Mostra – MAX BI e la sua giungla tornano in mostra da Colossi Arte Contemporanea

“Welcome to the (urban) jungle” questo potrebbe essere il sottotitolo della mostra Urban Animals – una giungla coloratissima, pop, surreale e giocosa, mai banale, quella immaginata e realizzata da Max Bi, quasi una serie di graffiti su tela di grandi dimensioni che potrebbe tranquillamente trovare spazio sui muri della nostra città…”

Così scrivevo sul blog il 12 giugno 2020 in occasione della personale di Max Bi ospitata nello spazio virtuale della galleria Colossi, oggi quindi potrei esordire dicendo “Welcome again to the (urban) jungle”.

Nobless a cat (2020)

Ancora una volta, nelle opere esposte, che si inseriscono in una fase del suo percorso che l’artista definisce post-street, il grande assente è l’essere umano, sostituito da animali che si sono urbanizzati e a tratti umanizzati, restando però capaci (forse proprio perché sono spariti uomini e donne) di convivere nei medesimi spazi, di condividere i medesimi luoghi superando i classici stereotipi del “gatto che caccia il topo”.
I piani di lettura sono diversi, molteplici, complessi, tanto quanto sono articolati lo sguardo dell’artista sulla società e le modalità con cui coniuga i suoi linguaggi espressivi.

Prevalgono, anche nelle opere di dimensioni più contenute rispetto a quelle a cui ci ha recentemente abituato, i colori accesi, le pennellate decise, la stratificazione dei segni, le atmosfere pop e una sottile ironia, spesso tutta da decifrare, con cui Max Bi risponde agli stimoli del mondo che lo circonda, incorporandoli nei suoi quadri.
Così come restano da decifrare le diverse scritte, solo all’apparenza casuali e insignificanti che compaiono a più riprese e che sono espressione in lettere delle sensazioni dell’artista, non immediatamente intelligibili, anzi spesso criptiche perché non si conosce il diagramma, la chiave per decifrarle. Un’evoluzione, insomma, delle crittografie con cui Max Bi si è a lungo cimentato.

Giraffe’s Mumy (2019)

Dicevamo dell’esplosione di colori, sicuramente il primo aspetto che colpisce il pubblico e che rende le opere di Max Bi decisamente riconoscibili, ma guardando più attentamente potremo riconoscere alcuni altri elementi ricorrenti, da un lato le sbarre e dall’altro palme, macchinine e pesciolini.
Le prime, per cui mi sono spesso chiesta se servano più a trattenere all’interno che a tenere fuori, rappresentano una sorta di prosecuzione del percorso artistico di Max Bi, dalle grate che imprigionavano i suoi personaggi dei fumetti, relegandoli in secondo piano, nel ciclo di tele realizzate nel biennio 2017-2018, alla loro evoluzione in 3D, le sbarre ritorte, create con un processo di piegatura a caldo del ferro.
I secondi sono un tocco altrettanto personale, ma forse più intimo, perché rimandano direttamente all’infanzia dell’artista, ai suoi primi disegni, a quei soggetti che ritornavano, più e più volte, sui fogli di carta, proprio come oggi ritornano più e più volte, quasi come una firma, nei suoi quadri.

Una mostra quella in Corsia del Gambero ricca di suggestioni da cui si esce con gli occhi colmi di meraviglia e, mi raccomando, se avrete il piacere di incontrare Max Bi (e non solo il suo autoritratto) chiedetegli di spiegarvi il significato delle tre capre “francesi”. Vi conquisterà, da grande narratore qual è, non solo con il pennello.

Autoritratto (2019)

Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: fino al 13 novembre, negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero

Christian Floquet e il suo “coup d’œil”

Conosco Christian Floquet in tante diverse vesti. La prima è sicuramente come traduttore da molti anni, la seconda, ormai da qualche anno, come collega all’università, la terza, senz’altro più recente, come fotografo. In occasione della sua personale allo Spazio RT gli ho chiesto di sedersi con me e di rispondere a qualche curiosità sulla sua passione, su come nascono i suoi scatti, sulle “assenze” che popolano questa mostra.

