Dietro le quinte – Wonderland Festival: l’organizzazione

Raccontavo in un altro post dell’impazienza con cui aspetto la locandina di Wonderland Festival ogni autunno, ma certamente è la scoperta del programma a riservare sempre le maggiori sorprese.
Ormai è una sorta di rito, aprire il sito, leggere la sezione “Fil rouge” e poi, mano al calendario, scegliere gli spettacoli.
Resta però la curiosità di capire come nasce davvero un festival così articolato, capace di condensare in un paio di settimane spettacoli molto diversi eppure legati da un filo sottile, di raccogliere compagnie e attori delle più disparate provenienze superando anche eventuali barriere linguistiche. E questa volta ho sfruttato la disponibilità a sedersi per fare due chiacchiere di Emma Mainetti, Direzione organizzativa e di produzione che mi ha permesso, virtualmente, di accompagnarla dietro le quinte.

Il punto di partenza è il nome. Di chi è stata l’idea di legare il festival a “Wonderland” – tra parentesi un nome azzeccatissimo vista la sensazione di immergersi proprio in un paese delle meraviglie che personalmente mi spinge a tornare, stagione dopo stagione, ad aspettare che si alzi ancora una volta il sipario. E ovviamente questo non può che portare a chiedere come è nato il festival.
Il nome Wonderland Festival nasce nel 2012, ma il festival in sé, o almeno il suo primo antenato, era già nato nel 1998 e si chiamava Brescia tra Fiabe e Contaminazioni. Si trattava di un festival biennale, molto diverso da quello che vediamo ora, sicuramente più piccolo, come più piccoli eravamo anche noi. Io infatti non c’ero ancora…l’idea è stata di Davide D’Antonio e Giovanni Zani, fondatori e tuttora direttori di Residenza IDRA.
Brescia tra Fiabe e Contaminazioni lavorava sul tema delle fiabe per adulti, con gli anni poi il tema si è ampliato e il festival è diventato annuale, nel 2012, trasformandosi in Wonderland. Il legame con la fiaba si è attenuato ma ci piaceva mantenere un senso legato al “Paese delle Meraviglie” che è un po’ quello che ogni anno cerchiamo di creare.
Personalmente sono arrivata a far parte del festival nel 2013 e sono quindi testimone diretto solo delle edizioni dal 2013 in poi. In questi anni il festival è cambiato molto, è cresciuto e si è trasformato ulteriormente. Le edizioni 2012-2013-2014 erano ancora molto lunghe, si parlava di circa uno o due mesi di programmazione limitata ai fine settimana, una via di mezzo tra una piccola stagione e un festival insomma.
La svolta è avvenuta nel 2015, il festival è stato riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali, si è spostato da febbraio a novembre e ha preso la forma attuale: due settimane di programmazione intensissima, eventi collaterali, convegni, dopofestival…tutto quello che anche oggi ci caratterizza e che ogni anno si sviluppa sempre di più prendendo nuove forme.

La seconda domanda credo che sia stata posta innumerevoli volte, è un po’ una sorta di “è nato prima l’uovo o la gallina?” applicato ad ogni edizione del festival. Se pensiamo al programma e a quel fil rouge a cui accennavo prima, che costituisce una chiave di lettura, una bussola per orientarsi nel calendario delle rappresentazioni e degli eventi, è spontaneo riflettere su quale sia il fondamento. Qual è il punto di partenza su cui si costruisce la stagione, attorno a cui ruota tutto? In termini di processo creativo, viene insomma prima la selezione del tema – poi riassunto nel claim – o la considerazione degli spettacoli disponibili? O forse è sbagliato già pensare al concetto di “spettacoli disponibili”, perché talvolta nascono già in qualche misura per Wonderland?
Anche in questo caso la svolta è stata data dal passaggio ministeriale. Il Ministero richiede agli organizzatori di avere una visione triennale del festival. Così, il primo triennio, dal 2015 al 2017, la decisione è stata quella di lavorare ogni edizione su un tema diverso sul quale costruire un fil rouge attorno a cui far ruotare gli spettacoli.
In questo caso ciò che nasce prima è il tema, l’urgenza, l’argomento di cui sentiamo sia in quel momento necessario parlare. I tre temi scelti dalla direzione artistica in quegli anni, che venivano poi tradotti dai claim, erano temi caldi, che sentivamo che il pubblico, gli artisti, la società avevano urgenza di condividere.
Pertanto in qualche modo le due cose si contaminano, il tema detta la scelta degli spettacoli ma anche l’urgenza degli artisti che producono spettacoli su determinati temi fa comprendere che cosa sia importante mettere in luce in quel momento…”Imbraccia la tua arma” nel 2015, “Sedotti, traditi, felici” nel 2016, “Speak the truth!”nel 2017…erano tutti temi che sentivamo importanti e che, in alcuni casi, anche associati alle immagini, hanno suscitato qualche polemica. Per il secondo triennio invece, che è iniziato l’anno scorso e arriverà fino al 2020, la scelta della direzione artistica è stata quella di concentrarci su un genere: il teatro immersivo, che abbiamo iniziato a sondare nella scorsa edizione, con approccio più leggero e che era espresso ironicamente da quel “Non la solita minestra…” ad indicare un nuovo modo di fare teatro in cui lo spettatore è un ingrediente importante e che quest’anno esprimiamo con più forza con il nostro interrogativo “Chi è di scena?”. Per quanto riguarda la scelta degli spettacoli avvengono entrambe le cose che dici: sicuramente Davide D’Antonio guarda al panorama artistico con un occhio di riguardo a quelle compagnie e a quegli spettacoli che indagano nella direzione che interessa al festival ma è anche avvenuto che si “sfidassero” gli artisti a produrre lavori ad hoc, come nel caso dello spettacolo “5 minutes” andato in scena nel 2017 in cui abbiamo chiesto a diversi artisti di produrre 5 minuti di performance ispirandosi ai cinque minuti di tempo che vengono dati alla popolazione palestinese per salvarsi dai bombardamenti in arrivo, e abbiamo prodotto un evento unico per Wonderland.

