Una sera a teatro: L’importanza di chiamarsi Ernesto

L’antico e tradizionale rispetto dei vecchi per i giovani è morto e sepolto.

Si sorride e si ride in questo bella rivisitazione di L’importanza di chiamarsi Ernesto che segna l’ennesima buona prova di regia e attoriale del Teatro dell’Elfo nella resa di una pièce che, come ci ricorda la compagnia teatrale, è “commedia frivola per gente seria, con un titolo che sfida i traduttori – che ci hanno provato con Ernesto, Franco, Onesto, Probo senza mai risultare convincenti”. E quindi, proprio sulla scorta di questa considerazione, non sorprende la scelta di mantenere anche il nome del protagonista in inglese.
Gli attori per primi sembrano divertirsi sul palcoscenico in quello che emerge come un rovesciamento paradossale del senso, dei luoghi comuni, dei capisaldi stessi su cui si poggia la società vittoriana, in un’atmosfera di generale irriverenza a cui contribuiscono tanto la scenografia quanto i costumi, per non parlare delle scelte musicali che immergono in una Londra diversa.
L’interpretazione della troupe restituisce nei toni e nei gesti tutta l’ironia, l’umorismo, gli equivoci, ma anche gli elementi grotteschi del testo di Wilde, insieme alla sua leggerezza, con un tocco di modernità, in chiave pop, che non guasta, senza tuttavia snaturare la commedia originale o comprimerne l’interpretazione in direzioni forzate.
Certo la recitazione è a tratti sopra le righe, così come lo sono i movimenti del corpo, senza tuttavia sembrare mai fuori luogo o, come spesso accade, stantia.
La verve dei dialoghi sulla carta rivive nei tempi comici pressoché perfetti degli interpreti, ma anche nella padronanza degli spazi che a tratti pare voler trasportare il pubblico di fronte a un doppio misto.
Le due ore circa di spettacolo passano veloci e forse in questo allestimento si perde parte della critica sociale che caratterizzava l’opera inglese originale (del 1895), quel fondo di denuncia che ha portato l’autore a essere processato proprio nell’anno stesso della prima rappresentazione della pièce, ma da questa serata a teatro si esce certamente rilassati e divertiti, in un certo senso “alleggeriti”.

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L’importanza di chiamarsi Ernesto
di Oscar Wilde
regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
produzione Teatro dell’Elfo
Dove: Teatro Sociale
Quando: 13/02 – 17/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Una sera a teatro: Jekyll

Liberamente ispirato, direi molto molto liberamente ispirato, alla notissima opera di Stevenson, questo spettacolo non mi è parso interamente convincente né dal punto di vista della drammaturgia né da quello della recitazione.
Se è vero, come afferma lo stesso autore, che Jekyll “è un paradigma, una metafora nota a tutti che non smette mai di risignificarsi”, altrettanto vero è che molto del fascino della storia risiede, almeno per me, nel modo in cui è stata scritta e nella voce personalissima dello scrittore che ce la narra.
L’aver portato il protagonista nel mondo della finanza è un’idea di fondo affascinante, che modernizza fortemente l’opera, ma che cozza, stride con la recitazione di Luca Micheletti, che ha un qualcosa di già visto, di maniera nei gesti esagerati, nel tono declamatorio. A tratti sembra di essere in presenza non già di un uomo disturbato, di un io frammentato in maniera irreparabile, ma quasi di una caricatura abbastanza classica del malato che soffre di uno sdoppiamento della personalità.
E in questa estremizzazione dei gesti, dei toni si smarrisce il senso profondo dell’opera, la riflessione amara sul nostro essere tutti, forse, null’altro che un’illusione.
Per questo stesso motivo, non ho apprezzato la scena del confessionale, una nota da spettacolo comico che nulla aggiunge, anzi che “addomestica” la narrazione.
Analogamente, soprattutto nel primo atto, mi è sembrato che a tratti il testo perdesse di mordente, come se si accartocciasse su se stesso, diventando un mero esercizio di stile, per poi riprendere vigore nel secondo atto.
Questo eccesso di verbosità torna prepotente nel finale che avrei voluto più netto, meno costruito così da salutare il pubblico sulla nota più alta, senza dover necessariamente aggiungere altro alla storia.
Tutto ciò premesso lo spettacolo è esteticamente, visivamente di altissimo livello e fosse anche solo per questo motivo merita senz’altro di essere visto, per capire meglio una delle direzioni in cui si sta muovendo il teatro contemporaneo.
Dalla musica ai costumi, alle maschere e agli oggetti di scena fino alle luci tutto concorre a creare immagini potenti, che si fissano nella mente dello spettatore immergendolo in una scenografia gotica.
L’apertura della pièce, in particolare, è perfetta nei colori e nell’atmosfera, come se un dipinto di Magritte prendesse vita sul palco, così come le scene corali di “ballo” traducono in movimento, in coreografia il tema del doppio. Altrettanto riuscita la scelta di creare una scena pluridimensionale in altezza, così come quella di scandire i tempi e separare gli spazi con la reiterata discesa di una quinta che riusciva al tempo stesso ad essere impalpabile ed estremamente fisica.

