Dietro le quinte – Wonderland Festival: l’organizzazione

Raccontavo in un altro post dell’impazienza con cui aspetto la locandina di Wonderland Festival ogni autunno, ma certamente è la scoperta del programma a riservare sempre le maggiori sorprese.
Ormai è una sorta di rito, aprire il sito, leggere la sezione “Fil rouge” e poi, mano al calendario, scegliere gli spettacoli.
Resta però la curiosità di capire come nasce davvero un festival così articolato, capace di condensare in un paio di settimane spettacoli molto diversi eppure legati da un filo sottile, di raccogliere compagnie e attori delle più disparate provenienze superando anche eventuali barriere linguistiche. E questa volta ho sfruttato la disponibilità a sedersi per fare due chiacchiere di Emma Mainetti, Direzione organizzativa e di produzione che mi ha permesso, virtualmente, di accompagnarla dietro le quinte.

Il punto di partenza è il nome. Di chi è stata l’idea di legare il festival a “Wonderland” – tra parentesi un nome azzeccatissimo vista la sensazione di immergersi proprio in un paese delle meraviglie che personalmente mi spinge a tornare, stagione dopo stagione, ad aspettare che si alzi ancora una volta il sipario. E ovviamente questo non può che portare a chiedere come è nato il festival.
Il nome Wonderland Festival nasce nel 2012, ma il festival in sé, o almeno il suo primo antenato, era già nato nel 1998 e si chiamava Brescia tra Fiabe e Contaminazioni. Si trattava di un festival biennale, molto diverso da quello che vediamo ora, sicuramente più piccolo, come più piccoli eravamo anche noi. Io infatti non c’ero ancora…l’idea è stata di Davide D’Antonio e Giovanni Zani, fondatori e tuttora direttori di Residenza IDRA.
Brescia tra Fiabe e Contaminazioni lavorava sul tema delle fiabe per adulti, con gli anni poi il tema si è ampliato e il festival è diventato annuale, nel 2012, trasformandosi in Wonderland. Il legame con la fiaba si è attenuato ma ci piaceva mantenere un senso legato al “Paese delle Meraviglie” che è un po’ quello che ogni anno cerchiamo di creare.
Personalmente sono arrivata a far parte del festival nel 2013 e sono quindi testimone diretto solo delle edizioni dal 2013 in poi. In questi anni il festival è cambiato molto, è cresciuto e si è trasformato ulteriormente. Le edizioni 2012-2013-2014 erano ancora molto lunghe, si parlava di circa uno o due mesi di programmazione limitata ai fine settimana, una via di mezzo tra una piccola stagione e un festival insomma.
La svolta è avvenuta nel 2015, il festival è stato riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali, si è spostato da febbraio a novembre e ha preso la forma attuale: due settimane di programmazione intensissima, eventi collaterali, convegni, dopofestival…tutto quello che anche oggi ci caratterizza e che ogni anno si sviluppa sempre di più prendendo nuove forme.

La seconda domanda credo che sia stata posta innumerevoli volte, è un po’ una sorta di “è nato prima l’uovo o la gallina?” applicato ad ogni edizione del festival. Se pensiamo al programma e a quel fil rouge a cui accennavo prima, che costituisce una chiave di lettura, una bussola per orientarsi nel calendario delle rappresentazioni e degli eventi, è spontaneo riflettere su quale sia il fondamento. Qual è il punto di partenza su cui si costruisce la stagione, attorno a cui ruota tutto? In termini di processo creativo, viene insomma prima la selezione del tema – poi riassunto nel claim – o la considerazione degli spettacoli disponibili? O forse è sbagliato già pensare al concetto di “spettacoli disponibili”, perché talvolta nascono già in qualche misura per Wonderland?
Anche in questo caso la svolta è stata data dal passaggio ministeriale. Il Ministero richiede agli organizzatori di avere una visione triennale del festival. Così, il primo triennio, dal 2015 al 2017, la decisione è stata quella di lavorare ogni edizione su un tema diverso sul quale costruire un fil rouge attorno a cui far ruotare gli spettacoli.
In questo caso ciò che nasce prima è il tema, l’urgenza, l’argomento di cui sentiamo sia in quel momento necessario parlare. I tre temi scelti dalla direzione artistica in quegli anni, che venivano poi tradotti dai claim, erano temi caldi, che sentivamo che il pubblico, gli artisti, la società avevano urgenza di condividere.
Pertanto in qualche modo le due cose si contaminano, il tema detta la scelta degli spettacoli ma anche l’urgenza degli artisti che producono spettacoli su determinati temi fa comprendere che cosa sia importante mettere in luce in quel momento…”Imbraccia la tua arma” nel 2015, “Sedotti, traditi, felici” nel 2016, “Speak the truth!”nel 2017…erano tutti temi che sentivamo importanti e che, in alcuni casi, anche associati alle immagini, hanno suscitato qualche polemica. Per il secondo triennio invece, che è iniziato l’anno scorso e arriverà fino al 2020, la scelta della direzione artistica è stata quella di concentrarci su un genere: il teatro immersivo, che abbiamo iniziato a sondare nella scorsa edizione, con approccio più leggero e che era espresso ironicamente da quel “Non la solita minestra…” ad indicare un nuovo modo di fare teatro in cui lo spettatore è un ingrediente importante e che quest’anno esprimiamo con più forza con il nostro interrogativo “Chi è di scena?”. Per quanto riguarda la scelta degli spettacoli avvengono entrambe le cose che dici: sicuramente Davide D’Antonio guarda al panorama artistico con un occhio di riguardo a quelle compagnie e a quegli spettacoli che indagano nella direzione che interessa al festival ma è anche avvenuto che si “sfidassero” gli artisti a produrre lavori ad hoc, come nel caso dello spettacolo “5 minutes” andato in scena nel 2017 in cui abbiamo chiesto a diversi artisti di produrre 5 minuti di performance ispirandosi ai cinque minuti di tempo che vengono dati alla popolazione palestinese per salvarsi dai bombardamenti in arrivo, e abbiamo prodotto un evento unico per Wonderland.