Negli anni gli spettatori hanno assistito a una evidente evoluzione del festival, non solo specchio dei tempi ma di una autentica crescita, maturazione della rassegna che ha saputo uscire dai confini della città, tanto in termini artistici che di fama. Quanto è stato difficile raggiungere questo obiettivo e quanti sono stati gli eventuali cambi di rotta?
La parte difficile è stata farsi conoscere dal pubblico, riuscire a farlo arrivare da noi per la prima volta. La programmazione del festival è sempre stata ambiziosa, Idra ha da sempre un occhio attento al panorama artistico contemporaneo nazionale e internazionale e ha portato a Brescia proposte e artisti di grande livello che molte volte non erano mai stati qui. Ad esempio i Motus, che, pur essendo tra le compagnie di punta nel panorama nazionale, sono venuti a Brescia per la prima volta nel 2015, nel nostro piccolo spazio di Vicolo delle Vidazze.
La sfida di riuscire a far comprendere al pubblico che il teatro e l’arte performativa contemporanea sono accessibili a tutti e che da noi potevano sperimentarlo è stata la più difficile. Ma tutte le persone che sono venute negli anni sono poi tornate, e sono diventate i nostri migliori comunicatori. Il nostro pubblico è estremamente fidelizzato, quando viene al festival ci torna, difficilmente segue solo uno spettacolo. Il lavoro è stato soprattutto questo, credere in quello che portavamo avanti e non demordere. Siamo cresciuti molto anche grazie al pubblico che ci segue.

Quest’anno una produzione Residenza IDRA in collaborazione con Image Collective per la regia di Davide D’Antonio si intitola Andare verso, un percorso itinerante e un omaggio alla nostra città. Dove sta andando Wonderland Festival? Dove vi immaginate tra, diciamo, cinque anni? Personalmente spero, fedele al nome che ho scelto per il mio blog, anch’esso un inno al cammino, che il viaggio sia ancora molto lungo…
Sicuramente lo speriamo anche noi…il Festival è uno dei progetti più importanti che IDRA porta avanti.
Dove saremo tra cinque anni è difficile dirlo. Purtroppo anche noi, come tutti coloro che lavorano nella cultura ed in particolare nel teatro, viviamo di costante precarietà. Sogni e visioni si scontrano costantemente con il limite delle prospettive politiche ed economiche. In Italia la prospettiva più lunga in termini di programmazione è triennale, dopo di che tutto si sospende in attesa che venga definito il triennio successivo.
Io credo che Wonderland abbia dimostrato negli anni una crescita costante, sia in termini di programmazione che di pubblico e che questo gli garantisca un cammino futuro agli occhi delle istituzioni. Ma nessuno può dirlo con certezza. Quello che possiamo dire con certezza è che noi continueremo a lavorare per portarlo avanti e farlo crescere, come abbiamo fatto fino ad ora.

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Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/

Una sera a teatro: Calcinculo

Teatro pop, teatro rock, teatro punk.

Anche quest’anno è arrivato il momento di commentare il primo spettacolo che abbiamo scelto nel cartellone di Wonderland Festival.
Una doverosa premessa, se fosse stato per me, non lo avremmo visto – sono sempre un po’ sospettosa quando le opere hanno una forte componente musicale – e me ne sarei molto pentita. Invece, grazie a una decisione “del collettivo” mi sono trovata a godere tutti i 60 minuti di Calcinculo, davvero “uno spettacolo dove le parole prendono la forma della musica. Dove la musica prende la forma delle parole”, e applaudire convinta una compagnia che non vedo già l’ora di rivedere all’opera.

Non sono solo canzonette, anzi.
Babilonia Teatri porta nello Spazio Teatro Idra una pièce che vive di contaminazioni e rimandi, in cui la musica è elemento essenziale per dare corpo a un autentico fiume di parole, la drammaturgia in prosa, a un flusso disordinato e irrefrenabile che sembra scaturire senza filtri, a tratti senza neppur una logica apparente, irrazionale come le paure e le fobie enumerate da Castellani, che sono invece, ne sono certa, assolutamente reali per molti spettatori.

Contrappunto e melodia, i frammenti delle storie narrate (o forse sarebbe meglio dire di un’unica storia, quella del nostro quotidiano) si sviluppano in un gioco di contraddizioni, i ritornelli pop non nascondono la profondità dei temi trattati, non mascherano l’invio a riflettere, a confrontarsi con temi forti, a (ri)prendere una posizione dopo che i miti e le convinzioni hanno subito l’ineluttabile trascorrere del tempo, come sottolineano gli autori con una delle immagini più poetiche e contemporaneamente più amare dell’intero copione, quella dello scotch usato per fissare i manifesti di Che Guevara sul muro che cede appunto al tempo e alla forza di gravità.
Sul palco, volutamente scarno, con pochi elementi per non distogliere l’attenzione dal testo, dalla sua reale comprensione, scorre un collage di miserie umane, di nodi irrisolti. Presente e passato, rock e pop, leggerezza contro il peso delle idee, spensieratezza e parole come pietre, perché non stiamo facendo un altro giro su una giostra a cavalli, ma siamo su un calcinculo con tutte le sue emozioni contrastanti.