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Jekyll
Di Fabrizio Sinisi liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Sociale
Quando: 29/01 – 10/02/2019
http://www.centroteatralebresciano.it/

Mostra – Pollock e la Scuola di New York, Complesso del Vittoriano, Roma

La premessa è che avrei voluto più Pollock in mostra, anche se il percorso alla scoperta della Scuola di New York risulta senz’altro interessante.
L’espressionismo astratto, da leggere attraverso la lente di anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione, cattura i visitatori nell’ennesimo allestimento ben riuscito a cura di Arthemisia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, la prima dedicata a Jackson Pollock, il cosiddetto “primo artista americano”, con una selezione di opere importanti, tra cui quel Number 27, 1950 scelto come immagine simbolo di questo appuntamento romano ed esposto per la prima volta nella capitale.
Al Vittoriano si ha la possibilità di immergersi autenticamente nel processo creativo di un artista di rottura – che ha sviluppato tecniche di pittura spontanea che consistono soprattutto nello sgocciolare (dripping) o versare (pouring) il colore sulla tela stesa sul pavimento dello studio – una sorta di danza che porta il pittore a entrare direttamente dentro nel quadro, da ogni prospettiva, da tutti i lati. Con lo sguardo rivolto verso il soffitto, attento a cogliere ogni goccia, ogni gesto, il pubblico è portato a vivere, quasi in diretta, l’action painting di Pollock.

Dalla seconda all’ultima sezione si sviluppa, partendo dai suoi esordi, la storia della Scuola di New York, che trova alcune delle sue radici profonde nella cultura europea, da Picasso a Mirò, fino alla poesia di Baudelaire.
In questa carrellata di artisti mi hanno colpito particolarmente le opere di Sam Francis dove i colori e le linee marcate si concentrano in porzioni ridotte della tela, lasciando ampi spazi liberi a trasformare il bianco del fondo in materia pittorica, e Blue Territory di Helen Frankenthaler dipinta anch’essa appoggiando la tela sul pavimento, alla maniera di Pollock che ben rappresenta il concetto di Color Field per l’utilizzo di strati sovrapposti delle stesse tonalità.

L’esposizione termina con la sezione dedicata a Mark Rothko, che visito abbastanza frettolosamente, senza particolare entusiasmo, poiché si tratta di un artista che non sono mai riuscita a capire sino in fondo, che non mi trasmette sensazioni o emozioni particolari.
Per me è come se il percorso positivo si fosse chiuso in calando anziché in crescendo.