Negli anni gli spettatori hanno assistito a una evidente evoluzione del festival, non solo specchio dei tempi ma di una autentica crescita, maturazione della rassegna che ha saputo uscire dai confini della città, tanto in termini artistici che di fama. Quanto è stato difficile raggiungere questo obiettivo e quanti sono stati gli eventuali cambi di rotta?
La parte difficile è stata farsi conoscere dal pubblico, riuscire a farlo arrivare da noi per la prima volta. La programmazione del festival è sempre stata ambiziosa, Idra ha da sempre un occhio attento al panorama artistico contemporaneo nazionale e internazionale e ha portato a Brescia proposte e artisti di grande livello che molte volte non erano mai stati qui. Ad esempio i Motus, che, pur essendo tra le compagnie di punta nel panorama nazionale, sono venuti a Brescia per la prima volta nel 2015, nel nostro piccolo spazio di Vicolo delle Vidazze.
La sfida di riuscire a far comprendere al pubblico che il teatro e l’arte performativa contemporanea sono accessibili a tutti e che da noi potevano sperimentarlo è stata la più difficile. Ma tutte le persone che sono venute negli anni sono poi tornate, e sono diventate i nostri migliori comunicatori. Il nostro pubblico è estremamente fidelizzato, quando viene al festival ci torna, difficilmente segue solo uno spettacolo. Il lavoro è stato soprattutto questo, credere in quello che portavamo avanti e non demordere. Siamo cresciuti molto anche grazie al pubblico che ci segue.

Quest’anno una produzione Residenza IDRA in collaborazione con Image Collective per la regia di Davide D’Antonio si intitola Andare verso, un percorso itinerante e un omaggio alla nostra città. Dove sta andando Wonderland Festival? Dove vi immaginate tra, diciamo, cinque anni? Personalmente spero, fedele al nome che ho scelto per il mio blog, anch’esso un inno al cammino, che il viaggio sia ancora molto lungo…
Sicuramente lo speriamo anche noi…il Festival è uno dei progetti più importanti che IDRA porta avanti.
Dove saremo tra cinque anni è difficile dirlo. Purtroppo anche noi, come tutti coloro che lavorano nella cultura ed in particolare nel teatro, viviamo di costante precarietà. Sogni e visioni si scontrano costantemente con il limite delle prospettive politiche ed economiche. In Italia la prospettiva più lunga in termini di programmazione è triennale, dopo di che tutto si sospende in attesa che venga definito il triennio successivo.
Io credo che Wonderland abbia dimostrato negli anni una crescita costante, sia in termini di programmazione che di pubblico e che questo gli garantisca un cammino futuro agli occhi delle istituzioni. Ma nessuno può dirlo con certezza. Quello che possiamo dire con certezza è che noi continueremo a lavorare per portarlo avanti e farlo crescere, come abbiamo fatto fino ad ora.

Piè di pagina
Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/

Una sera a teatro: Calcinculo

Teatro pop, teatro rock, teatro punk.

Anche quest’anno è arrivato il momento di commentare il primo spettacolo che abbiamo scelto nel cartellone di Wonderland Festival.
Una doverosa premessa, se fosse stato per me, non lo avremmo visto – sono sempre un po’ sospettosa quando le opere hanno una forte componente musicale – e me ne sarei molto pentita. Invece, grazie a una decisione “del collettivo” mi sono trovata a godere tutti i 60 minuti di Calcinculo, davvero “uno spettacolo dove le parole prendono la forma della musica. Dove la musica prende la forma delle parole”, e applaudire convinta una compagnia che non vedo già l’ora di rivedere all’opera.

