Riflessioni – Il turismo responsabile: RAM Viaggi (parte II)

Per marcare un momento molto particolare, non un “libera tutti” ma un primo tentativo di ritornare a una vita sociale, di relazione, che per il collettivo indirezionenoncausale vuol dire anche, soprattutto, ricominciare a progettare viaggi futuri, riprendiamo il filo del discorso legato al turismo responsabile, con la seconda parte dell’intervista a Renzo Garrone di RAM Viaggi, in cui si parlava di progetti per il 2020, prima che la pandemia cambiasse il nostro orizzonte quotidiano e, probabilmente, di medio periodo.

Dopo aver scoperto chi è RAM Viaggi ci immergiamo nel cuore di questa riflessione sul turismo responsabile.

D. Il dibattito sul fenomeno del turismo globale, con i turisti accusati di essere più colonizzatori che viaggiatori, sulla prevalenza della condivisione delle immagini sui social rispetto al piacere della scoperta e della conoscenza, si ripropone (banalmente) ogni estate. Ma si tratta per lo più di articoli dai titoli urlati, zeppi di luoghi comuni. Manca una reale volontà di confrontarsi seriamente sul tema dell’iperturismo a livello mondiale, mentre tra il pubblico pare essersi persa l’idea, per dirla con Claudio Magris, che “viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra”(1).
Dal tuo punto di vista privilegiato di viaggiatore consapevole ritieni che l’overtourism sia un problema reale, soprattutto nei paesi del cosiddetto sud del mondo, e pensi che in qualche misura il turismo responsabile possa essere contemporaneamente utile a lottare contro questa minaccia e cancellare vecchi (e nuovi) stereotipi?

R. Mi piace intanto l’espressione iperturismo, secondo me assai più azzeccata che overtourism. Quel che dite è tutto vero. Ed il fenomeno rappresenta un problema anche nel sud del mondo. Alcuni luoghi sono stati talmente inflazionati in questi ultimi anni, tanto che registrano gli stessi identici problemi: sovraffollamento, traffico, aumento prezzi del posto, espulsione dei residenti, banalizzazione culturale, e la triste, spintissima, mercificazione dell’offerta. Ovviamente se più persone, più operatori, più gruppi bene assortiti, più viaggiatori indipendenti, praticassero davvero del buon turismo responsabile, questo sarebbe uno strumento efficace per il cambiamento. Il punto è però che si parla di turismo responsabile, a volte fino alla nausea, ma non lo si pratica realmente – e in questa critica metto un po’ tutti, qualche volta anche noi stessi, anche me stesso. C’è modo e modo di fare le cose, perché le differenze esistono e se messe in atto generano ulteriori differenze, nel bene e nel male.
Da una parte si è verificata – senza quasi ce ne accorgessimo – una sorta di mutazione antropologica (il copyright di questa definizione non è mio, ma di Paolo Grigolli, direttore TSM, Trento), e il turismo in eccesso (agito da persone non consapevoli del fenomeno di cui sono parte, e che contribuiscono a creare) ne è lo specchio. Oggi pare che tutti possano fare tutto, viaggiare di punto in bianco a 10.000 km di distanza senza alcuna preparazione pregressa. Non ci sono limiti se non le paure, largamente indotte dalla propaganda, per le quali ad esempio l’Iran significa oscurantismo e magari belle moschee, ma nient’altro; la paura della guerra, e allora non ci si va. Ma poi c’è la banalità della mercificazione totale in agguato, c’è l’universo articolato dei luoghi comuni, per i quali Bali è giusto spiagge e divertimentifici, e da lì non si esce. Rari coloro che approfondiscono per conseguire un’immagine più articolata dei luoghi (questo introdurrebbe il tema del tornare nei luoghi, ma sarebbe un altro capitolo, che per me è azione comunque necessaria per capire meglio). Ci si domanda, a vote increduli: ma è possibile che poi in viaggio ai più basti la conferma di questi stereotipi? Eppure per la maggior parte dei turisti, oggi, schiavi di un tempo libero assai limitato, sembra vada bene così.
Per me quale essere umano è quasi umiliante – cerco di fregarmene ma mi fa spesso anche rabbia – notare il trionfo “della prevalenza della condivisione delle immagini sui social rispetto al piacere della scoperta e della conoscenza”. Quello che trionfa è la superficialità, che sarebbe un ingrediente da bandire, tipo lo zucchero bianco. Ma che spunta inevitabile se, nel viaggio, non c’è tempo abbastanza e se non c’è la motivazione né l’abitudine ad approfondire. Questi due, se praticati sul serio, sono due degli ingredienti-chiave del Turismo Responsabile. I più eretici, quelli intorno a cui è nata però – a partire dagli anni ’90 – la nostra (fragilissima, misconosciuta, ma viva) “scuola italiana”.
Moltissimi utenti non hanno questa spinta, quindi c’è un problema di psicologia, a monte. A valle invece è una questione di tecnica turistica, se posso permettermi, che è però anche scelta politica, che deriva dalle pastoie commerciali dell’offerta locale e degli operatori professionali. Per esempio in un bel luogo archeologico, mettiamo il comprensorio di Angkor in Cambogia, o Pagan in Birmania, si può sempre aggiungere una giornata per vedere anche luoghi meno celebri nella stessa zona, sennò davvero, come dicevi tu all’inizio, si è venuti solo per piantare delle bandierine? (che per il turista significa, smarco, fatto anche questo). È necessario che la gente acquisisca maggiore consapevolezza: anche in una Venezia o in una Firenze, se ti allontani di 500 metri dai luoghi dell’iperturismo, la maggior parte dei posti tornano ad essere vivibili più normalmente. Che significa visitabili semplicemente. Ecco, per fare del buon turismo, e incidentalmente anche per decongestionare, si può partire dalla propria iniziativa, voglia, curiosità – staccandosi dal gregge. Spesso la qualità dipende da cosa fai e dal come lo fai, non dal dove vai in senso stretto. In una certa località puoi vedere un grande tempio famoso, pieno di gente, e magari affollato spesso di troppi turisti – perché oggi va così – ma successivamente puoi allontanarti, incontrare qualcuno del posto, certo può funzionare bene se si tratta di qualcosa di organizzato prima. Puoi anche chiedere alla tua guida, per esempio, di uscire dagli schemi. Gli interlocutori potrebbero poi essere amici ma anche, per esempio, di organismo di sviluppo sociale. Si può andare a casa delle persone, dove si capisca meglio come si vive, si può mangiare con loro, la condivisione è un ottimo sistema per colmare il gap tra culture…
Può cambiare insomma la prospettiva, lo stesso luogo può essere declinato in molti modi. Alcune di queste modalità meno convenzionali di viaggio restituiscono profondità, e quel che accade te lo ricorderai per sempre. Di altre visite, specie quelle prive di incontri significativi, probabilmente resterà molto meno. Un’immagine più superficiale.
Questo non significa che l’incontro vada considerato come obbligatorio per legge, non siamo talebani. Certa arte e certa natura possono essere fruite, e magari anche meglio, senza l’interferenza di altri esseri umani. Ma in generale, credo che l’incontro sia un ingrediente-chiave del turismo responsabile.