D. Nella tua conversazione con Elisabetta Longari, curatrice della tua mostra Coup d’œil che apre i battenti a Milano, racconti delle prime foto che hai scattato a Parigi, ancora bambino, poi di quelle in Africa e ancora in giro per il mondo. All’inizio, mi sembra di capire, ti concentravi soprattutto sui paesaggi, le tue, insomma, erano delle “foto di viaggio”. Quando, se c’è stato un momento preciso, e perché hai deciso di fissare il tuo sguardo e l’obiettivo sui particolari architettonici, urbanistici forse più che urbani, togliendo quasi ogni sfondo, privando, in un certo senso gli edifici e le strutture del loro contesto più ampio, di una loro specifica collocazione che permettesse al pubblico, se vogliamo, di riconoscerne l’indirizzo.

A Parigi nella seconda metà degli anni Ottanta. La città era tutto un cantiere di grandi opere durante la presidenza di François Mitterrand; tanto per citarne tre: la Grande Arche de la Défense, il Musée d’Orsay e la Pyramide du Louvre. Sempre a metà degli anni Ottanta sono tornato a Buenos Aires e ho visto una città in piena evoluzione dal punto di vista architettonico e anche lì devo dire che mi sono molto divertito a fotografare le architetture.
In quanto al perché della scelta dei particolari forse la voglia di approfondire, la ricerca del dettaglio che sfugge all’osservatore distratto. O anche perché la foto del monumento celebre la fanno tutti e la trovo in cartolina, probabilmente più bella di quella che farei io, ma la foto del dettaglio di quel monumento saremo in pochi a farla, penso.

D: Vista la tua passione per l’andare a zonzo (traduzione, che non mi ha mai completamente convinto, dell’atteggiamento del flâneur baudleriano) con la macchina fotografica a portata di mano, mi chiedo quanta preparazione, quante ore di studio a tavolino si nascondano dietro gli scatti. Oppure se si tratti davvero, come lascerebbe intendere il titolo della mostra, di immagini che riflettono un colpo d’occhio in un certo senso imprevisto, casuale, che fissano un istante senza, diciamo, alcun tipo di premeditazione.

Se premeditazione c’è, a volte, è soltanto sul luogo dove andare a fare le fotografie. Poi una volta lì cerco, guardo, osservo e poi se c’è il coup d’œil allora scatta anche il pulsante della macchina fotografica.

D. In ogni fotografia c’è poco o tanto di chi l’ha scattata. Cosa dice di te la scelta, immagino molto ponderata, comunque insistita, di eliminare la presenza fisica dell’essere umano (tutt’al più ripreso a sua volta mentre scatta) quando i soggetti sono proprio opere che rappresentano il frutto di questa presenza umana sulla terra?

Credo che dica che sono timido (sto migliorando però) e discreto, quindi non mi va di impormi agli altri con la presenza, spesso ingombrante, della mia macchina fotografica. Se guardiamo le poche foto nelle quali ci sono delle persone, queste sono ritratte di profilo mentre sono intente a fare altro, o di spalle, mentre si allontanano. Però ogni tanto qualche ritratto lo faccio e mi dicono che sono belli.

D. Continuando a parlare di assenza, mi incuriosisce il fatto che le fotografie non abbiano un titolo che le renda maggiormente distinguibili.

È una scelta fatta con Elisabetta Longari, ma mi sono ispirato anche a tanti grandi fotografi che spesso non danno un titolo alle fotografie, ma citano solo il luogo e l’anno.
Nel 2019, in un incontro intitolato “Fotografia e traduzione”, a cura di Franca Cavagnoli, anche Ferdinando Scianna aveva detto che dare un titolo a una fotografia è inutile. Qualche volta do un sottotitolo. Penso che continuerò a non dar loro dei titoli.

D. Come ultima domanda pensavo di chiederti quale scatto, se dovessi ripeterlo, realizzeresti in modo diverso e quale invece preferisci, ovviamente dopo averti rivelato il mio. Il problema è che non riesco a scegliere tre lo scampolo di cielo che si intravede nella foto del 2016 a Londra e la serie di colonne rosse a Milano che mi hanno ricordato l’infinita processione, in chiave meneghina, di tori del Fushimi Inari, tanto per tornare sul tema del viaggio. Ad ogni modo quali fotografie vuoi raccontarci?

Non mi piace ripetere uno scatto, anche perché non potrà mai essere uguale all’altro (la luce, le condizioni climatiche, il mio stato d’animo, non saranno mai gli stessi).
A proposito di non dare un titolo, di Londra 2016 ce ne sono tre! Ma ho capito a quale ti riferisci.