Non sono solo canzonette, anzi.
Babilonia Teatri porta nello Spazio Teatro Idra una pièce che vive di contaminazioni e rimandi, in cui la musica è elemento essenziale per dare corpo a un autentico fiume di parole, la drammaturgia in prosa, a un flusso disordinato e irrefrenabile che sembra scaturire senza filtri, a tratti senza neppur una logica apparente, irrazionale come le paure e le fobie enumerate da Castellani, che sono invece, ne sono certa, assolutamente reali per molti spettatori.

Contrappunto e melodia, i frammenti delle storie narrate (o forse sarebbe meglio dire di un’unica storia, quella del nostro quotidiano) si sviluppano in un gioco di contraddizioni, i ritornelli pop non nascondono la profondità dei temi trattati, non mascherano l’invio a riflettere, a confrontarsi con temi forti, a (ri)prendere una posizione dopo che i miti e le convinzioni hanno subito l’ineluttabile trascorrere del tempo, come sottolineano gli autori con una delle immagini più poetiche e contemporaneamente più amare dell’intero copione, quella dello scotch usato per fissare i manifesti di Che Guevara sul muro che cede appunto al tempo e alla forza di gravità.
Sul palco, volutamente scarno, con pochi elementi per non distogliere l’attenzione dal testo, dalla sua reale comprensione, scorre un collage di miserie umane, di nodi irrisolti. Presente e passato, rock e pop, leggerezza contro il peso delle idee, spensieratezza e parole come pietre, perché non stiamo facendo un altro giro su una giostra a cavalli, ma siamo su un calcinculo con tutte le sue emozioni contrastanti.

In questo vortice si riesce anche a ridere, si è coinvolti in una ricerca delle citazioni, musicali e non, ci si lascia cullare dalle note e dall’illusoria lievità delle mossette della cantante, mentre si viene schiaffeggiati dai testi delle canzoni.
L’ironia smorza i toni, ma è uno sguardo disincantato sulla realtà a prevalere, portando anche l’inaspettato concorso di bellezza in cui il pubblico è chiamato a votare ad assumere forme grottesche.
Nel complesso uno spettacolo forte, tagliente, che costringe a guardare dentro se stessi oltre che a ciò che ci circonda, che invita a non cadere nella (autoconsolatoria) illusione che “così vanno le cose, così devono andare”, a ritrovare la capacità di sognare e che regala, grazie alla convincente prova d’attore e a un testo da masticare lentamente e digerire, un ottimo esempio di teatro “schierato”.

Piè di pagina
Calcinculo di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con Luca Scotton
Produzione Babilonia Teatri
Musiche di Lorenzo Scuda
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2019

Dietro le quinte – Wonderland Festival: la comunicazione

Per alcuni la primavera è la stagione del nuovo inizio, per me invece è l’autunno visto che riapre la stagione teatrale.
E da diversi anni novembre è il mese in cui nei luoghi più diversi della città appaiono i manifesti di Wonderland Festival, immagini in cui cerco di cogliere qualche anteprima del calendario di spettacoli, di quel fil rouge che li lega.
Con il passare del tempo il festival teatrale e la sua espressione “grafica” sono diventati sempre più legati, quasi inscindibili e mi sono chiesta spesso come funzioni il processo creativo che porta alla scelta dei materiali per la comunicazione e quanto conti proprio la comunicazione per una rassegna come Wonderland, che ha fatto del suo essere “altro” nel panorama culturale bresciano, e non solo, la propria cifra stilistica.
Per soddisfare questa e molte altre curiosità ho deciso di rivolgermi alla fonte, facendomi accompagnare in un viaggio attraverso le locandine da Walter Spelgatti, responsabile Ufficio stampa e comunicazione, che ringrazio sin d’ora per la disponibilità.
Partiamo dal 2015, pietra miliare nella storia di Wonderland e anno in cui l’immagine– e la comunicazione in senso lato – diventa assolutamente distintiva, detta il tono e l’atmosfera di quello che il pubblico vedrà sulla scena, e si impone, di pieno diritto, come un elemento del programma.

L’immagine del soldato al pianoforte è davvero forte, così come sarà forte, pressante l’invito che riecheggia nei diversi spettacoli a schierarsi, a prendere posizione, metaforicamente a “imbracciare la propria arma”.
Un punto di svolta, a mio parere, nella strategia comunicativa in cui l’elemento grafico, visuale, si sposa con la parola, la sottolinea, la incarna. Da quel momento le locandine del festival vivranno sempre di questa dualità.
Lo si vede bene nel 2016 che segna l’inizio della proficua, e perdurante, collaborazione con Dorothy Bhawl che con le sue opere contribuisce a creare la veste esteriore del festival, rendendola assolutamente riconoscibile seppur nuova a ogni stagione.

Dopo l’ironica e grottesca rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie è la volta di un’implacabile Regina di Cuori…

… per arrivare al mondo del fumetto con Gargamella nel 2018.