D. Torniamo a parlare specificamente di viaggi. Per noi, che ben conosciamo il catalogo delle proposte di RAM Viaggi sarebbe difficilissimo rispondere a questa domanda, ma magari per te è più semplice… qual è il viaggio che più vi rappresenta e perché? E quello a cui sei più legato sentimentalmente e quello che invece non riesci (quasi) mai a far partire?
R. Difficilissimo anche per me. Questi viaggi sono almeno dieci! Dico India del sud, per il livello di contatto umano che si rende possibile attraverso una permanenza di diversi giorni consecutivi in homestay, con alloggio e ristorazione in famiglia. Ma dico anche Nepal, Valle di Kathmandu, per la incredibile quantità di relazioni amicali che RAM ha sviluppato sul territorio, tra l’altro in un un’area circoscritta, che consentono davvero di fare un viaggio diverso da qualsiasi altro. E dico necessariamente Iran, un paese dove il nostro turismo ha un significato profondo, dove la gente ti cerca per dimostrare che esiste, che non sono terroristi. Un paese poi, al di là di questo, davvero bellissimo. Ma dovrei dire anche Indonesia, perché si tratta un luogo dove la dolcezza delle persone mi ha sempre incantato. E con queste quattro citazioni faccio un torto alla bontà di altre destinazioni.

D. Progetti futuri. Il viaggio che ancora non sei riuscito a organizzare, ma che speri di riuscire a proporre prossimamente (se vuoi abbiamo qualche suggerimento) e la meta che da viaggiatore vorresti tanto riuscire ad esplorare.
R. Prossimamente RAM apre il Giappone, a primavera 2020. Vado in Giappone a costruire il viaggio tra novembre e dicembre del 2019, in pratica sto partendo! Vorrei aggiungere poi tanti altri viaggi con molto tempo in natura, con trekking che siano belli ma anche facili, non estremi (anche perché non me lo posso più permettere, non solo perché non lo vogliono i nostri clienti).
Mi piacerebbe ripartire e ampliare la nostra offerta in Turchia, attualmente sospesa del tutto, ma con questo regime davvero non ce la sentiamo. Ma passerà anche Erdogan…
Mi piacerebbe inoltre aggiungere parecchio Medio Oriente, ma c’è sempre qualche guerra e si tratta quindi, per noi piccolissimi, di investimenti rischiosi.
Aggiungeremo di sicuro nuove mete in Indonesia. Le isole sono 17.000…
E aggiungeremo viaggi con gli esperti, che alzino il livello culturale del singolo viaggio: costeranno di più ma ne varrà la pena.

Per ora ci fermiamo qui, ma torneremo presto a parlare di turismo responsabile, di nuovi paradigmi per viaggiare e di iperturismo. Nel frattempo non smetteremo di esplorare.

(1) Claudio Magris, L’infinito viaggiare

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Fotografie di Renzo Garrone
Per approfondire: per Kindle in lingua inglese Overtourism: Tourism Management and Solutions*; per Kindle in lingua inglese Overtourism: Excesses, Discontents and Measures in Travel and Tourism*; https://officinadeisaperi.it/tag/iperturismo e tutti i libri di Renzo Garrone acquistabili su https://renzogarrone.com/index.php/libri

Riflessioni – Il turismo responsabile: RAM Viaggi (parte I)

Porta itineris dicitur longissima esse

Dieci anni fa abbiamo scelto consapevolmente un modo diverso di scoprire il mondo, di viaggiare, che ci permettesse di vivere i luoghi, le diverse realtà in maniera meno frettolosa, meno superficiale, senza sentirci come se stessimo soltanto piantando una bandierina sul planisfero.
Dieci anni fa abbiamo deciso di superare un po’ di timore e molti preconcetti e di provare un’esperienza di quel turismo responsabile di cui tanto avevamo letto.
Oggi non credo che potremmo “tornare indietro” al tradizionale concetto di viaggio organizzato, ancorché di scoperta, rinunciando a quegli elementi che sono diventati una componente intrinseca del nostro modo di trascorrere le vacanze, ad approfondire il rapporto con i territori e le persone che li abitano, senza dimenticare che ogni nostro singolo gesto, come turisti, oltre che come ospiti della Terra, si inserisce sempre in un quadro molto più ampio, senza mai poter essere completamente neutro, privo di conseguenze.
Ma cosa è il turismo responsabile, quali sono le sue caratteristiche imprescindibili? Il collettivo indirezionenoncasuale ha chiesto una definizione a Renzo Garrone, direttore di RAM Viaggi, uno dei primi operatori in Italia a scegliere i viaggi responsabili come propria cifra sia stilistica che di contenuto, fondatore di AITR, Associazione Italiana Turismo Responsabile, e autore di reportage di viaggi vicini e lontani, ma soprattutto su ambienti, culture e persone diverse.