Non ho una foto preferita, sarebbe come chiedere a un padre qual è il figlio prediletto, tuttavia se dovessi indicarne un paio di quelle sul catalogo direi la famiglia nel tempio di Ryoan-ji a Kyoto perché è rara (appunto per la presenza umana); poi quella di Quino, il mio Labrador, in mezzo ai CD sparsi sul pavimento, perché nonostante sembri stata composta, è in realtà un’istantanea, appunto un coup d’œil; last but not least quella dell’immobile taggato a Milano perché più la guardo, più scopro dettagli, e anche per il gioco di luci e ombre, che fanno da contraltare ai tag.
Come vedi ho scelto tre foto in bianco e nero, e tutte e tre “contestualizzate”. Niente dettagli di architettura, niente colori.

Per scoprire tutti i 35 scatti, compreso quello di Quino, che ho appositamente scelto di non pubblicare, perché va visto di persona, avvicinandosi per guardarne il protagonista negli occhi, non mi resta che ricordare che la mostra resterà aperta fino al prossimo 6 novembre.

Piè di pagina
Dove: Milano, Spazio RT, Via Fatebenefratelli 34
Quando: fino al 6 novembre, da martedì a sabato dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 15:00 alle 19:00, il lunedì dalle 15:00 alle 19:00
Come: ingresso gratuito

Festival della Fotografia Etica 2021

Tanto bianco e nero, tanti scatti che vivono di contrasti.

Dodicesima edizione, e quarta per il collettivo indirezionenoncasuale, del Festival della Fotografia Etica di Lodi che ospita quest’anno 20 mostre e che porta i visitatori nei luoghi simbolo del festival, ma anche nei giardini pubblici e nei cortili.
Come di consueto accanto al festival si svolge FFE-OFF, un circuito che, come già accaduto in passato, ci ha regalato qualche sorpresa.
Ancora una volta ho scelto di raccontare le mille facce di questa manifestazione scegliendo i momenti, gli scatti, le mostre che più mi hanno che mi hanno stupito, affascinato, fatto riflettere, emozionato…

Due considerazioni iniziali.
La prima è che guardare le fotografie di Mattia Marzorati ne “La terra dei buchi”, progetto tra i vincitori dell’Open Call Reset 2021, categoria Call for Pictures, è stato particolarmente difficile.
Non perché ignorassi la situazione ambientale in cui versa la mia città, né perché io abbia scelto di filtrare la realtà che mi circonda, che vivo tramite l’aria che respiro, indossando degli occhiali rosa, ma perché gli scatti sono autentiche pietre, più delle mille parole che leggiamo sui giornali, mostrano le ferite del territorio, lasciano intravedere il futuro di una città che molto ha sacrificato sull’altare della cosiddetta crescita economica.
La seconda è che, nel complesso, questa edizione non mi ha entusiasmato, non ho trovato quell’effetto “wow” che, in un certo senso, ormai mi aspettavo e non ho completamente compreso, né condiviso, la scelta di premiare lo stesso fotografo nelle categorie Master e Short Story del World Report Award, così come non mi ha convinto la fotografia vincitrice della sezione Single Shot, uno scatto senz’altro tenero, ma direi “già visto”, non particolarmente originale per tema o composizione.

Sicuramente uno dei reportage che più mi ha colpito è The new name of death realizzato da Farshid Tighehsaz e che, penso, avrebbe meritato il primo posto nella categoria Master per la poesia e lo sguardo con cui racconta la pandemia in Iran, riuscendo a trasmettere in modo convincente, quasi fisico, il senso di perdita, di incertezza e di isolamento, grazie a “un’esplorazione profonda di quegli aspetti della realtà che sono completamente scomparsi nella cronaca giornalistica”.
Piccole storie quotidiane narrate in bianco e nero, attraverso gli sguardi, i gesti, una sensazione di assenza palpabile per degli scatti che fanno riflettere e che si concentrano su un paese di cui si parla troppo spesso solo in termini della sua situazione politica.