Come nasce questa collaborazione?
La collaborazione con Dorothy nasce da un colpo di fulmine.
Eravamo alla ricerca della nuova immagine del festival il cui claim era “sedotti, traditi, felici…”. Come al solito lavoravamo di brain storming, scambiandoci impressioni e suggestioni che il tema ci dettava. E come al solito faticavamo a trovare una linea, un’immagine dalla quale ci sentissimo tutti rappresentati e che ci mettesse tutti d’accordo. Fino a che, nelle nostre ricerche, è comparsa lei. L’immagine di Alice che cavalca un particolarissimo Bianconiglio in un’atmosfera da party un po’ decadente ma festoso. Ci rappresentava, esprimeva ciò che volevamo dire in quel momento. Era forte, ironica, artistica. E ci siamo innamorati, di quell’immagine e del suo autore, Dorothy Bhawl, che per la prima volta ci aveva fatto battere il cuore all’unisono. Abbiamo deciso di contattarlo e Dorothy è stato da subito entusiasta di intraprendere questa nuova collaborazione che prosegue e cresce di anno in anno. Non ci siamo più lasciati.
Dicevamo prima di come immagine e claim siano l’ottimo completamento del cartellone del festival. Potrei dire quasi una sorta di trailer cinematografico, un antipasto che stuzzica l’appetito. E proprio questa corrispondenza risulta particolarmente affascinante, un esempio di comunicazione perfettamente riuscita. Ma qual è l’elemento di partenza, il testo o la fotografia? E come si arriva alla composizione definitiva, quale è il processo?
Dare una successione definita a questo complesso processo non è facile. L’immagine di Dorothy è un’immagine che parla da sé. È comunicativa, fortemente descrittiva e allo stesso tempo veicolo di messaggi importanti. La fotografia aiuta molto nella creazione di un racconto fortemente identitario del festival.
Wonderland sta diventando sempre più in festival che segna un percorso, che anticipa dei messaggi forti che diventano “pop” grazie alla perfetta sinergia tra l’arte del fotografare e l’arte del comunicare.
Ma la comunicazione non è solo immagine. “Imbraccia la tua arma”, “Sedotti, traditi, felici”, “Speak the truth”, “Non la solita minestra” fino all’ultimissimo “Chi è di scena?”. Ogni parola ha un suo peso, un suo posto specifico. In questi claim nulla è ridondante, la concisione come valore. Anche questo è un elemento ricorrente, identificativo, fortemente studiato. Oppure no?
Il claim di Wonderland è assolutamente studiato, pensato in ogni punteggiatura. L’immagine ispira il claim, che allo stesso tempo viene pensato in funzione della direzione artistica degli spettacoli in cartellone.
Il “Chi è di scena?” di quest’anno è un esempio che calza perfettamente.
Il punto di domanda non è casuale. Nel “richiamo” agli attori dietro il sipario prima dell’inizio dello spettacolo non c’è un punto di domanda. È una chiamata. Noi abbiamo aggiunto un interrogativo. “Chi è di scena?” non è più una chiamata ma una vera e propria richiesta, come una provocazione. Si chiede al pubblico chi vuol essere di scena. O secondo loro chi è di scena, in un festival pensato proprio nell’ottica di un modo di vivere il teatro completamente nuovo: lasciando al pubblico la scelta se entrare nella scena o stare a guardare…

Guardando la splendida immagine scelta per il 2019 – che si lascia decisamente alle spalle i rimandi al paese delle meraviglie, o forse no visto il sottile gioco di specchi e rimandi, restano due domande. Rivedremo mai i personaggi di Lewis Carroll e, soprattutto, quanto conta la comunicazione per una realtà come Wonderland Festival, a Brescia (città che per molto tempo è stata accusata di essere provinciale, nemica della cultura, poco aperta alla sperimentazione e alle novità), in Italia e all’estero?
La comunicazione di Wonderland è fondamentale.
Ormai l’immagine di Wonderland è diventata iconica. Tra le comunicazioni più attese dell’anno.
Il pubblico ci chiede quale sarà la nuova immagine, quale claim abbiamo pensato per provocare la città sul nuovo teatro che ogni anno proponiamo.
Siamo consapevoli che il festival è complesso e di non facile “accessibilità”, per questo per il comparto comunicazione è importante trovare la modalità affinché il pubblico si avvicini e si incuriosisca.
Una volta superato questo “ostacolo” tutto è in discesa: Wonderland è un festival divertente e coinvolgente. Un festival che porta in scena messaggi attuali e dirompenti. Un’occasione per riflettere e provocare nuove riflessioni. E farlo attraverso il teatro, ci siamo accorti, è l’occasione più bella e soddisfacente che ci sia! Basta avere il coraggio di entrare in scena…

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Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/
Dorothy Bhawl è in mostra al Ma.Co.f fino all’11/12/2019 con aperture straordinarie per il pubblico di Wonderland giovedì 21/11 e sabato 30/11 fino alle 21.