In questo vortice si riesce anche a ridere, si è coinvolti in una ricerca delle citazioni, musicali e non, ci si lascia cullare dalle note e dall’illusoria lievità delle mossette della cantante, mentre si viene schiaffeggiati dai testi delle canzoni.
L’ironia smorza i toni, ma è uno sguardo disincantato sulla realtà a prevalere, portando anche l’inaspettato concorso di bellezza in cui il pubblico è chiamato a votare ad assumere forme grottesche.
Nel complesso uno spettacolo forte, tagliente, che costringe a guardare dentro se stessi oltre che a ciò che ci circonda, che invita a non cadere nella (autoconsolatoria) illusione che “così vanno le cose, così devono andare”, a ritrovare la capacità di sognare e che regala, grazie alla convincente prova d’attore e a un testo da masticare lentamente e digerire, un ottimo esempio di teatro “schierato”.

Piè di pagina
Calcinculo di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con Luca Scotton
Produzione Babilonia Teatri
Musiche di Lorenzo Scuda
Dove: Spazio teatro IDRA, Festival Wonderland 2019

Dietro le quinte – Wonderland Festival: la comunicazione

Per alcuni la primavera è la stagione del nuovo inizio, per me invece è l’autunno visto che riapre la stagione teatrale.
E da diversi anni novembre è il mese in cui nei luoghi più diversi della città appaiono i manifesti di Wonderland Festival, immagini in cui cerco di cogliere qualche anteprima del calendario di spettacoli, di quel fil rouge che li lega.
Con il passare del tempo il festival teatrale e la sua espressione “grafica” sono diventati sempre più legati, quasi inscindibili e mi sono chiesta spesso come funzioni il processo creativo che porta alla scelta dei materiali per la comunicazione e quanto conti proprio la comunicazione per una rassegna come Wonderland, che ha fatto del suo essere “altro” nel panorama culturale bresciano, e non solo, la propria cifra stilistica.
Per soddisfare questa e molte altre curiosità ho deciso di rivolgermi alla fonte, facendomi accompagnare in un viaggio attraverso le locandine da Walter Spelgatti, responsabile Ufficio stampa e comunicazione, che ringrazio sin d’ora per la disponibilità.
Partiamo dal 2015, pietra miliare nella storia di Wonderland e anno in cui l’immagine– e la comunicazione in senso lato – diventa assolutamente distintiva, detta il tono e l’atmosfera di quello che il pubblico vedrà sulla scena, e si impone, di pieno diritto, come un elemento del programma.

L’immagine del soldato al pianoforte è davvero forte, così come sarà forte, pressante l’invito che riecheggia nei diversi spettacoli a schierarsi, a prendere posizione, metaforicamente a “imbracciare la propria arma”.
Un punto di svolta, a mio parere, nella strategia comunicativa in cui l’elemento grafico, visuale, si sposa con la parola, la sottolinea, la incarna. Da quel momento le locandine del festival vivranno sempre di questa dualità.
Lo si vede bene nel 2016 che segna l’inizio della proficua, e perdurante, collaborazione con Dorothy Bhawl che con le sue opere contribuisce a creare la veste esteriore del festival, rendendola assolutamente riconoscibile seppur nuova a ogni stagione.

Dopo l’ironica e grottesca rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie è la volta di un’implacabile Regina di Cuori…

… per arrivare al mondo del fumetto con Gargamella nel 2018.

Come nasce questa collaborazione?
La collaborazione con Dorothy nasce da un colpo di fulmine.
Eravamo alla ricerca della nuova immagine del festival il cui claim era “sedotti, traditi, felici…”. Come al solito lavoravamo di brain storming, scambiandoci impressioni e suggestioni che il tema ci dettava. E come al solito faticavamo a trovare una linea, un’immagine dalla quale ci sentissimo tutti rappresentati e che ci mettesse tutti d’accordo. Fino a che, nelle nostre ricerche, è comparsa lei. L’immagine di Alice che cavalca un particolarissimo Bianconiglio in un’atmosfera da party un po’ decadente ma festoso. Ci rappresentava, esprimeva ciò che volevamo dire in quel momento. Era forte, ironica, artistica. E ci siamo innamorati, di quell’immagine e del suo autore, Dorothy Bhawl, che per la prima volta ci aveva fatto battere il cuore all’unisono. Abbiamo deciso di contattarlo e Dorothy è stato da subito entusiasta di intraprendere questa nuova collaborazione che prosegue e cresce di anno in anno. Non ci siamo più lasciati.
Dicevamo prima di come immagine e claim siano l’ottimo completamento del cartellone del festival. Potrei dire quasi una sorta di trailer cinematografico, un antipasto che stuzzica l’appetito. E proprio questa corrispondenza risulta particolarmente affascinante, un esempio di comunicazione perfettamente riuscita. Ma qual è l’elemento di partenza, il testo o la fotografia? E come si arriva alla composizione definitiva, quale è il processo?
Dare una successione definita a questo complesso processo non è facile. L’immagine di Dorothy è un’immagine che parla da sé. È comunicativa, fortemente descrittiva e allo stesso tempo veicolo di messaggi importanti. La fotografia aiuta molto nella creazione di un racconto fortemente identitario del festival.
Wonderland sta diventando sempre più in festival che segna un percorso, che anticipa dei messaggi forti che diventano “pop” grazie alla perfetta sinergia tra l’arte del fotografare e l’arte del comunicare.
Ma la comunicazione non è solo immagine. “Imbraccia la tua arma”, “Sedotti, traditi, felici”, “Speak the truth”, “Non la solita minestra” fino all’ultimissimo “Chi è di scena?”. Ogni parola ha un suo peso, un suo posto specifico. In questi claim nulla è ridondante, la concisione come valore. Anche questo è un elemento ricorrente, identificativo, fortemente studiato. Oppure no?
Il claim di Wonderland è assolutamente studiato, pensato in ogni punteggiatura. L’immagine ispira il claim, che allo stesso tempo viene pensato in funzione della direzione artistica degli spettacoli in cartellone.
Il “Chi è di scena?” di quest’anno è un esempio che calza perfettamente.
Il punto di domanda non è casuale. Nel “richiamo” agli attori dietro il sipario prima dell’inizio dello spettacolo non c’è un punto di domanda. È una chiamata. Noi abbiamo aggiunto un interrogativo. “Chi è di scena?” non è più una chiamata ma una vera e propria richiesta, come una provocazione. Si chiede al pubblico chi vuol essere di scena. O secondo loro chi è di scena, in un festival pensato proprio nell’ottica di un modo di vivere il teatro completamente nuovo: lasciando al pubblico la scelta se entrare nella scena o stare a guardare…