Torna Jasper Doest che dopo essere stato protagonista nel 2020 con il suo Flamingo Bob in cui raccontava le avventure del fenicottero Bob, il pennuto divenuto simbolo di un ente benefico per la conservazione della fauna selvatica sull’isola di Curaçao, passa a un soggetto, sempre alato, probabilmente molto meno nobile, almeno nell’immaginario collettivo, del suo illustre predecessore, il piccione.
Ancora una volta il fotografo si rivela maestro dello storytelling, miscelando diversi linguaggi narrativi per far vivere al pubblico una storia d’amore inconsueta all’epoca della pandemia, tra la sua famiglia e una coppia di piccioni selvatici – che poi forse così selvatici non sono.
La doverosa premessa è che uno dei componenti del collettivo ha un autentico terrore di colombi e piccioni, così come dei pavoni e delle galline, quindi l’impatto iniziale è stato qualcosa del tipo “Non posso guardarle queste foto”, ma il talento di Doest e la sua immancabile ironia sono riusciti a rendere l’esperienza assolutamente piacevole.

Per il secondo anno consecutivo, sulle pagine di questo blog, una menzione speciale spetta all’intera sezione “Uno sguardo sul nuovo mondo” che racconta i molteplici aspetti della storia recente, in giro per il mondo, attraverso gli occhi e le lenti di diversi fotografi di AFP (Agence France Presse), “un’area espositiva per conoscere la realtà, per comprenderla e cambiarla” nelle intenzioni degli organizzatori.
Fotografie per riflettere, fotografie per non dimenticare.
In questa edizione si passa dalla democrazia in bilico negli Stati Uniti (con alcune delle immagini che credo abbiano portato un’America diversa nelle nostre case) alla Siria, piagata da 10 anni di conflitto armato. Alcuni degli scatti di questa sezione, realizzati da fotografi inizialmente non professionisti, fanno emergere tutto il contrasto di un’esistenza sempre sospesa tra paura e voglia di normalità.

E proprio il contrasto, la giustapposizione tra ordinario e straordinario, sembra essere una delle chiavi di lettura di questo festival.
Alcune delle immagini che mi hanno più colpito sono proprio il frutto di due universi che collidono, una ragazza che festeggia la sua quinceañera tutta agghindata di fronte al muro tra Stati Uniti e Messico, una foto di una foto in cui il passato con le sue bellezze architettoniche è andato perduto per sempre, un giovane su un hoverboard di fronte allo scheletro di un edificio, in stato di abbandono, un paio di scarpette rosse luccicanti abbandonate nel delta dell’Arkansas probabilmente da una Dorothy che non vedeva l’ora di fuggire da un luogo senza più futuro.

Per finire del circuito OFF ho apprezzato particolarmente la mostra di Stefano Fristachi, che rilegge la comunicazione pubblicitaria tradizionale, fatta di manifesti incollati per le strade, a fronte dello scorrere del tempo.
Nella nostra nuova realtà “digitale” progressivamente i cartelloni hanno perso di rilevanza, lasciando solo tracce, residui, frammenti di carta strappati. Un punto di vista interessante per una serie di scatti in cui è la decadenza a essere protagonista.

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Dove: Lodi, sedi varie
Quando: il fine settimana fino al 24 ottobre, dalle 9.30 alle 20. Tutte le mostre esterne sono prive di illuminazione artificiale.
Come: biglietto intero 15 euro (+ 1 euro di commissione) acquistabile online. Ogni weekend sarà comunque possibile acquistare il biglietto anche in biglietteria al costo di 19€.

ImageNation Milan, The New Aesthetics

Dopo Parigi, Arles, Venezia e Los Angeles, ImageNation arriva (finalmente) a Milano negli spazi della galleria della Fondazione Luciana Matalon.
A cura di Martin Vegas, la mostra, suddivisa in diverse aree tematiche, presenta le opere di circa 150 artisti, provenienti da 35 paesi del mondo con i loro sguardi sulla “nuova estetica” che dà il titolo a questa edizione di una rassegna nata nel 2013 e che, nelle sue intenzioni dichiarate, “mira a identificare lavori di alta qualità di nuove voci della fotografia contemporanea. Lo scopo è quello di collegare la comunità fotografica e il suo pubblico con le opere più stimolanti”.

Tutti i fotografi presentati sono stati invitati a mostrare il loro lavoro perché hanno la capacità di vedere l’insolito nel quotidiano e di catturare il momento. O perché la loro creatività può ispirare sia visivamente che a livello emotivo” spiega ancora il curatore. Un obiettivo sicuramente ambizioso che, lo diciamo subito, non crediamo sia stato completamente raggiunto nel capoluogo lombardo.

