In conversazione con Gianluca Vanoglio.

Una premessa: al collettivo indirezionenoncasuale è bastata una sola opera, non certo al centro della scena, per restare affascinati dalla ricerca artistica, dallo stile di Gianluca Vanoglio.
Ma iniziamo dal principio. L’occasione di questa scoperta è stata il progetto Caminòm che ha aperto le porte di numerosi studi d’artista a Brescia. Vanoglio, ospite di Camilla Rossi, esponeva un quadro, una sorta di amouse-bouche, un’anteprima di quello che il pubblico avrebbe potuto scoprire il giorno successivo, spostandosi dal centro. Un allontanamento dai percorsi più battuti che, credeteci, valeva davvero la pena.
Oggi, nell’attesa dell’inaugurazione della sua personale, Es, a cura dell’associazione U.C.A.I Sez. Brescia e dell’Associazione per l’arte Le Stelle, nella chiesa di San Zenone all’Arco, abbiamo dato la parola a Gianluca.

D. “La pittura è per me una catarsi, un processo nel quale i conflitti interiori vengono spostati in superficie, dall’inconscio alla coscienza”. Vogliamo partire da qui, da questa tua frase. Ci pare di intuire che per te la pittura sia una sorta di necessità, un percorso più che un atto, che nasce molto prima della sua manifestazione fisica, sulla tela. Uno spostamento su un altro piano, se vogliamo. È da qui che nasce il titolo della mostra, Es, con quel richiamo a un “esso”, alle teorie psicanalitiche, a una riserva individuale di energia psichica?

Luce e ombra, presenza e assenza, vita e morte: questi gli aspetti su cui preferisco indirizzare la mia attenzione.
La personalità, ciò che siamo, come elemento primario ed essenziale rispetto a ciò che abbiamo e rappresentiamo. L’individuo come somma di sogni e desideri ma anche di ricordi, controversie e processi interiori.
Il mio lavoro racconta la realtà intesa come percezione del mondo, passando dal reale-visto al reale-sentito, attraverso una dimensione onirica di esperienze, stati d’animo ed immagini.
Oltre la realtà esterna esiste quella interiore, un oscuro mondo di emozioni spesso incontrollabili in cui convivono irrazionalità e caos: l’ombra junghiana come fonte delle energie creative e al tempo stesso distruttive dell’essere umano, l’es freudiano come insieme di istinti e riserva di energia psichica. Così come la formazione della personalità è un percorso, allo stesso modo l’arte è un processo creativo che necessita di una discesa dentro se stessi prima della salita.
Parafrasando Schopenauer l’essenziale è in noi stessi, tutto ciò che viene dall’esterno è un flusso mediato.
In quest’ottica credo che l’arte sia si una necessità: una sorta di cerimonia di purificazione che diventa rituale. Prigionieri di un mondo da noi stessi creato che ci consuma l’anima, l’arte ci ricorda che ne abbiamo una.

D. Visitando il tuo studio e sfogliando il catalogo della mostra si nota immediatamente un lavoro per cicli, per serie concettuali aperte su cui torni a più riprese, seppure in nuove forme, a cui rimandi e rispondi all’interno della tua produzione artistica. Ci puoi raccontare come nascono questi cicli e i loro titoli?

Così come nella mia tavolozza ci sono delle cromie dominanti e ricorrenti così pure i miei lavori ruotano attorno a dinamiche che assumono la connotazione seriale.
Sono molto affascinato dalla psiche umana e da quel lato oscuro non riconducibile ad uno schema razionale e che può metterci in contatto con noi stessi. Oppure aspetti della vita che mi fanno riflettere e su cui decido di indagare. Inconscio collettivo, dogma sociale e religioso, indottrinamento e forme di controllo. L’uomo si trova nella difficile situazione in cui si configura una lotta più che una sfida, per riuscire a mantenere salda l’immagine della propria identità.
In che modo è possibile? Come riuscire a mantenere saldo il senso di sé quando la velocità genera soltanto dubbi e il caos confusione? Questi sono gli interrogativi alla base del mio lavoro il cui denominatore comune è la conoscenza di sé, la coscienza.
Nella serie Irin ho indagato sulla destrutturazione come possibilità per una nuova vita e come l’unione con “l’altro” possa diventare nuova energia perché essere è diversità.
Nella serie Sindone la traccia, simbolo dell’individuo, necessita di essere vista per esistere, la memoria ed il ricordo diventano fondamenta identitaria.
Gli Archetipi sono trasfigurazioni della irrazionalità, immagini zoomorfe che rimandano a qualcosa di atavico, un mondo dominato da forze misteriose ed incontrollabili che prendono l’aspetto di mostri oppure di figure multiformi come nella serie Polimorphia, in cui le immagini sono rivelazione della condizione umana. Dove le innumerevoli e potenziali forme che l’uomo può assumere lo possono portare a trovare la propria identità oppure a perdersi nel caos dei ruoli diventando creatura enigmatica, alienata e consumata dal suo stesso vivere.