Guardando la splendida immagine scelta per il 2019 – che si lascia decisamente alle spalle i rimandi al paese delle meraviglie, o forse no visto il sottile gioco di specchi e rimandi, restano due domande. Rivedremo mai i personaggi di Lewis Carroll e, soprattutto, quanto conta la comunicazione per una realtà come Wonderland Festival, a Brescia (città che per molto tempo è stata accusata di essere provinciale, nemica della cultura, poco aperta alla sperimentazione e alle novità), in Italia e all’estero?
La comunicazione di Wonderland è fondamentale.
Ormai l’immagine di Wonderland è diventata iconica. Tra le comunicazioni più attese dell’anno.
Il pubblico ci chiede quale sarà la nuova immagine, quale claim abbiamo pensato per provocare la città sul nuovo teatro che ogni anno proponiamo.
Siamo consapevoli che il festival è complesso e di non facile “accessibilità”, per questo per il comparto comunicazione è importante trovare la modalità affinché il pubblico si avvicini e si incuriosisca.
Una volta superato questo “ostacolo” tutto è in discesa: Wonderland è un festival divertente e coinvolgente. Un festival che porta in scena messaggi attuali e dirompenti. Un’occasione per riflettere e provocare nuove riflessioni. E farlo attraverso il teatro, ci siamo accorti, è l’occasione più bella e soddisfacente che ci sia! Basta avere il coraggio di entrare in scena…

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Wonderland Festival
Dove: Brescia, sedi varie
Quando: dal 16/11 al 1/12 2019
Come: info e biglietti su http://www.wonderlandfestival.it/prenotazioni/
Dorothy Bhawl è in mostra al Ma.Co.f fino all’11/12/2019 con aperture straordinarie per il pubblico di Wonderland giovedì 21/11 e sabato 30/11 fino alle 21.

Mostra – We Are What We Like, Brescia

La nuova rassegna fotografica in mostra al Ma.co.f. a Brescia, è senz’altro una buona occasione per immergersi in quel clima che Battiato ha ben sintetizzato nella strofa di una canzone, “Strani giorni. Viviamo strani giorni”.
L’universo in cui ci trasportano le immagini di Dorothy Bhawl – nome “composto dall’unione di 12 lettere che sono le iniziali di persone a me care rimescolate a formare un nomignolo gradevole, femminile. Dorothy Bhawl insomma non è che un acronimo” come spiega l’artista – è a tratti inquietante, popolato da personaggi bizzarri, eccessivi, grotteschi, disturbanti, talvolta quasi fenomeni da baraccone, ritratti con ironia, senza censure ma anche senza malizia o giudizio morale, e neppure cadendo in quel pietismo/buonismo che mi pare caratterizzi molta della nuova fotografia che pesca i propri protagonisti tra gli “imperfetti”.

E così come sono eccessivi i personaggi ritratti, altrettanto lo sono le situazioni in cui sono collocati, frammenti di un museo dell’orrore che riflette i vizi e le manie della nostra società, veli squarciati sui nodi irrisolti del nostro tempo, sulle contraddizioni di una realtà iperconnessa in cui il valore, di se stessi e degli altri, si misura a suon di like. Temi e motivi che dialogano, si ripetono, si trasformano per dare vita a un immaginario a cavallo tra sogno e incubo, a un lingua al contempo esoterico ed essoterico.
Ogni fotografia racconta una micro-storia, mescolando alto e basso, elementi della cultura pop, a mo’ di feticci, esoterici e citazioni più classiche, commedia e tragedia, in una composizione che si sviluppa sui contrasti, sulle giustapposizioni, e tutte le fotografie insieme ne raccontano una più grande in cui, sono certa piacerebbe a tutti poterlo dire, non ci riconosciamo, ma a cui in realtà nessuno di noi riesce completamente a sfuggire.