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Dove: Roma, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Quando: dal 10/10/2018 al 24/02/2019
Come: biglietto intero 15 euro (con audioguida)
http://www.arthemisia.it/it/pollock-roma/

Didascalie opere:
Jackson Pollock (1912-1956) Number 17, 1950/ “Fireworks”, 1950 Oil, enamel, and aluminum paint on composition board, 56,8×56,5 cm Whitney Museum of American Art, New York; gift of Mildred S. Lee 99.59 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Jackson Pollock (1912-1956) Untitled, c. 1933-1939 Wax crayon and graphite pencil on paper, Sheet: 38,1 × 25,4 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Julia B. Engel Purchase Fund and the Drawing Committee 85.17 © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York by SIAE 2018
Helen Frankenthaler (1928-2011) Blue Territory 1955 Oil and enamel on canvas, 291,6×150,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; purchase, with funds from the Friends of the Whitney Museum of American Art 57.8 © Helen Frankenthaler by SIAE 201

Una sera a teatro: La banalità del male

L’alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo.

Ci sono spettacoli di cui si vorrebbe essere entusiasti a prescindere, perché tratti da opere che si sono amate, che ci hanno fatto riflettere, che in qualche misura ci hanno lasciato qualcosa di duraturo.
Per me La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt è uno dei libri che si dovrebbero inserire in ogni percorso scolastico e che si dovrebbe leggere più volte, perché in ogni fase diversa della propria vita si riesce a cogliere qualche nuovo aspetto. Un libro da leggere senza pregiudizi, senza idee preconcette, senza arroccarsi sulle proprie convinzioni. E proprio con questo spirito credo che ci si debba avvicinare anche alle opere teatrali che ne sono state ricavate, anche se, è innegabile, ci sono sempre delle aspettative.
Nel caso dello spettacolo presentato al Santa Chiara, giunto ormai alla sua quattrocentesima replica dopo essere nato proprio a Brescia, nelle aule del Liceo Calini, le mie aspettative erano senz’altro elevate e per questo sono rimasta abbastanza delusa da una messa in scena che, a mio parere, si è mantenuta troppo in superficie, senza scavare nelle profondità del testo, anzi perdendosi in qualche strizzatina d’occhio non troppo velata alle vicende (politiche) odierne.
Mi è sembrata, e forse quello è sempre stato l’intento, una lettura didascalica, direi quasi scolastica, a tratti declamata in tono stentoreo, riproponendo la gestualità ormai tipizzata dell’insegnante che sale in cattedra.
In effetti proprio l’idea di ricreare un’aula sul palco, con tanto di lavagna come arredo di scena, di mostrarci una Arendt più nella sua veste di insegnante che di giornalista e politologa non mi ha particolarmente convinto, così come la scelta di concentrare l’attenzione sugli aspetti più da libro di storia che propri di quell’analisi critica, filosofica, culturale e sociologica, che si dipana nelle pagine in cui si racconta sì di un uomo e del suo processo, ma anche dell’umanità in generale.
In tutto ciò va comunque riconosciuto il merito a Paola Bigatto che, pur avendo sostenuto da sola l’intero spettacolo, alla fine si presta, anzi invita il pubblico al dialogo e al confronto, come antidoto alla “assenza di pensiero” che la Arendt aveva riscontrato in Eichmann, incapace di riconoscere quell’altro da sé che ci chiama in causa, che ci mette a confronto con le nostre responsabilità.

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La banalità del male
adattamento di Paola Bigatto
con Paola Bigatto
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano
Dove: Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, Brescia
Quando: 26-27 gennaio 2019
http://www.centroteatralebresciano.it/
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, ed. Feltrinelli* , anche in versione per Kindle*

Mostra – Paolo Pellegrin. Un’antologia, Maxxi, Roma

Nel mio lavoro, io pongo domande ed esprimo preoccupazioni. È un’opportunità per mettere in circolazione un sistema di anticorpi, senza alcuna pretesa di rendere il mondo un posto migliore, ma per avviare una conversazione con il mondo. (Paolo Pellegrin)

