Festival della Fotografia Etica 2021

Tanto bianco e nero, tanti scatti che vivono di contrasti.

Dodicesima edizione, e quarta per il collettivo indirezionenoncasuale, del Festival della Fotografia Etica di Lodi che ospita quest’anno 20 mostre e che porta i visitatori nei luoghi simbolo del festival, ma anche nei giardini pubblici e nei cortili.
Come di consueto accanto al festival si svolge FFE-OFF, un circuito che, come già accaduto in passato, ci ha regalato qualche sorpresa.
Ancora una volta ho scelto di raccontare le mille facce di questa manifestazione scegliendo i momenti, gli scatti, le mostre che più mi hanno che mi hanno stupito, affascinato, fatto riflettere, emozionato…

Due considerazioni iniziali.
La prima è che guardare le fotografie di Mattia Marzorati ne “La terra dei buchi”, progetto tra i vincitori dell’Open Call Reset 2021, categoria Call for Pictures, è stato particolarmente difficile.
Non perché ignorassi la situazione ambientale in cui versa la mia città, né perché io abbia scelto di filtrare la realtà che mi circonda, che vivo tramite l’aria che respiro, indossando degli occhiali rosa, ma perché gli scatti sono autentiche pietre, più delle mille parole che leggiamo sui giornali, mostrano le ferite del territorio, lasciano intravedere il futuro di una città che molto ha sacrificato sull’altare della cosiddetta crescita economica.
La seconda è che, nel complesso, questa edizione non mi ha entusiasmato, non ho trovato quell’effetto “wow” che, in un certo senso, ormai mi aspettavo e non ho completamente compreso, né condiviso, la scelta di premiare lo stesso fotografo nelle categorie Master e Short Story del World Report Award, così come non mi ha convinto la fotografia vincitrice della sezione Single Shot, uno scatto senz’altro tenero, ma direi “già visto”, non particolarmente originale per tema o composizione.

Sicuramente uno dei reportage che più mi ha colpito è The new name of death realizzato da Farshid Tighehsaz e che, penso, avrebbe meritato il primo posto nella categoria Master per la poesia e lo sguardo con cui racconta la pandemia in Iran, riuscendo a trasmettere in modo convincente, quasi fisico, il senso di perdita, di incertezza e di isolamento, grazie a “un’esplorazione profonda di quegli aspetti della realtà che sono completamente scomparsi nella cronaca giornalistica”.
Piccole storie quotidiane narrate in bianco e nero, attraverso gli sguardi, i gesti, una sensazione di assenza palpabile per degli scatti che fanno riflettere e che si concentrano su un paese di cui si parla troppo spesso solo in termini della sua situazione politica.

Torna Jasper Doest che dopo essere stato protagonista nel 2020 con il suo Flamingo Bob in cui raccontava le avventure del fenicottero Bob, il pennuto divenuto simbolo di un ente benefico per la conservazione della fauna selvatica sull’isola di Curaçao, passa a un soggetto, sempre alato, probabilmente molto meno nobile, almeno nell’immaginario collettivo, del suo illustre predecessore, il piccione.
Ancora una volta il fotografo si rivela maestro dello storytelling, miscelando diversi linguaggi narrativi per far vivere al pubblico una storia d’amore inconsueta all’epoca della pandemia, tra la sua famiglia e una coppia di piccioni selvatici – che poi forse così selvatici non sono.
La doverosa premessa è che uno dei componenti del collettivo ha un autentico terrore di colombi e piccioni, così come dei pavoni e delle galline, quindi l’impatto iniziale è stato qualcosa del tipo “Non posso guardarle queste foto”, ma il talento di Doest e la sua immancabile ironia sono riusciti a rendere l’esperienza assolutamente piacevole.

Per il secondo anno consecutivo, sulle pagine di questo blog, una menzione speciale spetta all’intera sezione “Uno sguardo sul nuovo mondo” che racconta i molteplici aspetti della storia recente, in giro per il mondo, attraverso gli occhi e le lenti di diversi fotografi di AFP (Agence France Presse), “un’area espositiva per conoscere la realtà, per comprenderla e cambiarla” nelle intenzioni degli organizzatori.
Fotografie per riflettere, fotografie per non dimenticare.
In questa edizione si passa dalla democrazia in bilico negli Stati Uniti (con alcune delle immagini che credo abbiano portato un’America diversa nelle nostre case) alla Siria, piagata da 10 anni di conflitto armato. Alcuni degli scatti di questa sezione, realizzati da fotografi inizialmente non professionisti, fanno emergere tutto il contrasto di un’esistenza sempre sospesa tra paura e voglia di normalità.

E proprio il contrasto, la giustapposizione tra ordinario e straordinario, sembra essere una delle chiavi di lettura di questo festival.
Alcune delle immagini che mi hanno più colpito sono proprio il frutto di due universi che collidono, una ragazza che festeggia la sua quinceañera tutta agghindata di fronte al muro tra Stati Uniti e Messico, una foto di una foto in cui il passato con le sue bellezze architettoniche è andato perduto per sempre, un giovane su un hoverboard di fronte allo scheletro di un edificio, in stato di abbandono, un paio di scarpette rosse luccicanti abbandonate nel delta dell’Arkansas probabilmente da una Dorothy che non vedeva l’ora di fuggire da un luogo senza più futuro.

Per finire del circuito OFF ho apprezzato particolarmente la mostra di Stefano Fristachi, che rilegge la comunicazione pubblicitaria tradizionale, fatta di manifesti incollati per le strade, a fronte dello scorrere del tempo.
Nella nostra nuova realtà “digitale” progressivamente i cartelloni hanno perso di rilevanza, lasciando solo tracce, residui, frammenti di carta strappati. Un punto di vista interessante per una serie di scatti in cui è la decadenza a essere protagonista.

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Dove: Lodi, sedi varie
Quando: il fine settimana fino al 24 ottobre, dalle 9.30 alle 20. Tutte le mostre esterne sono prive di illuminazione artificiale.
Come: biglietto intero 15 euro (+ 1 euro di commissione) acquistabile online. Ogni weekend sarà comunque possibile acquistare il biglietto anche in biglietteria al costo di 19€.

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