Proprio la composizione attenta ai più piccoli dettagli, sempre sul medesimo sfondo abbastanza neutro, per fare emergere persone e oggetti, spinge gli spettatori ad avvicinarsi fisicamente all’opera, a cercare di entrarci come se fosse un set cinematografico o di una qualche serie TV.
In effetti l’atmosfera generale potrebbe tranquillamente essere quella che si respira in alcuni episodi di Black Mirror.
È evidente il lavoro, tanto in sala di posa che in post-produzione, che consente a Dorothy Bhawl di creare delle autentiche narrazioni fissate nell’attimo dello scatto, opere quasi pittoriche, anche grazie all’uso del colore, che rimandano alla tradizione dell’allegoria e dei tableaux vivants.
Nel complesso una mostra che offre spunti di riflessione, messaggi da decifrare, oltre che un indubbio piacere per gli occhi per tutti coloro che apprezzano la staged photography con la sua capacità di riscrivere la relazione con il visibile.
L’unico aspetto davvero migliorabile è l’illuminazione delle sale che rende in qualche misura difficile apprezzare appieno l’esperienza. I riflessi e le ombre che si creano sulle immagini (e no, non sto parlando di come queste ombre rovinano i selfie) incidono negativamente sulla visione, sul primo impatto costringendo i visitatori a cercare, non sempre trovandolo, l’angolo giusto.

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Dove: Brescia, Ma.co.f – Centro della Fotografia Italiana, Via Moretto 78, Brescia
Quando: dal 9/11/2019 al 11/12/2019, da martedì a domenica, 15:00 – 19:00.
Come: ingresso libero
Per approfondire: profilo Instagram: @dorothybhawl_art

Mostra – Sandy Skoglund. Winter, Brescia

I always say that my work is actually very realistic to me, realistic, not surrealistic, is not fantasy. This is really the world as it is, as I see it. (Sandy Skoglund)

Dopo l’antologica a Torino le opere di Sandy Skoglund tornano in mostra nella sede bresciana di Paci contemporary (in cui, l’ho già detto in precedenza, gli spazi ex industriali sono stati recuperati in maniera sapiente).
E come per una celebre serie TV, anche per l’artista statunitense l’inverno è arrivato, a chiudere un lungo percorso, questa volta iniziato nel 2008 con un’inedita e onirica rilettura della primavera (Fresh Hybrid).
Si conclude quindi la prima metà di un ciclo, con la possibilità per il pubblico di entrare nella scenografia dell’installazione, di svelarne i minimi dettagli, dai cosiddetti eyeflakes, insoliti fiocchi di neve in ceramica e metallo, ai crumpled foil papers, fogli in alluminio modellati per ricreare un paesaggio invernale.
L’esperienza non è però soltanto un’immersione in questa visione invernale, ma piuttosto un viaggio, sulle pareti della galleria, attraverso l’intera evoluzione artistica della fotografa, dai primi lavori “più tradizionali” degli anni Settanta, al progressivo sviluppo della staged photography e al suo straordinario bestiario, fino a questa ultima immagine, un ibrido di tecniche e concetti che è la somma di tutte le sue forme d’arte.
Con Winter la scultura digitale entra per la prima volta a pieno titolo nel processo creativo dell’artista che aveva già lavorato e sperimentato con altri materiali, dalla resina alla plastica fino alla ceramica. Cambia lo strumento, ma non il concetto che la scultura sia come uno specchio – inconscio ci ricorda la stessa Skoglung – di colui che la crea, frutto del suo relazionarsi con le figure scolpite.

Un applauso a Paci contemporary per aver portato in Italia sia Winter sia Sandy Skoglund che, in un appuntamento a metà tra la conferenza e la lectio magistralis, ci ha raccontato di sé e della propria arte, della sua volontà di superare i confini della fotografia commerciale, portandola proprio nelle gallerie d’arte, di come la sua cifra stilistica sia la serialità, da intendersi come costante dialogo tra somiglianza e differenza.
Con le sue parole la fotografa ha trasportato il pubblico nel suo immaginario, nella sua personale visione del mondo, come palcoscenico, come finzione, offrendo diverse chiavi di lettura, come il gioco dei contrasti (tra l’alto e il basso, inteso spesso nel senso di kitsch o di pop, tra velocità e lentezza, tra uomo e natura e uomo e animale, tra semplice e complesso) che pervade la sua intera produzione e gli stessi metodi di lavoro.

Nell’attesa, personalmente spero non decennale, di un’altra stagione, per scoprire l’universo quasi cinematografico di Sandy Skoglund, sempre sospeso tra verità e finzione, tra razionale e irrazionale, tra “assurdo” e normale” vale davvero la pena di fare tappa a Brescia.