Entrando nella prima sala della Galleria 5 che ospita la mostra dedicata a Paolo Pellegrin si ha quasi l’impressione di entrare in un luogo sospeso, senza tempo, in una caverna in cui la luce, in realtà, non è da ricercare al di fuori, ma sulle pareti della stessa, nelle immagini che raccontano le storie, a tratti tragiche, di esseri umani e della Natura.
Proprio buio e luce, i due opposti tra cui si snoda l’intera esposizione, sono i tratti caratteristici di un allestimento perfettamente riuscito.
La prima sezione è dominata da un nero che diviene quasi una forma fisica, capace di assorbire tanto il tempo, quanto i suoni e ogni colore, accentuando i temi dominanti delle immagini: dolore, guerra, distruzione, una tragedia, spesso insensata, che si consuma tanto sotto gli occhi dei visitatori che negli sguardi dei protagonisti.
Il bianco e nero delle fotografie non fa sconti, non concede tregua , è una precisa cifra stilistica di un modo profondo di intendere il lavoro del fotografo, quasi come una sorta di indagine dell’animo umano e delle sue verità in un gioco di relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante.
L’elemento della casualità è volutamente assente, così come è assente ogni giudizio.

In fondo alla galleria si chiude la prima sezione con una serie di ritratti/figure, che l’autore definisce “fantasmi”, colti in momenti di passaggio che ci conducono progressivamente verso la luce, sia quella che proviene dall’esterno, attraverso le grandi vetrate, sia quella che caratterizza la seconda parte della mostra, in cui prevale l’elemento naturale nelle sue diverse forme su muri bianchissimi.

Uno degli aspetti più interessanti dell’allestimento è il corridoio che collega le due sezioni e che regala, in pochi metri, una panoramica del “dietro le quinte” della ricerca di Pellegrin, tra i suoi taccuini, schizzi e appunti, tasselli estremamente importanti per comprendere come il fotografo costruisce i propri reportage, fondati su osservazione e analisi e soprattutto lettura, giacché, come ha ricordato “se una foto non è abbastanza buona è perché non hai letto abbastanza”.

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Dove: Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4A
Quando: dal 7/11/2018 al 10/03/2019. Da martedì a venerdì e domenica 11.00 – 19.00; sabato 11.00 – 22.00. Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Come: biglietto intero 12 euro.
https://www.maxxi.art/events/paolo-pellegrin-unantologia
Per approfondire: booklet della mostra, catalogo*, fotolibro* ed. Contrasto.

Mostra – Dream. L’arte incontra i sogni, Chiostro del Bramante, Roma

DREAM. L’arte incontra i sogni completa la trilogia, ideata e curata da Danilo Eccher per il Chiostro del Bramante, iniziata con LOVE. L’arte incontra l’amore (2016) e proseguita con ENJOY. L’arte incontra il divertimento (2017).

Nelle parole del curatore in questa mostra “i sogni incontrano la grande arte contemporanea” consentendo ai visitatori di scandagliare l’inconscio e l’onirico, mentre nelle diverse sale prendono forma magia e utopia, incanto e desideri, sempre accompagnati da un’audioguida originale, che con le voci di 14 attori italiani e gli scritti di Ivan Cotroneo, racconta una storia più che le opere stesse. Devo dire che proprio questo nuovo concetto di audioguida è una dei punti vincenti di una proposta che non mi ha interamente convinto, pur se alcune storie avrebbero bisogno di essere declamate con voce meno stentorea, meno da “prova d’attore”.

Mi piacciono le mostre che esplorano un tema e non solo l’opera di un singolo artista e nel complesso non posso che consigliare una visita al Chiostro del Bramante, ma ho trovato Dream a tratti poco interessante, soprattutto per alcune sculture che non mi hanno trasmesso alcuna sensazione né emozione.
So che ci sono artisti di grande richiamo e capisco la scelta di giocarsi subito una carta come Bill Viola all’inizio del percorso espositivo, ma onestamente ho sperato che la sua installazione non dettasse l’intero tono della visita. Così come non mi ha per nulla entusiasmato la scultura di Anish Kapoor.
Di tutt’altro impatto l’installazione di Tsuyoshi Tane (LIGHT is TIME) che con le sue oltre 65.000 piastre metalliche conduce in uno spazio surreale, in cui i confini si perdono, così come si smarrisce il senso del tempo, uno spazio autenticamente onirico, in cui perdersi e ritrovarsi per un’autentica esperienza immersiva, da gustare al meglio in solitudine attraversando letteralmente l’opera.