D. Renzo, innanzitutto ci riassumi la storia di RAM Viaggi che è legata a doppio filo proprio all’idea di turismo responsabile prima di proporci la tua definizione?
R. Innanzitutto RAM Viaggi fa parte di RAM, un gruppo di persone che si occupa da oltre 30 anni di commercio equo, di turismo responsabile, di cultura (editoria, eventi pubblici) e formazione. Siamo focalizzati, e nei decenni ci siamo specializzati, su tematiche asiatiche.
L’attività dei viaggi è cominciata nel 1991, sotto l’ombrello di Associazione RAM, a beneficio dei soci.
Successivamente, per un inquadramento adeguato sia sul piano giuridico che fiscale, fu necessario scorporare i viaggi dal resto dell’attività. Siamo diventati un Tour Operator dal luglio 2005. RAM Viaggi è una SRL, mentre l’importazione + rivendita di prodotti provenienti da piccole aziende asiatiche, oltre all’editoria specifica e ai frequenti eventi culturali, resta sotto l’ombrello di Associazione RAM. Il gruppo d’altra parte esiste fin dal 1988 e fu la primissima realtà in Italia ad organizzare viaggi di questo genere. Nel 1991, né il fenomeno né il movimento del “turismo responsabile” esistevano ancora, noi però parlavamo già di turismo d’incontro. Proponemmo Nepal e India centrale, quell’estate.
Da allora siamo cresciuti, abbiamo fatto i nostri investimenti, camminato insieme a molti altri compagni di strada. Siamo tra i fondatori di AITR, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile, di cui fummo tra i principali ispiratori attraverso gli anni Novanta.
Sul piano dell’organizzazione dei viaggi, c’è stata una messa a fuoco dell’operatività, uno specializzarsi graduale. La nostra scelta, fin dall’inizio, è stata limitarsi alle destinazioni asiatiche: la regione indiana, quella tibetana ed il sudestasiatico rappresentano il cuore dell’attività; successivamente abbiamo introdotto il Medio Oriente. Avevamo anche viaggi in Siria prima della guerra, e in Turchia prima di Erdogan. Operiamo in Iran dal 2014 e in Oman dal 2017. Stiamo introducendo il Giappone. Poi c’è Cuba, dove mandiamo turisti da sempre (la cosa è legata a un antico socio RAM della prima ora, titolare della destinazione). Mentre in Africa ci limitiamo all’eccezione Capo Verde, dall’estate 2012. In Italia ci concentriamo su soggiorni ed escursioni “d’autore” soprattutto in Liguria, il nostro territorio. Il motivo è specifico: siamo una piccola realtà che cerca di offrire ai clienti prestazioni di alta qualità, quantomeno sul piano della conoscenza dei luoghi che si visitano, sia sotto il profilo logistico che sul piano culturale. In più, rispetto a tutti gli altri operatori, anche sotto il profilo del contatto umano nelle varie destinazioni (ma anche dentro i gruppi che si creano). In sostanza, cerchiamo di fare in modo che tutti i viaggi siano legati a qualche storia specifica, significativa: quella dei nostri partners, quelle di orientamento sociale che caratterizzano tutti i nostri tours.
Mi chiedi una definizione di Turismo Responsabile: è difficile riassumere in poche righe un concetto molto complesso. AITR a Cervia, nell’ottobre 2005, varò la propria, che votammo anche noi pur trovandola non esaustiva. Essa recita: Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.
Quel che devo aggiungere, dopo anni di pratica, è che non è possibile parlare di forme di turismo veramente responsabile, che siano realtà e non vuoti pronunciamenti o velleitarie asserzioni, se non sono coinvolti con sincera dedizione un po’ tutti gli attori, i protagonisti degli eventi che vanno in scena in viaggio, cioè sia gli ospiti che gli ospitanti; affinché ciò accada l’incontro è l’unico strumento valido, quello che può rendere l’occasione memorabile, che può far divertire, scaldare i cuori da ambo le parti. Ma più in generale, uscendo dalla singola esperienza, sul piano sociologico e politico, coinvolti nella stessa logica devono essere gli amministratori del territorio, i residenti o almeno una quota significativa tra costoro. Per brevità mi limito a fare un esempio: uno dei principi del TR è il rispetto dell’ambiente. Ma laddove localmente non esistono raccolta differenziata, cestini dei rifiuti, per non parlare di politiche effettive di risparmio energetico a tutti i livelli, come possono il singolo turista, e a maggior ragione i gruppi, comportarsi responsabilmente?
Per tornare al nostro modo di lavorare, per i viaggi di gruppo utilizziamo una squadra di accompagnatori, una decina, molti dei quali collaborano con noi da anni, che RAM forma appositamente quali mediatori culturali, secondo il nostro specifico stile. I nostri sono, sempre, viaggi in mezzo alla gente. L’accompagnatore italiano, solitamente insieme alla presenza di guide locali selezionate in anni di lavoro, costituisce il trait d’union fondamentale dell’esercizio.
Rispetto agli inizi, abbiamo diversificato l’offerta: oltre ai classici viaggi di gruppo con accompagnatore italiano, che restano centrati sull’incontro (il nostro marchio di fabbrica) oggi offriamo viaggi con la formula “in autonomia”, ossia su misura: uno sceglie date e destinazione, noi tracciamo un itinerario personalizzato, prenotiamo i voli e le sistemazioni, e rendiamo possibili le visite ad alcuni progetti di orientamento sociale. Il tutto mettendo a disposizione alcuni nostri referenti locali – per il tempo che si desidera. Si tratta di una scelta adeguata per chi se la senta di viaggiare per conto proprio, dato in questa formula non c’è mediatore culturale italiano ma solo le guide del posto: è fondamentale che almeno uno dei viaggiatori conosca la lingua straniera di riferimento in modo accettabile, poiché i referenti locali parlano solo inglese (o spagnolo nel caso di Cuba). Per i viaggi in autonomia inoltre, diventa fondamentale la riunione preparatoria, perché in essa – che si fa peraltro anche prima di tutti i viaggi di gruppo – vengono spiegate nel dettaglio le situazioni che abbiamo anzitempo prenotato. Possiamo farlo per via della passione che ha generato una competenza adeguata in determinati territori, siamo degli artigiani della logistica. Ancoriamo inoltre l’esperienza all’incontro con persone del luogo che ci danno garanzie sullo “spirito” giusto. In definitiva vendiamo solo ciò che conosciamo, cioè un numero limitato di destinazioni. Ma mi sembra chiaro che non potremmo operare in questo modo se volessimo, come fan tutti, coprire l’intero globo terracqueo. Accanto ai viaggi, a RAM si lavora in termini di cultura. L’organizzazione dei viaggi è divisa da un’attività che spesso i viaggi li critica, li discute, li esamina. L’editoria ne è stato per anni il risultato essenziale. Il volume Turismo Responsabile (ultima edizione 2007) ha portato in Italia questa riflessione, dando il la al movimento successivamente federatosi in AITR. RAM ha prodotto/produce anche una collana di libri fotografici, a metà tra il reportage e l’indagine (Lavoro e Diritti/Local Arts) in cui si esaminano le economie di base di vari paesi asiatici. È online dall’aprile 2018 il blog renzogarrone.com.