Una sera a teatro: Lo zoo di vetro

I suppose I have found it easier to identify with the characters who verge upon hysteria, who were frightened of life, who were desperate to reach out to another person. But these seemingly fragile people are the strong people really. (T. Williams)

Applausi calorosi, convinti: un bel modo (per me) di chiudere la stagione teatrale.
Lo zoo di vetro è un’opera di quelle che riescono a toccare alcune corde profonde, probabilmente universali, sempre in bilico tra disperazione e speranza, inquietudine e sprazzi quasi rubati di felicità, in un mondo in cui le aspettative paiono destinate a non realizzarsi mai, a trasformarsi in una disillusione a cui nemmeno la fuga sembra capace di porre rimedio.
Così come lo spazio e la distanza non paiono in grado di attenuare la memoria.
Una pièce che si sviluppa sui contrasti che però non esplodono mai veramente, restano in qualche imbrigliati eppure mai sopiti, su emozioni profonde di personaggi intimamente fragili, che ci si chiede come abbiano fatto a non spezzarsi come quell’unicorno di cristallo.
E proprio questa è la sensazione che sono riusciti a trasmettermi gli attori in scena, mai eccessivi nei gesti e nei toni, con una Amanda finalmente misurata e non strabordante e forse proprio per questo più vera nel regalarci il ritratto di una donna “freneticamente aggrappata a un altro tempo” e una Laura che pur senza alcuna zoppia accentuata – proprio come invita a fare l’autore – trasmette tutta la pena di essere (o sentirsi) diversi. Convincente anche l’interpretazione dei protagonisti maschili, ben inseriti nella parte e nel gioco di battute che li avvicina e li contrappone, con Jim che emerge davvero come un bravo giovanotto qualunque.
Un allestimento originale, che pur svecchiandolo non snatura inutilmente il testo, non lo stravolge né lo “tira per la giacchetta”, lasciando che sia Williams a raccontarci la sua storia.
Una lettura che definirei rispettosa ma mai banale, sostenuta dalla prova, come dicevo, di tutti i protagonisti che hanno dimostrato un ottimo affiatamento e una altrettanto ottima padronanza del palcoscenico, pur se purtroppo a tratti l’audio non ha sostenuto appieno la performance.
In effetti proprio il teatro Santa Chiara è stato l’unica nota lievemente stonata.
Il palco risultava troppo piccolo per ospitare l’intera scenografia, frenando la fluidità dei movimenti e, soprattutto, a causa della collocazione (infelice) dello schermo risultava difficile godere appieno delle videoproiezioni.
Così come l’illuminazione che non consentiva di vedere la fotografia-ingrandimento del padre, grande assente e contemporaneamente sempre (ingombrantemente) presente in questo dramma del ricordo.
Un peccato perché proprio l’elemento visivo ha introdotto un tocco originale nella regia di Rajeev Badhan, aggiungendo una pluridimensionalità alla narrazione che non è riuscita a emergere in tutta la sua forza.

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Lo zoo di vetro
di Tennessee Williams
traduzione di Gerardo Guerrieri
regia, musiche e luci Rajeev Badhan; animazioni Emanuele Kabu
Compagnia Slowmachine
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara
http://www.centroteatralebresciano.it/
Per approfondire: Lo zoo di vetro, ed. Einaudi*

Una sera a teatro: Il gabbiano

“La vita va raffigurata non così com’è, e non come dovrebbe essere, ma così com’è rappresentata nei sogni”

Amore e passione, intrecci di sentimenti non corrisposti, illusioni e disillusioni, gelosia e rivalità, conflitti tra generazioni, e poi il teatro che parla di se stesso e che diventa un (ingombrante) personaggio sulla scena.
Una pièce nata come una commedia che sfida le leggi del genere, mescolando, per dirla con le parole dell’autore “un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore”.
Il dramma delle speranze deluse come lo hanno definito molti.
Un’opera corale in cui ciascuno dei personaggi ha un ruolo essenziale, in cui anche i solo apparenti comprimari sono fondamentali per il fraseggio che porta a quel colpo di pistola lontano dagli occhi degli spettatori.
Attori, insomma, come membri di un’orchestra con voci distinte, a tratti inconfondibili, ma che dovrebbero fondersi guidati dall’abile mano del regista.
Un testo quello del Gabbiano che ha saputo vincere sul trascorrere del tempo, restando sempre attuale grazie alla capacità di Cechov di cogliere e restituire le mille sfumature universali dell’animo umano, ma anche e soprattutto dell’anima russa. Quella dusha che rende Nina e Masha, Kostja e Sorin e tutti gli altri personaggi esattamente ciò che sono.
Onestamente è proprio quest’anima, così peculiare, che mi sembra mancare nello spettacolo del Teatro Nazionale di Genova, in maniera soprattutto evidente nei personaggi “minori”, come nel classico dialogo iniziale tra Masha e Medvedenko ridotto quasi a uno sketch.
E i toni appaiono in qualche caso forzati, le voci degli attori non si amalgamano come dovrebbero, con un Kostja talvolta sopra le righe e una Nina eccessivamente svagata.
In qualche momento l’interazione sul palcoscenico scade nella caricatura e si perde quel fondo di amarezza, a tratti insostenibile, che si cela anche nel riso.
Ho visto più volte rappresentare Il gabbiano sui palcoscenici russi, nella maniera più classica o con qualche azzardata rilettura, ma l’ironia è sempre rimasta sottile, più straziante che sguaiata, lasciando trasparire la tristezza, se non addirittura la pietà, per i tanti voli spezzati che si susseguono sulle rive di quel lago in campagna.
Forse ciò che è mancato davvero alla rappresentazione al Sociale è stata la capacità di coinvolgere autenticamente il pubblico, di creare empatia, di rendere palpabile la sofferenza del vivere che farà dire a Nina “la cosa più importante […] non è ciò che io sognavo, bensì la capacità di sopportazione”.