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Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 10/05/2019 al 30/09/2019 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero
Per approfondire: Constructed Realities: The Art of Staged Photography* in inglese; Sandy Skoglund. Magic time; il recentissimo Sandy Skoglund a cura di Germano Celant, in lingua inglese; Focus: Five Women Photographers: Julia Margaret Cameron/Margaret Bourke-White/Flor Garduno/Sandy Skoglund/Lorna Simpson*

Angoli nascosti: Palazzo Tosio (Brescia)

La casa museo dei conti Tosio, oggi sede dell’Ateneo di Brescia, Accademia di scienze lettere ed arti, è uno di quei luoghi che si riescono a visitare quasi sempre per caso, e con una certa dose di fortuna. Quindi, non appena ne ho avuto l’occasione ho deciso di prenotare una visita guidata per scoprire un altro degli angoli se non proprio nascosti, quanto meno poco conosciuti della mia città.
E il percorso attraverso le diverse sale non ha certo deluso le aspettative.
Il palazzo si sviluppa dall’unione di tre diversi edifici, oltre agli spazi delle ex scuderie sul lato est del cortile, e alla forma odierna si è lavorato a lungo, dal primo decennio del 1800 fino ai tardi anni Quaranta dello stesso secolo, per creare quella che nelle intenzioni dei conti Paolo e Paolina doveva essere essere la sede della loro considerevole collezione d’arte, nonché un luogo di incontro del cosiddetto Cenacolo Tosio che riuniva alcuni dei massimi esponenti dell’élite bresciana del periodo.
La facciata e gli esterni in generale onestamente non sono particolarmente spettacolari, ma basta entrare nel portone per scoprire un bell’esempio d’uso di materiali locali, come il marmo di Botticino con cui sono realizzate, ad esempio, la fontana con vasca (opera di Gaetano Monti) e la balaustra o la pietra di Sarnico che riveste l’intero cortile.
Purtroppo oggi quello stesso cortile che, grazie a uno speciale congegno, poteva trasformarsi in un laghetto per le anatra tanto amate dalla contessa, è adibito a parcheggio.

Il piano nobile del palazzo, nell’ala disegnata dal Vantini, contiene ancora alcuni mobili originali, così come qualche opera d’arte, ma sono soprattutto i soffitti e gli affreschi, i dettagli architettonici e gli stucchi a catturare l’attenzione dei visitatori, l’infilata di stanze dal gusto neoclassico in cui si susseguono pareti dai colori pastello e divani in velluto, statue e bassorilievi e preziosi lampadari, testimoni non solo del gusto dei padroni di casa, ma di un’intera epoca.
Un percorso che si snoda dalla galleria iniziale verso la sala ovale, dominata dalla statua in marmo di “Silvia alla fonte” e poi ancora fino al gabinetto ottagonale con i suoi specchi, la galleria delle incisioni (alle cui pareti rimangono sole le iscrizioni con l’indicazione della posizione delle opere) e ancora la cappella, la “saletta bruciata” e l’alcova, via via sino alla conclusione della visita, nella sala da pranzo.

Davvero uno “scrigno in cui l’architettura si fonde perfettamente con le decorazioni e gli arredi” come lo ha definito la stampa, restituito alla città dopo anni di restauri e riallestimenti, da scoprire e ammirare pur se talune delle opere più importanti che ospitava hanno ormai trovato una diversa collocazione.

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Palazzo Tosio
Dove: Via Tosio 12, Brescia
Quando: solo in occasione di aperture straordinarie
Calendario delle visite guidate su prenotazione per il 2019

Installazione: Carme Genesis

Iniziamo dalla sede che ospita Carme Genesis installazione realizzata da Quintessenz, il duo tedesco, formato da Thomas Granseuer e Tomislav Topic. Con grande soddisfazione mi capita sempre più spesso di visitare strutture e luoghi restituiti alla cittadinanza con una destinazione diversa all’insegna dell’arte.
È questo il caso della vecchia chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, oggi sconsacrata e chiamata Sala, che grazie alle sue dimensioni e alla sua configurazione si è trasformata in uno splendido spazio espositivo.
Metallo e legno convivono con mura bianchissime in un recupero ben riuscito che gioca tra antico e moderno in cui gli elementi architettonici sono completamente inglobati nel progetto e contemporaneamente spiccano, aggiungendo punti di frattura nella prospettiva.
La Sala è già uno spettacolo quando è vuota, ma la suggestione è amplificata al massimo da un’installazione in cui colori, materiali e forme richiamano all’antica sacralità, accentuando l’altezza dei soffitti e l’ampio respiro della navata che viene riempita con una cascata verticale di pannelli colorati che riescono ad apparire corporei ed incorporei al tempo stesso. Un gradiente che invita a sollevare gli occhi (e lo spirito) verso l’alto, etereo e costantemente mutevole a seconda dell’effetto della luce che lo colpisce, in quello che alcuni hanno definito come “un ponte tra la terra e il cielo” che si inserisce perfettamente in questa cornice.

Nelle nicchie laterali e nell’ex coro graffi di colore rompono il candore delle pareti, ma l’attenzione è costantemente attratta dalla sovrapposizione dei pannelli, dalla loro costante interazione con la luce, mentre ci si muove quasi attraverso l’opera stessa.
Noi ci siamo goduti l’esperienza probabilmente nella sua dimensione ottimale, circondati dalla musica eppure in silenzio, in totale solitudine, anche se immagino che la presenza del pubblico possa aggiungere anche un’altra dimensione, quella del movimento, all’installazione.
Si esce dalla Sala, per immergersi nelle vie del Carmine, con due certezze, la prima è che quest’opera site-specific del collettivo Quintessenz è una conferma dei motivi della sua crescente notorietà e la seconda è che Brescia si sta aprendo sempre di più all’arte contemporanea.