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Per approfondire: Il viaggio e l’incontro. Che cos’è il turismo responsabile* ed. Altraeconomia; Cultura della responsabilità e sviluppo locale. La società globale e le comunità responsabili del turismo e del cibo*, ed. FrancoAngeli; Il turismo sostenibile*, ed Giappichelli e tutti i libri di Renzo Garrone acquistabili su https://renzogarrone.com/index.php/libri

Delhi – Alla scoperta della città (2)

“Uno dei più antichi esercizi di filosofia morale dell’essere umano è la ricerca di una giustificazione etica superiore per l’egoismo. È un esercizio che implica sempre una serie di contraddizioni interne…” (J.K. Galbraith)

Delle contraddizioni interne della società indiana si è parlato spesso e mi pare che Delhi le amplifichi ancora di più, nonostante i recenti tentativi dell’amministrazione (già peraltro visti in altre città e in altri Paesi) di “risolvere” il problema semplicemente spostandolo fuori dai confini cittadini.
Resta il fatto che la disperazione di chi vive sotto i viadotti, nelle aiuole che fungono da mezzeria nelle strade o semplicemente ai bordi della via è sempre un pugno nello stomaco. Ogni singolo istante, anche il più intimo, si svolge sotto gli occhi dei passanti.
Una simile mancanza di confini mi disturba, così come mi disturba l’estremo disinteresse di molti indiani verso l’altro, l’ambiente e gli animali. Credo che non riuscirò mai ad abituarmi, sono costretta a distogliere lo sguardo per non scontrarmi con il vuoto di altri sguardi, quelli di coloro che non si aspettano più nulla, non so neppure se siano ancora capaci almeno di sognare una vita diversa. Sono consapevole della mia fortuna e al contempo imbarazzata da quella stessa fortuna, incapace di comprendere fino in fondo ciò che vedo e di accettarlo come ineluttabile.
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui Delhi è una città da scoprire poco alla volta, lasciandosi affascinare dalle sue bellezze e dai suoi monumenti per dimenticarne la sporcizia, a tratti il fetore, l’estrema crudezza.
Sì perché, nonostante l’incessante rumore, il traffico e i mille problemi irrisolti, Delhi offre scorci di pura magia, come il Complesso di Qutab, prima destinazione di questa seconda giornata, accompagnati da una “guida” speciale, che, grazie ai suoi racconti, ci permetterà di capire meglio la mentalità degli abitanti, la complessità dell’odierna società indiana e i principi ispiratori del movimento guidato dal Mahatma Gandhi, di cui appena qualche mese dopo si sarebbero celebrati i 150 anni dalla nascita.

Il Complesso di Qutab, dal 1993 inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, sorge nel sito della “prima” Delhi musulmana e deve il nome al sovrano afghano Qutb ud-Din Aibak che volle la costruzione del suo monumento più famoso, quello che secondo l’opinione degli storici più accreditata costituisce un minareto che con i suoi oltre 72 metri svetta sull’intero parco.
La genesi dei cinque piani del minareto – in arenaria rossa, arenaria e marmo – che si affacciano in altrettante balconate, copre il periodo dal 1293 all’inizio del XIX secolo, con diverse ricostruzioni e rimaneggiamenti, testimoniando l’evoluzione dello stile architettonico nel passaggio dalla dinastia Aibak a quella Tughlak.
I fulmini, che a più riprese si sono abbattuti sulla struttura non sono riusciti ad abbatterlo, ma oggi non è più possibile salire all’interno, dopo che nel 1981 ne fu decisa la chiusura a seguito di un tragico evento che causò la morte di 45 persone.
Ma il minareto è solo la punta di diamante di questo complesso che grazie alle rovine immerse nel parco regala scatti bellissimi e una vera e propria immersione nell’architettura indo-islamica, insieme alla sensazione di poter lasciare, almeno per qualche ora, la frenesia al di fuori del cancello di ingresso.

Il tempo scorre e, dopo aver testato una sorta di mensa universitaria (dove il cibo è molto più buono di quanto non fosse, almeno nei miei ricordi, quello della mensa a Verona) ci dirigiamo verso la seconda tappa, un altro complesso monumentale, anch’esso Patrimonio dell’Unesco, che è la prima tomba-giardino del Subcontinente indiano e uno dei primi esempi compiuti di architettura Moghul (o Mughal).

Questo resterà, insieme ai Lodi Gardens uno dei miei luoghi del cuore a Delhi, dove grazie al numero ridotto di visitatori, alle dimensioni del giardino e all’atmosfera generale di un tranquillo, e un po’ sonnolento, pomeriggio estivo ho ricaricato le pile, preparandomi alla nottata sul treno in direzione Udaipur.

Il complesso, realizzato a partire dal 1562, ospita la tomba principale dell’imperatore Humayun, insieme ai cenotafi della moglie e di altri discendenti, e un giardino sviluppato secondo il modello persiano del Chahar bagh, un quadrilatero diviso in quattro parti da camminamenti pedonali e corsi d’acqua, a d imitazione dei quattro fiumi che scorrono nello Janna, il paradiso islamico.
La tomba è un pregevole equilibrio di contrasti, alla magnificenza dei decori esterni, realizzati spesso con la tecnica degli intarsi di marmo, si contrappone l’austerità degli interni, mentre alla simmetria degli elementi architettonici esterni controbatte la complessa planimetria del piano terreno, al rosso dell’arenaria risponde il bianco del marmo (purtroppo il blu delle piastrelle delle piccole canopie è andato perduto). Ci fermiamo ad ammirare le diverse prospettive e per continuare nel gioco di contrasti, ai sari tradizionali delle donne, autentiche macchie di colore, si oppone il bianco abbagliante dell’abito di una fashion blogger indiana.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante, quasi una perla in un giardino cintato, è la tomba di Isa Khan Niyazi, datata 1547. Approfittiamo subito per fare una passeggiata sui camminamenti del muro di cinta, preludio in tono (molto molto) minore di quel che ci attenderà al Forte Kumbhalgarh.

Un’ultima pausa, all’ombra di grandi alberi e circondati da cani dagli occhi dolcissimi, per parlare dell’India di ieri e del futuro, delle riforme promesse e mai fino in fondo attuate, della necessità di ripensare la struttura sociale del Paese nell’ottica di una maggiore equità. Salutando la serenità del giardino ci dirigiamo verso la stazione di Nizamuddin da dove prenderà le mosse l’itinerario in Rajasthan.
“In carrozza, si parte!”…

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– Complesso di Qutab
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 7:00 alle 17:00, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Qutab Minar sulla Linea Gialla.
– Tomba di Humayun
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dall’alba al tramonto, tutti i giorni.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è JLN Stadium sulla Linea Viola.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.
Per scoprire la città*: 1) Delhi: tour privato di Qutb Minar, Vecchia e Nuova Delhi; 2) Tour personalizzato di 8 ore; 3) Tour della città con giro in risciò

 

Delhi – Alla scoperta della città (1)

“… la verità è che Delhi è una città folle” (Aravind Adiga)