Tra i protagonisti della mia personalissima classifica delle opere preferite (che cito in rigoroso ordine di apparizione) anche Christian Boltanski che con Le Théâtre d’Ombres riporta all’infanzia, vissuta o immaginata. Spiando da un’apertura nel muro si lascia spaziare lo sguardo sulle immagini proiettate in un teatrino che risulta giocoso solo all’apparenza, senza che sia completamente celato un senso intrinseco di inquietudine in una danza di luci e ombre.
Per Ryoji Ikeda (data.tron [WUXGA version]) è il suono puro il vero protagonista, senza composizione, mentre scorrono ipnotiche immagini di dati multimediali, pixel, codici a barre, frequenze e pulsazioni.
Untitled di Anselm Kiefer riprende uno dei temi dominanti della sua poetica, le stelle, e il sogno si mescola all’astronomia e lo spettatore riesce quasi a percepire il peso fisico della volta celeste. Un tema quello dell’immensità del cosmo che ritorna anche con l’opera site specific di Tatsuo Miyajima (Time Sky) in cui l’artista invita il pubblico a sdraiarsi sul pavimento per assorbire l’energia dell’installazione e il continuo divenire che ci circonda.

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Dove: Roma, Chiostro del Bramante,
Quando: dal 29/09/2018 al 5/05/2019. Da lunedì a venerdì 10.00 – 20.00; sabato e domenica 10.00 – 21.00. La biglietteria chiude un’ora prima
Come: biglietto intero 14 euro (con audioguida).
https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/dream/
Catalogo ed. Skira; Le voci del sogno raccoglie le storie che accompagnano i visitatori della mostra (anche in formato Kindle)

Una sera al cinema: Old man and the gun

Ispirato alla storia vera di Forrest Tucker, un uomo che ha trascorso la sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere. Negli anni del suo crepuscolo, dalla sua temeraria fuga dalla prigione di San Quentin a settant’anni, fino a una scatenata serie di rapine senza precedenti, Forrest Tucker disorientò le autorità e impressionò il pubblico. Coinvolti in maniere diverse nella sua fuga, ci sono l’acuto e inflessibile investigatore John Hunt, che gli dà implacabilmente la caccia ma è allo stesso tempo affascinato dall’impegno non violento profuso da Forrest nel suo mestiere, e una donna, Jewel, che ama Forrest nonostante la professione che l’uomo si è scelto.

Questo film non è certo un capolavoro, probabilmente non è neppure uno di quelli che entrano di diritto nella classifica degli “indimenticabili”, in fin dei conti gli manca qualcosa per essere davvero interamente riuscito, più che una sorta di “operazione nostalgia”.
Questa la premessa, ma ciò non toglie che sia una pellicola gradevole, un po’ vecchio stile, come non più giovani sono i suoi protagonisti.
Finalmente una storia che non ha bisogno di effetti speciali o di esplosioni per tenere desta l’attenzione degli spettatori per buoni novanta minuti, perché sono le relazioni che si sviluppano sulla scena a farla da padrone, qualche volta senza neppure bisogno di un dialogo.
Bastano gli sguardi, alcune inquadrature di un’opera che mescola il genere drammatico con la commedia romantica, dove scena dopo scena ci si affeziona al cattivo “ragazzo”, gentiluomo di vecchio stampo, come succede loro malgrado alle vittime delle sue rapine.
Forse sarà davvero l’ultima apparizione di Redford davanti alla macchina da presa, ma sicuramente questo film è un omaggio alla sua carriera, a un attore che ha saputo resistere alle lusinghe si un’eterna giovinezza non lasciandosi snaturare da mille iniezioni di botox, e ancora una volta, anche mostrando le proprie rughe, in grado di raccontarci, in modo convincente, la vita di un personaggio fuori dal comune. La capacità di saper accettare il tempo che passa, senza trasformarsi in caricature di se stessi, è merce rara, così come lo è il sorriso, l’autentico divertimento, di chi sceglie ogni giorno di seguire le proprie passioni.