D. In una panoramica della tua evoluzione stilistica, di lavoro sulla materia, come mezzo espressivo, ti abbiamo visto muoverti dagli olii su tela di grande formato per approdare alla tecnica mista su carta di medio formato e ai pastelli e carbone, sempre su carta, anche in piccolo formato. E siamo rimasti molto colpiti dal processo con cui stai creando le tue ultime opere, che introduce un elemento di casualità, di imprevedibilità, che sembra contraddire la serialità del soggetto. Puoi spiegarci come sei arrivato a questo punto? E quale tecnica, quale materiale corrisponde meglio al tuo “qui e adesso”?

Il mio essere autodidatta mi ha portato necessariamente alla sperimentazione attraverso varie tecniche e materiali. Anche lo scambio culturale con altri artisti ha contaminato il mio lavoro: qualche anno fa ho avuto il piacere di conoscere Camilla Rossi e la sua passione per l’astratto e la carta.
Ho trovato questo materiale molto interessante ed ho deciso di utilizzarlo come nuova base per i miei lavori a tecnica mista in cui un importante elemento è la presenza della macchia. È un elemento irrazionale che suscita nello spettatore reazioni diverse, credo dipenda dal proprio background, come nel caso delle macchie di Rorschach.
Il protagonista della scena resta l’uomo ed il mistero ma cambia il modo di percepirlo: credo di muovermi verso una forma di astrattismo frutto di una lotta incessante tra caos e ragione, tra caso e giudizio critico.
Gli inchiostri e le macchie simboleggiano l’inconscio, o forse ne sono il frutto, la carta come pelle rappresenta la coscienza, la consapevolezza di sé.
Il caso a volte può dare un segno più simile all’immagine mentale anche se è poi il senso critico a decifrare l’enigma.

D. Tornando alle opere esposte, ma anche alle tue Happy Face, non possiamo non interrogarci sulla scelta di “ridurre” l’essere umano al solo volto.

Non credo si tratti di una riduzione quanto piuttosto di una sorta di enfleurage.
Esiste un mondo sotterraneo che convive con la parte chiara della nostra mente, un’entità autonoma che vive, pensa, ricorda. Il volto diventa un medium fra reale ed incognito, una rappresentazione dell’Io, uno strumento attraverso il quale la natura di ciascuno si rivela o si nasconde.
Volto sta per rivolto, girato: la rappresentazione del volto è così l’arte di svelare ciò che è girato, voltato, e che al tempo stesso svanisce perché fugace, effimero, inafferrabile.
“Si può quindi dire che il volto non è visto: è ciò che non può diventare un contenuto afferrabile dal pensiero. Il volto significa l’Infinito” (Emmanuel Lévinas).
Nelle Happy Face ho scelto il piccolo formato per creare un rapporto più semplice ed intimo con il fruitore, forse meno appariscente ed immediato, ma ugualmente introspettivo. Con una vena di ironia e di provocazione che non guasta mai.

D. Per finire, un’ultima domanda. “Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo” hai detto a Silvia Casagrande che ha curato il testo critico a corredo della mostra. Ti sei trovato? E ciò che hai trovato dove porterà la tua ricerca artistica?

Trovarsi potrebbe essere pericoloso: potrebbe significare definirsi, fermarsi.
Preferisco pensare alla vita come ad un cammino dove il cambiamento sia protagonista.
Posso dire che la consapevolezza dell’esistenza di una natura sotterranea mi ha reso più “allineato” e non sento più di dover lottare per dare un significato alla mia arte.
Sabato 20 novembre inaugurerò la mia personale “Es” che corrisponde a dove e adesso. Per il futuro si vedrà, mi piacerebbe riprendere in mano la macchina fotografica e provare nuove sperimentazioni.

Es. Dal 20 novembre al 5 dicembre 2021, San Zenone all’Arco, Brescia.

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