Nel 2008, nel suo primo romanzo, Aravind Adiga racconta di una scalata sociale, di un’India attraversata da profondissimi conflitti e contraddizioni e di una Delhi sempre a cavallo tra due estremi, scintillante e buia, ingenua e scaltra, corrotta eppure innocente, in cui le vite di ricchi e poveri si sfiorano costantemente, si intersecano con effetti spesso tragici.
Tante cose sono cambiate da allora e tante sono rimaste immutate, impermeabili al trascorrere del tempo, all’avvicendarsi dei politici e dei loro sogni (ultimo in ordine di tempo quello delle “città smart” di Modi).
L’unica certezza rimangono proprio gli estremi, anche climatici, di una città che ci ha accolto con una pioggia torrenziale, per regalarci poi in sequenza uno splendido tramonto e successive giornate di sole e caldo soffocante.
La prima visita, nell’attesa che i nostri compagni di viaggio atterrino, la dedichiamo al Lal Qil’ah, il Forte Rosso patrimonio dell’Unesco, splendida e imponente fortezza-palazzo che rappresenta l’apice della creatività Moghul e racchiude al proprio interno una sintesi di arte persiana, indiana ed europea.
Immagino che perdersi nei giardini interni debba essere un’esperienza memorabile, ma devo appunto accontentarmi di immaginare, perché i giardini li attraversiamo a passo di carica per passare di riparo in riparo, visto che la mantella impermeabile e l’ombrello non sono sufficienti a proteggerci dalla cascata d’acqua che si riversa dal cielo.
Però, devo ammetterlo, i diversi padiglioni e le mura in arenaria rossa, lunghe 2,5 km e con un’altezza variabile tra i 16 e i 33 metri, mantengono tutto il loro fascino e le foto al Diwan-i-Am con “l’effetto gocce” rendono abbastanza l’idea di una mattinata passata con i piedi a mollo. Diciamo quindi arrivederci al simbolo dell’indipendenza indiana con un ultimo scatto in questo nostro film personale che abbiamo intitolato Monsoon (without a) wedding.

Il ritorno in albergo, nel caotico quartiere di Paharganj, diventa un’avventura, con le strade trasformate in torrenti che rendono il traffico ancora più selvaggio, con mezzi di ogni tipo, animali ed esseri umani che lottano per conquistare faticosamente un metro dopo l’altro, in un crescendo cacofonico di clacson e rumori. E poi improvvisamente la pioggia si placa e non possiamo non unirci al sorriso del guidatore del nostro tuk tuk che scuotendo la testa ci ricorda che “This is India”.

Un paio di masala chai dopo – sì, il tè diventa una sorta di unità di misura del tempo che passa – le nuvole si sono dissolte e il gruppo ormai al suo completo è pronto per una prima passeggiata che ci porterà ad attraversare il mercato e poi a raggiungere il Gurdwara Bangla Sahib, una delle principali case di culto sikh dell’intero Paese, riconoscibile sin da lontano per la sua cupola dorata e l’alto pennone.
Lo scorso anno avevamo visitato il santuario al mattino, insieme a innumerevoli pellegrini, mettendoci alla prova nella langar, la cucina comune, in cui i volontari preparano i pasti che tutti potranno mangiare, indipendentemente dal credo e dalla razza. Quest’anno ci fermiamo ai bordi del sarovar, la grande vasca che contiene l’acqua Amrit venerata anche per le sue proprietà curative per ammirare un tramonto da cartolina cullati dalla musica devozionale tradizionale che risuona dagli altoparlanti.

Fast forward… Volti diversi, un altro credo, ma altrettanta curiosità da parte dei turisti e devozione da parte dei fedeli si respira alla Jama Masjid, la principale moschea di Delhi, del cui cortile si dice possa contenere fino a 25.000 persone. Poco distante dal Forte Rosso, si tratta di un altro monumento legato alla dinastia Moghul, a cui si accede salendo uno dei tre scaloni in arenaria.
La facciata della sala della preghiera è caratterizzata da 11 archi, con il principale sotto una grande volta, che richiama la mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca.
Le posizioni per la preghiera qui sono importanti, come ci ricordano anche i rettangoli in cui è suddiviso il cortile al cui centro spicca la vasca a cui attingere l’acqua per le abluzioni. Complice una temperatura elevata sin dalle prime ore del mattino, della visita alla Moschea del Venerdì, oltre all’imponenza e alle splendide prospettive delle arcate, porterò con me la sensazione di piacevole frescura della sala della preghiera e dei suoi pavimenti, quasi un balsamo per le piante dei nostri piedi dopo il passaggio sulla pietra scaldata dal sole.

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Forte Rosso
Ingresso: 500 rupie per gli stranieri, orari dichiarati dalle 9:30 alle 16.30, chiuso il lunedì.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chandni Chowk sulla Linea Gialla. Spettacolo suoni e luci in hindi e inglese a orari fissi.
Bangla Sahib
Ingresso: gratuito, tutti i giorni dalle 5:00 alle 22:00. I visitatori stranieri devono lasciare le scarpe nell’apposito deposito. Portare un foulard/bandana per coprire il capo (anche per gli uomini, il semplice cappello non è sufficiente).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Rajiv Chowk (Gate 1) a circa 15 minuti di distanza. In alternativa utilizzare la Airport Express Line e scendere alla fermata Shivaji Stadium.
Jama Masjid
Ingresso: gratuito, ma è richiesto il pagamento di 300 rupie per le foto, tutti i giorni dalle 7:00 alle 12:00 e dalle 13:30 alle 18:30. Non è consentito l’ingresso ai turisti negli orari di preghiera. Le scarpe devono essere tolte prima del portale ed è richiesto un abbigliamento consono (In caso contrario è disponibile un servizio di noleggio di tuniche).
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è Chawri Bazaar sulla Linea Gialla.

Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*; http://www.delhitourism.gov.in/delhitourism/aboutus/index.jsp.

Il tè è sempre una soluzione (India)

Chai per due persone alla maniera del Wayanad.
Tè nero sfuso, latte, zucchero di canna, una fetta spessa di zenzero fresco da schiacciare con un mortaio. Dosi rigorosamente “a occhio”. In un pentolino dai bordi alti portare a bollore due tazze d’acqua, aggiungere lo zucchero e lo zenzero schiacciato e per ultimo le foglie di tè. Attendere un paio di minuti e versare il latte. Riportare a bollore per qualche minuto e filtrare.