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The old man and the gun
Regia di David Lowery
Con Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock jr

Mostra – Sarah Sze, Gagosian Gallery, Roma

Ghost Print (Half-life), 2018 Olio, acrilico, carta d’archivio, adesivo, scotch, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, vernice ad acqua su legno © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian

Ci sono nomi di gallerie d’arte, nel mondo dell’arte moderna e contemporanea, estremamente evocativi, Gagosian è uno di questi.
Per molto tempo non mi sono azzardata a entrare nelle gallerie d’arte, credo sulla base della convinzione che mi sarei potuta solo permettere di ammirare le opere esposte e mai di acquistarle e di conseguenza temendo una qualche sorta di giudizio negativo da parte dei galleristi. Più o meno consciamente ritenevo che non si trattasse di luoghi in cui semplicemente vivere l’arte, quasi come se fosse richiesta una qualche parola d’ordine, a me sconosciuta, per poter varcare la soglia.
Fortunatamente, negli ultimi anni, ho superato questo freno e quindi nelle mie recenti “vacanze romane” ho inserito in programma anche una visita propria alla Gagosian che proponeva un’interessante personale dell’artista americana Sarah Sze, conosciuta in Italia grazie alla sua presenza alla Biennale di Venezia.

Gli spazi della galleria sono come un’enorme tela bianca su cui spiccano quelli che la Sze definisce “segni nel tempo”, da leggere non come meri dipinti ma come sculture, in cui si sovrappongono diverse dimensioni, medium, materiali spesso ricavati dal quotidiano: carta, inchiostro, pittura.
È la forza dei colori a catturare l’occhio del visitatore, anche nelle opere di minori dimensioni, senza però spingerlo a un’immobilità contemplativa, quanto piuttosto a un moto perpetuo attorno ai dipinti/collage, per coglierne ogni dettaglio, ogni sfumatura, ogni possibile (personalissima) interpretazione.

Ognuno dei sei lavori ha bisogno di tempo e del vuoto che lo circonda per essere in qualche modo assimilato e integrato in un quadro più grande che è quello che attende nella sala ovale e che è uno scorcio dell’universo artistico della Sze verso cui si è irresistibilmente attratti.
Seguendo le macchie di luce sul pavimento – note di una novella Pifferaia Magica – si arriva al fulcro dell’esposizione dove domina la (video) installazione Flash Point ultima nata nella serie Timekeeper iniziata nel 2015 in cui tempo e spazio interagiscono, si mescolano, grazie a una commistione di scultura, cinema e pittura.
Nel buio immagini e scene in movimento compaiono senza apparente soluzione di continuità, si modificano sui diversi supporti fisici, con i ricordi che prendono vita in una sorta di “lanterna magica” che avvolge, fagocita il visitatore, immergendolo in un flusso costante da cui far emergere frammenti di significato, di esperienze vissute, di bellezza. Si esce con la sensazione di aver scoperto qualcosa e, almeno nel mio caso, con la curiosità di scoprire cosa spinge un gallerista a scegliere un determinato artista da presentare, con la voglia di conoscere nuovi linguaggi e di aprire a breve le porte di un’altra, di molte altre gallerie.

Courtesy of the artist and Gagosian/dell’artista e Gagosian Photo by Matteo D’Eletto M3 Studio

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Dove: Roma, Gagosian Gallery, via Francesco Crispi 16
Quando: dal 13/10/2018 al 26/01/2019
Come: ingresso gratuito negli orari di apertura della galleria
https://gagosian.com/exhibitions/2018/sarah-sze/

Immagini: © Sarah Sze Courtesy Sarah Sze e Gagosian

Trento: Castello del Buonconsiglio e Torre Aquila

Ogni anno, la mia “lista delle cose da fare e dei luoghi da vedere” si arricchisce del nome di qualche castello, in Italia e all’estero.
Non mi sono quindi lasciata sfuggire l’occasione di una breve visita a Trento, per ammirarne proprio il castello.