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Dove: Brescia, Carme – Centro Arti Multiculturali Etnosociale, Via delle Battaglie
Quando: mercoledì – domenica 16.00 alle 20.00, dal 8 febbraio al 3 marzo 2019
Come: ingresso libero
http://www.carmebrescia.it/quintessenz

Mostra – Horst P. Horst: A Legend of Style, Paci contemporary, Brescia

“I don’t think photography has anything remotely to do with the brain. It has to do with eye appeal.” (Horst P. Horst)

Iniziamo subito dal contenitore di questa mostra, la nuova sede bresciana di Paci contemporary, un luogo direi pressoché perfetto per ospitare una mostra fotografica, grazie a un bel restauro che ha saputo mantenere, anzi esaltare, il rigore dell’architettura industriale dello storico birrificio mescolandolo con dettagli di stile davvero unici. Un felice esempio di come gli spazi esistenti possano essere recuperati, trasformati, restituiti alla città.

E la fascinazione continua decisamente all’interno della galleria, tutta dedicata alla fotografia, con la mostra Horst P. Horst: A Legend of Style che celebra una leggenda della fotografia di moda che ne ha rivoluzionato la stessa estetica, con la sua capacità di ritrarre abiti e modelle raccontando al contempo un sogno di bellezza e glamour.
L’uso sapiente della luce, quasi a creare delle sculture sulla pellicola (più di un critico ha parlato di chiari rimandi al classicismo greco, oltre che al surrealismo), con scene coreografate sin nei minimi dettagli e una visione “architettonica” delle singole parti e dell’insieme, oltre che degli arredi di scena, che tradisce i trascorsi del fotografo come assistente di Le Corbusier. Sono le mani, in particolare, a costruire pose senza tempo, algide e al contempo assolutamente fisiche, mentre le modelle diventano icone di una bellezza che il tempo non pare scalfire.


courtesy of Paci contemporary gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)

Per oltre sei decenni, dal 1931, le immagini scattate da Horst hanno occupato le pagine di Vogue contribuendo a definire lo stile inconfondibile della rivista. Stile inconfondibile di cui sulle pareti della galleria possiamo ammirare un assaggio nelle riproduzioni di grande formato, raramente esposte in Italia, in una sequenza che mette in luce la classe del fotografo tanto nell’uso del bianco e nero che del colore.

courtesy of Paci contemporary gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)

Le immagini di Horst di questa temporanea non sono però l’unica ragione per uscire dalle mura cittadine e visitare la galleria ci offre una panoramica davvero interessante su alcuni esponenti di spicco della staged photography in tutte le sue diverse sfumature.
Dalle opere oniriche, quasi autentici dipinti, di Teun Hocks, ai meravigliosi paesaggi artificiali di Sandy Skoglund fino alla particolareggiata ricostruzione di mondi in miniatura della fotografia a installazione di Lori Nix.
E se ancora non fosse sufficiente le scelte dei galleristi ci portano nel magico mondo di Arthur Tress, ma anche nell’ambito della fotografia vista come impegno umanitario con i ritratti ambientali di Phil Borges, senza dimenticare l’originale rivisitazione del tema del ritratto dell’artista di Giuseppe Stampone.
Un’emozione diversa in ogni sala.

Piè di pagina
Dove: Brescia, Paci contemporary, Via Borgo Pietro Wuhrer 53
Quando: dal 15 dicembre 2018 negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero
Catalogo a cura di Paci contemporary per i tipi di Silvana Editoriale S.p.A.
Per approfondire: Horst. Photographer of style (in lingua inglese), Horst: Sixty Years of Photography (in lingua inglese)

Vivere Brescia #3

La città si veste a festa nel mese di dicembre e nell’attesa di salutare il nuovo anno ecco qualche proposta per (ri)scoprire il patrimonio bresciano e per vivere la città all’insegna di “tutta la bellezza che c’è” nel miglior stile di #indirezionenoncasuale

Dal 16/12/2018 al 30/12/2018

Horst P. Horst: “A Legend of Style”
La nuova sede espositiva di Paci contemporary, che va ad animare quel Borgo Wuhrer che ha ridefinito il contesto urbano di Brescia, apre i battenti con una mostra dedicata a Horst P. Horst, fotografo icona dello stile a cui si devono innumerevoli immagini sulla pagine patinate di Vogue.
Grazie a questo omaggio a tutto tondo i visitatori potranno ammirare la maestria del fotografo nell’uso delle luci, della forma e dello spazio.
Ma le fotografie di Horst P. Horst sono solo uno dei motivi per visitare la galleria che offre un generoso assaggio della cosiddetta staged photography in tutte le sue diverse manifestazioni (qualche nome su tutti: Teun Hocks, Lori Nix, Sandy Skoglund) e la possibilità di scoprire la tecnica del gellage con i lavori del suo inventore, Michal Macku.

Categoria: Fotografia
Dove: Paci contemporary gallery, Via Borgo Pietro Wuhrer 53 – Borgo Wuhrer
Quando: dal 15 dicembre 2018
Cosa: Mostra temporanea
http://www.pacicontemporary.com/www/it/mostra/brescia
Ingresso libero negli orari di apertura della galleria

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Civici musei di Brescia
Straordinaria apertura gratuita dal 24 al 31 dicembre nei civici musei di Brescia. Il Museo di Santa Giulia, la Pinacoteca Tosio Martinengo, il Parco Archeologico di Brescia Romana e il Museo delle Armi Luigi Marzoli in Castello, fresco di ristrutturazione, aprono le porte ai cittadini e ai turisti con una serie di appuntamenti e laboratori per adulti e bambini.