Bianco, nero, verde, giallo, aromatizzato, delicato o intenso, leggermente affumicato, caldo o freddo, tanti sono i colori del tè e ancora di più le modalità per gustarlo, eppure un aspetto resta sempre invariato, i benefici e le proprietà che si riconoscono a questa bevanda.
Ma per me il tè non è solo un alleato di un’alimentazione sana, piuttosto è legato a momenti speciali e ricordi di viaggio in giro per il mondo.
Dal rito delle cinque nel Regno Unito, magari nelle salette del Sally Lunn’s a Bath, all’indispensabile samovar che mi riporta agli inverni tra la pianura russa e gli Urali settentrionali fino alle proposte instagrammabili del Barneo Dessert Bar a Chiang Mai, in questi ultimi anni è soprattutto il chai, il tè all’indiana, ad avermi dissetato e scaldato dal Kerala al Ladakh fino al Rajasthan.
Quel “chai, chai, chai” ripetuto quasi come un mantra sui treni e nelle stazioni, che per me è stato il sapore del risveglio e delle pause lungo i tragitti, il gusto del benvenuto nelle case di chi mi ha ospitato e della condivisione di attimi di vita, l’agognata ricompensa dopo aver raggiunto quota 5.000 e una sorta di scaldamani nei campi tendati lungo la Leh-Manali.
E nessun chai è davvero uguale a un altro, partendo da quello gustato nel distretto del Wayanad in Kerala, nei bicchieri di vetro, cui lo zenzero raccolto nei campi dietro casa regala un aroma particolare…

… fino a quello preparato direttamente su un carretto per la strada a Jaisalmer per chi non si lascia sfuggire nessuna occasione di provare lo street food (& drink) locale sotto gli occhi e tra i sorrisi dei “baristi”.

Senza dimenticare il tè preparato in una tradizionale cucina ladakha aggiungendo all’infuso la tsampa, farina di orzo tostato, fino a ottenere un impasto liscio ma ancora morbido, da arricchire ulteriormente con un pizzico di sale e una punta di burro (di nak, la femmina dello yak).
Un concentrato di energia per affrontare le fatiche del lungo cammino da Hemis Supkachan e Temisgang.

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Letture: Chai: The Spice Tea of India (in inglese)*;
Hot Tea Across India (in inglese)*; Chai, Chai: Travels in Places Where You Stop but Never Get Off (in inglese)*

Delhi – Lodi (Lodhi) Gardens

Il nostro diario di viaggio in Rajasthan inizia dalla fine, sì proprio dall’ultimo giorno a Delhi, dopo due settimane intense, emozionanti e faticose, alla ricerca di un po’ di tranquillità e di una fuga dal traffico e dai rumori della città prima di salire sul volo Lufthansa che, passando per Monaco, ci riporterà a casa.
Abbiamo un’intera giornata a nostra disposizione e dopo la visita alla Jama Masjid, la Moschea del venerdì, complice il cielo azzurro, decidiamo di dirigerci verso i Lodi Gardens che in molti ci hanno descritto come una piccola oasi verde con un tocco di storia. Scopriremo ben presto che “piccolo” non è l’aggettivo che useremmo per questo parco (sono circa 36 ettari), la cui visita può tranquillamente occupare qualche ora.

L’ennesima corsa in tuk tuk ci porta a una delle entrate dei giardini che decidiamo di esplorare in senso orario per non perderci nulla.
Percorsi ben segnalati, toilette, distributori di acqua per riempire le borracce, gli immancabili venditori di snack e bevande e innumerevoli panchine, insomma non manca proprio nulla per concludere la vacanza in bellezza.
I monumenti, anche se non tutti in perfetto stato di conservazione, i prati fioriti, gli alberi e gli specchi d’acqua si uniscono per dar vita a un luogo incantato, con spesso solo pavoni, scoiattoli e papere a disturbare la solitudine dei sentieri per quella che è un’autentica passeggiata nella storia e nella natura pur restando nel cuore della città.
Partiamo dal ponte a otto pilastri, che con i suoi oltre 400 anni d’età è la più “giovane” delle bellezze che punteggiano il parco, ma sono soprattutto la moschea a tre cupole accanto al Bara Gumbad e le tombe delle dinastie Lodi e Sayyid a impressionare per la loro bellezza.

La tipica forma ottagonale, le cupole e le arcate, i colonnati e i baldacchini, i decori colorati che ornano le facciate offrono infiniti spunti fotografici, ma sono gli interni, spesso scarni ma perfettamente areati, ad attirarci sempre più man mano che la temperatura esterna cresce.

Cani e gatti che dormono e qualche pipistrello ci fanno compagnia mentre lo sguardo si perde tra le decorazioni dei soffitti e gli intricati intarsi alle pareti, lame di luce penetrano da porte e finestre, illuminando tombe di regnanti e di sconosciuti.

Il caos che ci aspetta a Pahar Ganj, il quartiere in cui si trova il nostro hotel, non ci manca per nulla e quindi decidiamo di trascorrere ancora qualche momento seduti all’ombra ad osservare frammenti della vita di coppie che passeggiano, di famiglie che si godono un picnic sull’erba, di gruppi di studenti in divisa che si ritrovano dopo la scuola e di amici che giocano a evitare i getti del sistema di irrigazione improvvisamente impazzito.
E “mentre su Delhi calano le prime ombre della sera” arriva anche l’ora di dirsi arrivederci.

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Ingresso: gratuito, orari dichiarati dalle 5:00 alle 20 da aprile a settembre, nei mesi invernali dalle 6:00 alle 20.
Come arrivare: la fermata della metropolitana più vicina è la Jor Bagh sulla Linea Gialla (Gate 1) a circa 15 minuti a piedi da uno degli ingressi. I giardini sono raggiungibili anche con la Linea Viola, fermata Khan Market.
Guide: Lonely Planet Rajasthan, Delhi & Agra (in lingua inglese, ed. 2017)*.

Trento: Castello del Buonconsiglio e Torre Aquila

Ogni anno, la mia “lista delle cose da fare e dei luoghi da vedere” si arricchisce del nome di qualche castello, in Italia e all’estero.
Non mi sono quindi lasciata sfuggire l’occasione di una breve visita a Trento, per ammirarne proprio il castello.

Il Castello del Buonconsiglio, in posizione leggermente elevata, si raggiunge facilmente con una bella passeggiata nelle vie del centro di Trento e colpisce subito per l’eleganza degli esterni, grazie alle finestre a croce, agli ordini di merli e alla loggia. L’antica residenza dei principi-vescovi si compone di diversi edifici, di epoche diverse, racchiusi in una cinta di mura. Tra questi spiccano Castelvecchio, ossia il nucleo più antico, dominato da una possente torre cilindrica; il Magno Palazzo e Torre Aquila. I colori autunnali rendono l’atmosfera ancora più magica, quasi come se davvero alla balconata e alle finestre potessero ancora affacciarsi dame e cavalieri.
Dopo una breve sosta alla biglietteria (e sì, incredibilmente ci accaparriamo gli ultimi due posti per la visita di Torre Aquila) decidiamo di entrare subito nel cuore antico del castello, lasciandoci i giardini per il pomeriggio. La scala di pietra, il porticato sormontato da loggiati su più livelli, gli stemmi scolpiti sui capitelli e le pitture murali, a tratti davvero ben conservate, ci riportano indietro nel tempo e con la macchina fotografica cerchiamo di cogliere tutta la bellezza che ci circonda, in un silenzio quasi irreale… i turisti, all’ora di pranzo, sono probabilmente tutti altrimenti occupati e questo ci consentirà di goderci anche le sale interne praticamente indisturbati.