Il Castello del Buonconsiglio, in posizione leggermente elevata, si raggiunge facilmente con una bella passeggiata nelle vie del centro di Trento e colpisce subito per l’eleganza degli esterni, grazie alle finestre a croce, agli ordini di merli e alla loggia. L’antica residenza dei principi-vescovi si compone di diversi edifici, di epoche diverse, racchiusi in una cinta di mura. Tra questi spiccano Castelvecchio, ossia il nucleo più antico, dominato da una possente torre cilindrica; il Magno Palazzo e Torre Aquila. I colori autunnali rendono l’atmosfera ancora più magica, quasi come se davvero alla balconata e alle finestre potessero ancora affacciarsi dame e cavalieri.
Dopo una breve sosta alla biglietteria (e sì, incredibilmente ci accaparriamo gli ultimi due posti per la visita di Torre Aquila) decidiamo di entrare subito nel cuore antico del castello, lasciandoci i giardini per il pomeriggio. La scala di pietra, il porticato sormontato da loggiati su più livelli, gli stemmi scolpiti sui capitelli e le pitture murali, a tratti davvero ben conservate, ci riportano indietro nel tempo e con la macchina fotografica cerchiamo di cogliere tutta la bellezza che ci circonda, in un silenzio quasi irreale… i turisti, all’ora di pranzo, sono probabilmente tutti altrimenti occupati e questo ci consentirà di goderci anche le sale interne praticamente indisturbati.

Ma la vera meraviglia ci aspetta raggiungendo la loggia veneziana, che si affaccia sulla città e regala viste mozzafiato sui monti in lontananza, sui principali monumenti di Trento e sui tetti della città.
Le otto colonne in pietra rosa con i loro capitelli riccamente scolpiti, a supporto degli archi trilobati, ricordano i castelli delle fiabe.
Le sale interne sono riccamente decorate e ospitano oggi, tra l’altro, collezioni di stufe e maioliche, cassapanche e numismatica, oltre a una bella cappella con decorazioni pittoriche datate attorno alle fine del 1400.
Lo sguardo vaga dalle pareti affrescate ai soffitti, perdendosi, ma è già l’ora di raggiungere la prossima meta: Torre Aquila, passando per il Cortile dei leoni e la magnifica Loggia del Romanino (capolavoro indiscusso di un nostro conterraneo).
Dopo una breve scalinata, eccoci a percorrere il camminamento di ronda lungo le mura orientali che ci conduce alla celebre torre. Qui nella sala principale, al secondo piano, troviamo il Ciclo dei mesi , che con straordinaria cura per i dettagli ci narra la vita economica e sociale nella città e nei suoi dintorni tra la fine del ’300 e l’inizio del secolo successivo, tra svaghi dei nobili e lavoro dei contadini seguendo l’alternarsi delle stagioni.

Dalla torre si accede al corpo cinquecentesco del complesso, con la sua serie di splendide sale riccamente decorate, in cui non si può non camminare con il naso all’insù.
Vista la bella giornata decidiamo di lasciare gli interni del castello e di spostarci nei giardini, che purtroppo conservano poco della loro forma originaria che si narra fosse un tripudio di piante odorose e ornamentali, ma che consentono comunque di muoversi tra le aiuole per ammirare una visuale diversa dell’intero complesso.

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Dove: Trento, Via Bernardo Clesio, 5
Quando: tutto l’anno, chiuso il lunedì
Come: biglietto intero 10 Euro + biglietto per la visita di Torre Aquila 2 euro (solo visita guidata, con audioguida, a orari fissi e intervalli di 45 minuti) https://www.buonconsiglio.it/index.php/it/Castello-del-Buonconsiglio/informazioni/Orari-e-biglietti
Per approfondire qualche opera sul Ciclo dei mesi: Il lavoro dell’uomo nel ciclo dei Mesi di Torre Aquila, I mesi di Trento: gli affreschi di torre Aquila e il gotico internazionale.