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Il gabbiano
Di Anton Cechov
regia Marco Sciaccaluga
produzione Teatro Nazionale di Genova
Dove: Teatro Sociale
http://www.centroteatralebresciano.it/
Per approfondire:
Il gabbiano* nella traduzione storica di A. M. Ripellino, Cechov. Teatro* con traduzioni di G. P. Piretto; L’anima russa* spiegata da Virginia Woolf

Una sera a teatro: Tempo di Chet

“You don’t know what love is, until you’ve learned the meaning of the blues, until you’ve loved a love you’ve had to lose”

(C. Baker)

Non sono un’amante del jazz e non credo che lo diventerò a breve, ma certo ascoltare la tromba di Paolo Fresu, accompagnato per l’occasione da Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso, ha un suo fascino, e riesce a dare corpo alla storia raccontata in questo spettacolo-concerto che “nasce dalla fusione e dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale, creando un unico flusso di parole, immagini e musica per rievocare lo stile lirico e intimista di questo jazzista tanto maledetto quanto leggendario”.
La pièce è godibile – lo diventa molto di più dopo un avvio un po’ stentato, in cui la musica copre le parole – ma a tratti perde d’effetto, diventando quasi ripetitiva. Probabilmente qualche sforbiciata alle due ore di durata, anche eliminando qualche filone secondario, consentirebbe di mantenere un ritmo più omogeneo.
Tra i punti forti, oltre ovviamente alla musica, coprotagonista sul palco tra brani ispirati agli standard di Baker e altri scritti appositamente, la scenografia, con il suo sapore d’altri tempi, con un’aria un po’ vissuta, con i neon che creano giochi di luce.
Dal punto di vista della recitazione i diversi personaggi che si alternano nel narrare qualche spicchio della storia del trombettista contribuiscono a dare vivacità e spessore al ritratto che si va componendo davanti agli occhi degli spettatori, a supporto di un attore protagonista non sempre convincente, nei toni e nella gestualità.
Tuttavia si ha spesso l’impressione che la prosa non riesca a tenere il passo, stenti in qualche misura perdendosi proprio nell’eccesso di comprimari e dei singoli episodi, dei dettagli.
Se da un lato la musica vola, la parola appare più pesante, talvolta persino didascalica, verbosa.
Nel complesso quindi uno spettacolo non perfettamente riuscito, direi sbilanciato, in cui i piani riescono a compenetrarsi appieno, ma che comunque consente di apprezzare, magari chiudendo gli occhi ogni tanto, le note a tratti struggenti di un assolo.

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Tempo di Chet – La versione di Chet Baker
Testo Leo Muscato e Laura Perini
musiche originali Paolo Fresu
regia Leo Muscato
Dove: Teatro Sociale
http://www.centroteatralebresciano.it/
Un classico in vinile My funny Valentine*

Una sera a teatro: L’importanza di chiamarsi Ernesto

L’antico e tradizionale rispetto dei vecchi per i giovani è morto e sepolto.