Ma la vera meraviglia ci aspetta raggiungendo la loggia veneziana, che si affaccia sulla città e regala viste mozzafiato sui monti in lontananza, sui principali monumenti di Trento e sui tetti della città.
Le otto colonne in pietra rosa con i loro capitelli riccamente scolpiti, a supporto degli archi trilobati, ricordano i castelli delle fiabe.
Le sale interne sono riccamente decorate e ospitano oggi, tra l’altro, collezioni di stufe e maioliche, cassapanche e numismatica, oltre a una bella cappella con decorazioni pittoriche datate attorno alle fine del 1400.
Lo sguardo vaga dalle pareti affrescate ai soffitti, perdendosi, ma è già l’ora di raggiungere la prossima meta: Torre Aquila, passando per il Cortile dei leoni e la magnifica Loggia del Romanino (capolavoro indiscusso di un nostro conterraneo).
Dopo una breve scalinata, eccoci a percorrere il camminamento di ronda lungo le mura orientali che ci conduce alla celebre torre. Qui nella sala principale, al secondo piano, troviamo il Ciclo dei mesi , che con straordinaria cura per i dettagli ci narra la vita economica e sociale nella città e nei suoi dintorni tra la fine del ’300 e l’inizio del secolo successivo, tra svaghi dei nobili e lavoro dei contadini seguendo l’alternarsi delle stagioni.

Dalla torre si accede al corpo cinquecentesco del complesso, con la sua serie di splendide sale riccamente decorate, in cui non si può non camminare con il naso all’insù.
Vista la bella giornata decidiamo di lasciare gli interni del castello e di spostarci nei giardini, che purtroppo conservano poco della loro forma originaria che si narra fosse un tripudio di piante odorose e ornamentali, ma che consentono comunque di muoversi tra le aiuole per ammirare una visuale diversa dell’intero complesso.

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Dove: Trento, Via Bernardo Clesio, 5
Quando: tutto l’anno, chiuso il lunedì
Come: biglietto intero 10 Euro + biglietto per la visita di Torre Aquila 2 euro (solo visita guidata, con audioguida, a orari fissi e intervalli di 45 minuti) https://www.buonconsiglio.it/index.php/it/Castello-del-Buonconsiglio/informazioni/Orari-e-biglietti
Per approfondire qualche opera sul Ciclo dei mesi: Il lavoro dell’uomo nel ciclo dei Mesi di Torre Aquila, I mesi di Trento: gli affreschi di torre Aquila e il gotico internazionale.

Treno storico – Mercatini di Natale a Trento

Il treno, con i suoi agi di tempo e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori del finestrino.
(Tiziano Terzani)

Un viaggio a ritroso nel tempo.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, è probabilmente il mio mezzo di trasporto preferito (sì, lo so i treni sono spesso in ritardo, le linee regionali sono trascurate, ma non è questo il punto) e quindi non potevo perdere la possibilità di raggiungere i mercatini di Natale di Trento a bordo di un convoglio d’epoca elettrico, per di più in prima classe.

Viaggio da Brescia a Trento, senza fermate intermedie, per meno di due ore, comodamente seduta in una poltrona di velluto rosso di uno scompartimento a sei posti in una carrozza della serie “UIC-X” realizzata a partire dai primi anni ’60 sulla base di un progetto standard europeo.
In quegli anni si trattava del modello più moderno del parco FS, destinato a servizi di media e lunga percorrenza, capace di raggiungere fino a 200 km/h nella ultime versioni.
All’andata mi trovo nella prima carrozza dopo la locomotiva, una “serie E656” elettrica in corrente continua di cui sono stati prodotti 461 esemplari a partire dal 1975. Una volta i 12 motori, su tre carrelli a due assi, che consentivano una velocità di 150 km/h erano il top della gamma per un modello che ricevette il nomignolo di “Caimano”.
Curiosità tecniche a parte, il viaggio è stato davvero un salto nel passato, perché proprio su queste carrozze (ovviamente in seconda classe e sovente in piedi o su uno dei non proprio morbidi strapuntini in corridoio), e in parte su questo stesso tragitto fino a Verona, ho preparato innumerevoli esami universitari, come, lo scoprirò dai loro racconti, è successo anche ai miei compagni di viaggio.
Il treno macina i chilometri e anche se viene superato a più riprese dai nuovi Frecciarossa, sicuramente più veloci e dalle linee moderne, non perde un grammo del suo fascino, anzi si inserisce perfettamente in quell’atmosfera vagamente retrò che caratterizza il primo binario della stazione di Trento.

Ed eccoci arrivati a destinazione, pronti a scoprire il centro cittadino e i suoi mercatini natalizi che, tranne per alcune bancarelle in Piazza Fiera, si rivelano piuttosto deludenti. L’aspetto più piacevole, complice anche una giornata non eccessivamente fredda e un cielo relativamente sereno, è passeggiare per le vie che circondano il Duomo, ammirando le facciate dei palazzi nobiliari e i balconi decorati, i negozi di specialità alimentari e le botteghe più caratteristiche. Ma è giunto il momento di avvicinarci alla nostra vera destinazione, il Castello del Buonconsiglio e, con un po’ di fortuna, la visita della Torre Aquila…

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Per le informazioni tecniche sul convoglio si ringrazia l’Associazione F.T.I. – Ferrovie Turistiche Italiane
Per scoprire le proposte del 2019: https://media-ferrovieturistiche-2.s3.amazonaws.com/allegati/CALENDARIO_PROVV._TRENOBLU_2019.pdf

Thailandia: Loi Krathong a Chiang Mai

In un mio post precedente, dedicato al mercato dei fiori di Bangkok accennavo a un sogno finalmente realizzato nell’autunno del 2017: assistere al Loi Krathong in Thailandia.
Dopo un primo assaggio del clima della “vigilia del dì di festa” nella capitale, con un breve volo raggiungiamo Chiang Mai, la città dove questa ricorrenza coincide con lo Yee Peng, il Festival delle Lanterne, e siamo subito travolti da quel senso di attesa impaziente che precede l’inizio delle celebrazioni che seguiremo per tutti i tre giorni.

Il Loi Krathong, culmina nella notte della luna piena del dodicesimo mese del calendario lunare thailandese (generalmente novembre). Si comincia il primo giorno, dopo il calar del sole, con il sermone di benedizione, uno spettacolo che vede la partecipazione di centinaia di danzatrici in costumi tradizionali e l’accensione delle lanterne, resa ancora più suggestiva dal buio che circonda la piazza attorno al Monumento ai Tre Re, che pare volersi fare più profondo e inghiottire ogni altra fonte di luce diversa dalle innumerevoli candele.