Mostra – Pellegrinaggio della pittura russa, da Dionisij a Malevič, Braccio di Carlo Magno, Roma

La bellezza crea ponti, avvicina culture diverse e rende tutti fratelli. (Barbara Jatta)

Nell’ambito dei prestiti di opere che vede protagonisti la Russia e il Vaticano arrivano a Roma 54 opere che offrono un’ampia panoramica sull’arte russa attraverso i secoli.
Non potevo certo mancare questo appuntamento che mi ha consentito, pur se per un breve momento, di ritrovare la magia delle sale della Galleria Tret’jakov a Mosca, uno dei luoghi dove parlare di Sindrome di Stendhal non è davvero un’esagerazione.

L’obiettivo dichiarato dei curatori – “presentare il messaggio culturale e spirituale dell’arte russa” – direi che è senz’altro riuscito, con lo sguardo che spazia dalle superbe icone della tradizione ortodossa all’arte figurativa dal XV al XIX.
Sulle pareti bianchissime di una struttura capace di esaltare architettonicamente ogni esposizione si svela l’anima russa, la più autentica dusha, in tutte le sue declinazioni, in tutta la sua gamma di colori.
L’allestimento, volutamente privo di qualsiasi iter cronologico o tematico e iconografico, procede per accostamenti, talvolta anche all’apparenza azzardati, per rimandi, per suggestioni lasciando i visitatori liberi di trovare la propria vita, ragionando su tematiche squisitamente russe ma altrettanto universali, in una sorta di pellegrinaggio. Una scelta sicuramente non scontata.
Purtroppo, però, spiace notare che l’illuminazione penalizza spesso la visione dei quadri, tanto da vicino che da lontano, costringendo a cercare una posizione che consenta di ammirare le opere senza fastidiosi riflessi.

Entrando negli spazi espositivi, dopo essersi fatti largo tra la folla in San Pietro, si percepisce subito un’atmosfera diversa, quasi sospesa, di riverenza.
Gli ampi spazi, il silenzio concorrono a creare l’impressione di trovarsi in un tempio dell’arte al cospetto di una spiritualità dai molteplici volti, di un “divino” multiforme a cui si contrappongono immagini di dolore e miseria umana, circondati da un’infinita bellezza.
Tra gli artisti che accompagnano in questo percorso troviamo alcuni dei grandi nomi dell’arte russa e credo sia difficile scegliere l’opera più rappresentativa. Personalmente, tuttavia, non ho dubbi. Pur amando Filonov e la Gončarova, Repin e Ge, e gli struggenti paesaggi di Levitan, il simbolo non può che essere il “Demone seduto” di Vrubel, una delle espressioni di quella che più di un critico ha definito una “sinfonia di un genio”. Un dipinto che, nonostante abbia perso la sua battaglia contro il trascorrere del tempo, con i colori ormai ossidati, ci racconta magistralmente dello spirito umano ribelle, di desideri inappagati, di slanci frustrati, di quella profonda tristezza che spesso permea i racconti russi.

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Dove: Roma, Braccio di Carlo Magno (Vaticano)
Quando: dal 20/11/2018 al 16/02/2019, lunedì, martedì, giovedì e venerdì dalle 9,30 alle 17,30. Il mercoledì dalle 13,30 alle 17,30 e il sabato dalle 10 alle 17.
Come: ingresso gratuito
Per approfondire: http://www.museivaticani.va/content/dam/museivaticani/pdf/eventi_novita/iniziative/mostre/2018/17_presentazione_jatta_it.pdf; http://m.museivaticani.va/content/dam/museivaticani/pdf/eventi_novita/iniziative/mostre/2018/17_introduzione_tregulova_it.pdf