Si sorride e si ride in questo bella rivisitazione di L’importanza di chiamarsi Ernesto che segna l’ennesima buona prova di regia e attoriale del Teatro dell’Elfo nella resa di una pièce che, come ci ricorda la compagnia teatrale, è “commedia frivola per gente seria, con un titolo che sfida i traduttori – che ci hanno provato con Ernesto, Franco, Onesto, Probo senza mai risultare convincenti”. E quindi, proprio sulla scorta di questa considerazione, non sorprende la scelta di mantenere anche il nome del protagonista in inglese.
Gli attori per primi sembrano divertirsi sul palcoscenico in quello che emerge come un rovesciamento paradossale del senso, dei luoghi comuni, dei capisaldi stessi su cui si poggia la società vittoriana, in un’atmosfera di generale irriverenza a cui contribuiscono tanto la scenografia quanto i costumi, per non parlare delle scelte musicali che immergono in una Londra diversa.
L’interpretazione della troupe restituisce nei toni e nei gesti tutta l’ironia, l’umorismo, gli equivoci, ma anche gli elementi grotteschi del testo di Wilde, insieme alla sua leggerezza, con un tocco di modernità, in chiave pop, che non guasta, senza tuttavia snaturare la commedia originale o comprimerne l’interpretazione in direzioni forzate.
Certo la recitazione è a tratti sopra le righe, così come lo sono i movimenti del corpo, senza tuttavia sembrare mai fuori luogo o, come spesso accade, stantia.
La verve dei dialoghi sulla carta rivive nei tempi comici pressoché perfetti degli interpreti, ma anche nella padronanza degli spazi che a tratti pare voler trasportare il pubblico di fronte a un doppio misto.
Le due ore circa di spettacolo passano veloci e forse in questo allestimento si perde parte della critica sociale che caratterizzava l’opera inglese originale (del 1895), quel fondo di denuncia che ha portato l’autore a essere processato proprio nell’anno stesso della prima rappresentazione della pièce, ma da questa serata a teatro si esce certamente rilassati e divertiti, in un certo senso “alleggeriti”.

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L’importanza di chiamarsi Ernesto
di Oscar Wilde
regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
produzione Teatro dell’Elfo
Dove: Teatro Sociale
Quando: 13/02 – 17/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: Jekyll

Liberamente ispirato, direi molto molto liberamente ispirato, alla notissima opera di Stevenson, questo spettacolo non mi è parso interamente convincente né dal punto di vista della drammaturgia né da quello della recitazione.
Se è vero, come afferma lo stesso autore, che Jekyll “è un paradigma, una metafora nota a tutti che non smette mai di risignificarsi”, altrettanto vero è che molto del fascino della storia risiede, almeno per me, nel modo in cui è stata scritta e nella voce personalissima dello scrittore che ce la narra.
L’aver portato il protagonista nel mondo della finanza è un’idea di fondo affascinante, che modernizza fortemente l’opera, ma che cozza, stride con la recitazione di Luca Micheletti, che ha un qualcosa di già visto, di maniera nei gesti esagerati, nel tono declamatorio. A tratti sembra di essere in presenza non già di un uomo disturbato, di un io frammentato in maniera irreparabile, ma quasi di una caricatura abbastanza classica del malato che soffre di uno sdoppiamento della personalità.
E in questa estremizzazione dei gesti, dei toni si smarrisce il senso profondo dell’opera, la riflessione amara sul nostro essere tutti, forse, null’altro che un’illusione.
Per questo stesso motivo, non ho apprezzato la scena del confessionale, una nota da spettacolo comico che nulla aggiunge, anzi che “addomestica” la narrazione.
Analogamente, soprattutto nel primo atto, mi è sembrato che a tratti il testo perdesse di mordente, come se si accartocciasse su se stesso, diventando un mero esercizio di stile, per poi riprendere vigore nel secondo atto.
Questo eccesso di verbosità torna prepotente nel finale che avrei voluto più netto, meno costruito così da salutare il pubblico sulla nota più alta, senza dover necessariamente aggiungere altro alla storia.
Tutto ciò premesso lo spettacolo è esteticamente, visivamente di altissimo livello e fosse anche solo per questo motivo merita senz’altro di essere visto, per capire meglio una delle direzioni in cui si sta muovendo il teatro contemporaneo.
Dalla musica ai costumi, alle maschere e agli oggetti di scena fino alle luci tutto concorre a creare immagini potenti, che si fissano nella mente dello spettatore immergendolo in una scenografia gotica.
L’apertura della pièce, in particolare, è perfetta nei colori e nell’atmosfera, come se un dipinto di Magritte prendesse vita sul palco, così come le scene corali di “ballo” traducono in movimento, in coreografia il tema del doppio. Altrettanto riuscita la scelta di creare una scena pluridimensionale in altezza, così come quella di scandire i tempi e separare gli spazi con la reiterata discesa di una quinta che riusciva al tempo stesso ad essere impalpabile ed estremamente fisica.

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Jekyll
Di Fabrizio Sinisi liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Sociale
Quando: 29/01 – 10/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: La banalità del male

L’alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo.