Rientrando verso l’albergo costeggiamo il fossato che corre lungo le antiche mura perimetrali e iniziamo a vedere i primi cesti, i krathong appunto, che scivolano sull’acqua e che diventeranno centinaia, migliaia lungo il fiume Ping la sera seguente. Si percepisce subito che, nonostante i numerosi turisti giunti da tutto il mondo, la festa è ancora estremamente sentita, “popolare”, un momento di preghiera e riconoscenza, in cui le famiglie si riuniscono per lasciarsi alle spalle il passato e aprirsi al futuro, con un auspicio di prosperità. Il rito ha una forte componente spirituale, di purificazione e si presta a molteplici chiavi di lettura, una fra tutte che le candele omaggiano il Buddha, mentre i cesti rappresentano i peccati e la rabbia che si allontanano con il movimento delle acque, liberando i fedeli da tutta la negatività, mentre secondo altri l’intera festa è un omaggio alla dea dell’acqua o un modo per mostrare rispetto alle divinità Vishnu, Shiva e Brahma.

I krathong, lo scopriremo meglio alla luce del sole la mattina successiva, sono realizzati nelle forme e con i materiali più disparati, dal bamboo al rattan, dalle foglie di cocco fino ai coni del gelato, ornati con fiori, cibo, bambole e monete, bastoncini di incenso che profumano l’aria e, ovviamente, l’immancabile candela.

Ed è già il tramonto, lungo le rive del fiume diventa difficile accaparrarsi un posto in prima fila (noi divideremo il nostro spazio con una simpatica coppia di giapponesi) abbastanza vicino al Nawarat Bridge da permettere di godere anche lo spettacolo del lancio delle lanterne che si librano nell’aria scatenando l’entusiasmo del pubblico o si inabissano tristemente nell’acqua accompagnate dalle interiezioni di sconforto di ogni singolo spettatore che diviene parte, protagonista dello spettacolo stesso. Il rito è autenticamente collettivo.
Luci in alto e luci in basso, che seguono la corrente – nella credenza popolare più il cesto si allontanerà dalla riva e più la sua luce continuerà a brillare nella notte, tanto più l’anno futuro sarà ricco di gioie e fortuna, – che si incastrano tra i rami e le radici e vengono subito liberate da un manipolo di coraggiosi che si immerge nelle acque scure, riaccende le candele spente e riconsegna i krathong al loro destino.

Ci muoviamo a fatica tra la folla raccolta sul ponte per rientrare verso il centro, passando dai vari templi in cui i festeggiamenti proseguono in compagnia dei monaci, con le lanterne che si alzano a tingere il cielo di oro e rosso, quasi a voler toccare le stelle. Ed è proprio nel sorriso di un monaco che si riflette tutta la dolcezza del popolo thai, la bellezza delle sue tradizioni.

Percorriamo chilometri a piedi, cercando di non perderci neppure un istante, un frammento di questa irripetibile esperienza.

L’ultima giornata a Chiang Mai è dedicata alla visita di un progetto solidale, prima di immergerci per l’ultima volta nel cuore della festa, ammirando la parata del Loi Krathong direttamente sulla strada e poi dai tavoli di una “trattoria” in cui gustiamo un ottimo curry accompagnato dai suoni, dalle luci e dai colori dei carri.
Per molti il festival finisce qui, mentre per noi continuerà ancora in una nuova destinazione… ma questa è un’altra storia, o meglio un altro post.

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Dove: Chiang Mai, Thailandia
Quando: generalmente nel mese di novembre, la data esatta varia di anno in anno
Informazioni per i viaggiatori: https://www.chiangmaitraveller.com/

Ladakh – Hemis

Hemis è il primo monastero che visitiamo nel viaggio in Ladakh ed è probabilmente uno dei più famosi della regione, grazie soprattutto al festival che si tiene ogni anno, il 10° giorno del mese lunare tibetano (Tse-Chu), per celebrare l’anniversario della nascita di Guru Padmasambhava, o Guru Rimpoche, leader spirituale e fondatore del buddismo tantrico del Tibet, oltre che, in senso lato, la vittoria del bene sul male.
Percorriamo molto lentamente i circa 45 chilometri che separano Leh da Hemis, rallentati a più riprese dai convogli militari che si muovono quasi incessantemente lungo le strade, sollevando nuvole di polvere. E poi finalmente arriviamo in questo sensazionale Gompa che risale alla prima metà del 1600 e fa capo alla scuola dei monaci Drupka, i cosiddetti “berretti rossi” di cui sentiremo molto parlare nei giorni seguenti.
È arrivato il momento dei primi scatti per immortalare l’ingresso al complesso, con le decorazioni che si stagliano contro il cielo azzurro e il verde degli alberi, e l’eremo che si erge in lontananza, scavato nella roccia.

La ricchezza dell’accesso non prepara, tuttavia, alla sorpresa dell’ampio cortile interno, dove al bianco delle strutture principali si contrappongono i particolari lignei policromi del porticato verso cui si muove un monaco solitario.

Da questa immagine prende definitivamente forma il concetto del mio blog, perché non vi è nulla di casuale nel passo del monaco e neppure nella direzione dei miei viaggi.

Di fronte al porticato, salendo la scalinata e dopo essersi tolti le scarpe (un gesto questo che diventerà ben presto abituale) si accede alla sala di preghiera dove incontriamo i primi monaci raccolti in preghiera.

Ci muoviamo piano – anche perché l’altitudine si fa sentire o forse semplicemente rispecchiando i movimenti misurati dei monaci – prendendoci il tempo per ammirare le statue, le pitture murali e gli stupa con le offerte, ma anche per cogliere appieno la magia dei mantra con il loro effetto pacificatore. Ciò che conta è il qui, l’adesso, pare di riuscire a dare forma alla sensazione del tempo che fluisce.

Dopo questa pausa rigenerante visitiamo l’interessante museo, che conserva testi antichi e oggetti sacri preziosi, prima di ripartire, per raggiungere nuove mete, per scoprire nuove prospettive. Ci riproponiamo di ritornare nel 2028, in occasione dell’esposizione – come accade ogni dodici anni – del famoso thangka di Hemis, un rotolo dipinto che ci dicono essere alto almeno due piani e tempestato di perle.

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Ingresso: a pagamento
Del monastero di Hemis scrive Enrico Guala in Ladakh & Zanskar. Guida illustrata  già menzionato nel post su Alchi . Per un approfondimento sul buddismo in Ladakh l’opera di riferimento, in lingua inglese, è A Journey in Ladakh: Encounters with Buddhism di Andrew Harvey.