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/ oppure www.vivaticket.it