Ci sono spettacoli di cui si vorrebbe essere entusiasti a prescindere, perché tratti da opere che si sono amate, che ci hanno fatto riflettere, che in qualche misura ci hanno lasciato qualcosa di duraturo.
Per me La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt è uno dei libri che si dovrebbero inserire in ogni percorso scolastico e che si dovrebbe leggere più volte, perché in ogni fase diversa della propria vita si riesce a cogliere qualche nuovo aspetto. Un libro da leggere senza pregiudizi, senza idee preconcette, senza arroccarsi sulle proprie convinzioni. E proprio con questo spirito credo che ci si debba avvicinare anche alle opere teatrali che ne sono state ricavate, anche se, è innegabile, ci sono sempre delle aspettative.
Nel caso dello spettacolo presentato al Santa Chiara, giunto ormai alla sua quattrocentesima replica dopo essere nato proprio a Brescia, nelle aule del Liceo Calini, le mie aspettative erano senz’altro elevate e per questo sono rimasta abbastanza delusa da una messa in scena che, a mio parere, si è mantenuta troppo in superficie, senza scavare nelle profondità del testo, anzi perdendosi in qualche strizzatina d’occhio non troppo velata alle vicende (politiche) odierne.
Mi è sembrata, e forse quello è sempre stato l’intento, una lettura didascalica, direi quasi scolastica, a tratti declamata in tono stentoreo, riproponendo la gestualità ormai tipizzata dell’insegnante che sale in cattedra.
In effetti proprio l’idea di ricreare un’aula sul palco, con tanto di lavagna come arredo di scena, di mostrarci una Arendt più nella sua veste di insegnante che di giornalista e politologa non mi ha particolarmente convinto, così come la scelta di concentrare l’attenzione sugli aspetti più da libro di storia che propri di quell’analisi critica, filosofica, culturale e sociologica, che si dipana nelle pagine in cui si racconta sì di un uomo e del suo processo, ma anche dell’umanità in generale.
In tutto ciò va comunque riconosciuto il merito a Paola Bigatto che, pur avendo sostenuto da sola l’intero spettacolo, alla fine si presta, anzi invita il pubblico al dialogo e al confronto, come antidoto alla “assenza di pensiero” che la Arendt aveva riscontrato in Eichmann, incapace di riconoscere quell’altro da sé che ci chiama in causa, che ci mette a confronto con le nostre responsabilità.

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La banalità del male
adattamento di Paola Bigatto
con Paola Bigatto
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, Brescia
Quando: 26-27 gennaio 2019
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La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, ed. Feltrinelli* , anche in versione per Kindle*

Una sera a teatro: Sempre domenica

Un’altra sera a teatro, ancora una volta in un luogo, l’ex Chiesa di Santa Chiara Vecchia, un tempo adibito a ben altra funzione, come testimonia l’affresco sul soffitto per una pièce dedicata al difficile mondo del lavoro, con i racconti dei diversi personaggi a cui danno voce i sei attori sul palco.
Lo spettacolo parte un po’ in tono dimesso, quasi a fatica, ma si riprende ben presto, con una narrazione che pur offrendo molti, moltissimi spunti di riflessione riesce anche a far sorridere, grazie alla bravura dei protagonisti, capaci di “darsi il la” e di sovrapporsi senza che uno prevarichi l’altro.
Qualcuno ha scritto che Sempre domenica è un lavoro sul lavoro e direi che in questa descrizione c’è tutto il senso dell’opera che riesce a trasformarsi in una sorta di specchio di una generazione.
Le vicende che si sviluppano sul palco ci parlano del lavoro che sovente manca e spinge altrove, magari solo per scoprire che quell’altrove non è meglio di ciò che si è lasciato alle spalle, del lavoro che troppo spesso non nobilita affatto l’uomo, ma lo imprigiona in una serie di azioni di cui si stenta a ritrovare il senso, come altrettanto poco senso hanno le domande che si ripetono nei colloqui di selezione del personale, del lavoro, anzi del travagliare, che toglie spazio a tutto il resto, alla vita, alla possibilità di continuare a seguire le proprie passioni.
Risuonano solo le voci dei vinti.
In un quadro così cupo si cerca un barlume di speranza, che sia nelle parole di chi ancora ama ciò che fa o di chi crede fortemente di potersi reinventare o di poter cambiare lo stato delle cose o che riesce a vedere il bicchiere mezzo pieno, accontentandosi.
Ma, in fondo, anche queste sono voci dei vinti, perché i progetti di cambiamento restano appunto solo progetti, se non addirittura sogni irrealizzabili, e quello che poteva essere l’accontentarsi, nel senso più alto del termine, diventa invece un mero rassegnarsi.
Pian piano le storie individuali diventano Storie in una non-epopea, in uno spettacolo corale, in cui proprio la coralità, l’universalità di alcune situazioni, di alcuni sentimenti diventano protagoniste, e dove il testo predomina sul gesto, in una scenografia volutamente ridotta ai minimi termini, senza effetti speciali o inutili trivialità.
Forse è però questa assenza, che personalmente non ho potuto che apprezzare, ad avere spinto gli studenti di un qualche istituto superiore presenti in sala ad occuparsi più dei loro telefonini e meno, molto meno, della trama che si dipanava davanti ai loro occhi.

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Sempre domenica drammaturgia di Collettivo Controcanto
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara
Quando: 10 dicembre 2018
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