Categoria: Eventi
Dove: varie sedi
Quando: dal 24 dicembre al 31 dicembre 2018
Cosa: ingresso gratuito ai musei, visite guidate e laboratori a pagamento
Programma completo
http://www.bresciamusei.com/

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Fotografare l’arte
Una riflessione sulle molteplici figure dell’artista, viste attraverso le lenti di fotografi che diventano testimoni di un’epoca e delle stesse espressioni artistiche che costituiscono l’oggetto delle loro fotografie. Come scrivono i curatori l’esposizione si pone e propone come una “una proposta di lettura, costruita su esempi e suggestioni, di diversi momenti di incontro e di dialogo tra la fotografia italiana e il mondo dell’arte, e delle riflessioni sui propri rispettivi linguaggi che ne sono scaturite”.

Categoria: Fotografia
Dove: Macof – Centro della fotografia italiana, Via Moretto 78
Quando: dal 10 novembre 2018 al 13 gennaio 2019, da martedì a domenica 15:00 – 19:00
Cosa: Mostra temporanea
http://www.macof.it/fotografare-larte/
Ingresso libero negli orari di apertura del centro

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2512X
Arriva a Brescia 2512X: l’offerta di Natale per condividere la città in festa con musica, spettacoli, teatro di strada, eventi per bambini, letture, flash mob e mercatini artigianali.
Perché 2512X? 2512 è il numero che suggerisce subito la data del Natale, ma anche il CAP della città, un’unione unica e originale tra Brescia e la festa più amata dell’anno.

Categoria: Eventi
Dove: varie sedi
Quando: dal 24 novembre 2018 al 6 gennaio 2019, da martedì a domenica 15:00 – 19:00
Cosa: Esibizioni, narrazioni, musica, mostra-mercato, visite guidate
Programma completo 

Angoli nascosti: Sala dei Cavalieri (Brescia)

Ci sono angoli nascosti in ogni città, che nemmeno chi vi è nato e cresciuto spesso conosce, per mille diversi motivi.
A Brescia è il caso della Sala dei Cavalieri, a Palazzo Broletto, in quelle che oggi sono le soffitte del lato sud di un luogo storicamente centro del potere cittadino, sede del Podestà e del Consiglio generale.
Riscoperto quasi per caso intorno al 1945 l’imponente affresco, della lunghezza di circa 50 metri e alto approssimativamente 9 metri, decorava in origine l’antico salone dal soffitto interamente ligneo del palazzo, prima della sua trasformazione seicentesca e, soprattutto, prima che una mano di calce e gli scaffali dell’Archivio Storico Civico lo nascondessero completamente.

Salendo la scala a chiocciola in pietra ci si muove a ritroso nel tempo, per ritornare a quello che era un salone unico, luminoso grazie alle polifore e bifore che si aprivano sulle sue pareri, adornato dal più lungo affresco in Italia a tema profano risalente al 1270 – 1280.
La decorazione rappresenta uno splendido esempio della pittura infamante  o pittura d’infamia che nel Medioevo rappresentava un’autentica pena, una sorta di strumento punitivo per i “fuorilegge”, destinata a raffigurare, dileggiandolo a futura e perenne memoria, chi aveva cospirato o agito contro il Governo del Popolo.

La lettura del racconto per immagini che corre lungo due muri inizia dal lato opposto a quello della porta d’ingresso, con una processione di cavalieri ghibellini, come mostrano le insegne, incatenati e dolenti, cacciati da Brescia – simboleggiata da una delle sue porte – come traditori. I protagonisti sono ritratti, per la maggior parte, in atteggiamento dolente per l’espressione del viso, la testa inclinata poggiata sulla mano (nell’iconografia medievale da leggere come un segno espressivo del  dolore), incatenati uno all’altro. Ogni cavaliere ha dietro la testa una sorta di borsa nera in cui molti storici hanno voluto interpretare come la rappresentazione della sua colpa e del suo crimine, ossia l’attaccamento al denaro e il conseguente uso della politica per i suoi interessi. La fascia del dipinto inferiore ritrae il mondo, più scomposto, arrogante e volgare degli scudieri che accompagnano gli esponenti della nobiltà cittadina nella loro disonorevole sfilata. Restano poche tracce dell’iscrizione, inserita successivamente, che correva sopra i cavalieri, indicando i nomi dei personaggi rappresentati per garantirne la riconoscibilità, in quella che si può considerare come una trascrizione per immagini delle identità delle persone bandite, raccolte successivamente in un registro a partire dal 1280.

Sul lato in cui si apre la porta d’ingresso le pitture infamanti si interrompono, per lasciare spazio a una finalità ben diversa per la forza comunicativa delle immagini: dopo l’infamia, la celebrazione, l’esaltazione della presa del potere signorile.
Quella che inizialmente doveva essere una zona vuota, tra due cornici, è stata successivamente riempita con un l’affresco che illustra la pace di Berardo Maggi (25 marzo 1298) con cui si pose fine alle lotte tra la fazione guelfa e quella ghibellina e che segnò l’inizio della signoria del presule in città.

Piè di pagina
Sala dei Cavalieri
Dove: Palazzo Broletto, Brescia
Quando: solo in occasione di aperture straordinarie
Letture per approfondire: https://u-pad.unimc.it/retrieve/handle/11393/41485/939/026_045_storia%20nella%20pittura.pdf, http://www.academia.edu/23233229/_Prime_pitture_d_infamia_nei_Comuni_italiani_immagini_come_documenti_immagini_come_fatti, http://www.ateneo.brescia.it/controlpanel/uploads/altre-pubblicazioni/A-I-09%20Milani.pdf