Con questo non vogliamo affatto dire che la mostra non valga una visita, anzi.
Generalizzando ciò che riteniamo sia mancato è l’elemento del “nuovo”, la capacità di catturare l’attenzione dei visitatori e di trattenerla più di qualche secondo, di smuovere il pubblico a un livello più profondo di quello del mero piacere per gli occhi, di raccontare storie per immagini e che vadano al di là delle immagini stesse, al di là delle banali provocazioni e dei corpi esibiti.
Proprio questo elemento di novità, richiamato tanto nel titolo della mostra che in quello di una delle sezioni, è l’aspetto che ci aspettavamo emergesse con maggiore evidenza e che, di contro, sembra essere stato diluito da quella sensazione di “già visto” che abbiamo provato davanti a un buon numero di fotografie, sicuramente meritevoli da un punto di vista tecnico ma che ci hanno trasmesso poco.
Della sezione Femme et fatale, in particolare, non ci è rimasto nulla, se non l’impressione che dietro a titolo accattivanti o particolarmente intriganti non vi fosse altrettanta sostanza.

Lasciando il piano delle generalizzazioni, i motivi per non mancare questo appuntamento sono diversi.
Il primo è per scoprire in che direzione si muovono i giovani fotografi. Si può discutere della o delle direzioni, si possono apprezzare o meno i risultati, ma resta comunque interessante aprirsi a diverse realtà e dimensioni nella speranza, come è successo a noi, di scoprire nuovi artisti da seguire.
Tra gli scatti che ci hanno particolarmente colpito per la composizione o l’atmosfera, per la loro capacità evocativa, per quel loro saper suscitare curiosità, voglia, in sostanza, di lasciare correre l’immaginazione, citiamo senz’altro il notturno, quasi rarefatto di Fang Tong

Fang Tong, On a hot summer day

e il Lucifer di Federico Ferro, quasi irreale nella sua bellezza di angelo caduto, ben lontano dalla mostruosità della caratterizzazione medievale, con uno sguardo, una tensione verso l’infinito che mi ha ricordato alcune rappresentazioni meno classiche e le illustrazioni dei versi di Milton.

Federico Ferro, Lucifer

Tra gli altri nomi da segnare e seguire Kao Saephan e Paulo Abreu, Anja Djabaté e Jumbo Tsui per i loro ritratti e J. Jason Chambers che racconta le notti di un’America iconica e al contempo quasi desolata, nonostante le sue mille luci.

Il secondo motivo per cui visitare ImageNation è senz’altro la mostra nella mostra, A new visual activism, a cura di Inside-Out Art Gallery che presenta le opere del belga Patrick Van der Elst e della britannica Vicky Martin.
Un’autentica sorpresa, una sala da cui si esce con la voglia di rientrare, così come di scoprire gli interi cicli a cui appartengono gli scatti selezionati.
Secondo il gallerista le immagini possono cambiare la nostra visione del mondo. Dietro ai colori brillanti si celano dei messaggi profondi e gli artisti che sceglie di rappresentare propongono una visione non scontata della società multiforme e in continua evoluzione in cui viviamo. E questo “attivismo visivo”, che accomuna la galleria e i suoi artisti, emerge sicuramente dalle scelte, dai temi e dalle fotografie sulle pareti. Inutile dirlo, speriamo che Inside-Out Art Gallery torni presto a esporre in Italia.

Di Van der Elst scegliamo questo scatto, assolutamente attuale, eppure profetico in modo disturbante visto che è stato realizzato nel 2015.

Patrick Van der Elst, Vanity

Mentre di Vicky Martin abbiamo apprezzato tutti i lavori esposti, per la loro capacità di raccontare storie arcinote in modo originale, cambiando il punto di vista con un guizzo, spostando l’obiettivo dall’estetica al significato, al sottotesto.
Donne forti, quelle ritratte dalla fotografa, che sfidano gli stereotipi in cui la società e la tradizione le hanno imbrigliate, senza timore di lasciare intravedere la loro vulnerabilità.
I personaggi sono multidimensionali, fissati in momenti e ambienti in cui i confini tra fantasia e realtà, verità e finzione si stemperano.

Vicky Martin, Though the looking glass

Vicky Martin, Red

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Dove: Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67, Milano
Quando: fino al 30 settembre, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19
Come: ingresso gratuito

Palcoscenici Archeologici. Interventi curatoriali di Francesco Vezzoli a Brescia

Nell’attesa di vedere quale sarà il progetto con cui, dal prossimo 2 ottobre, sarà il primo artista italiano vivente a realizzare un’opera site-specific in Piazza della Signoria a Firenze, Francesco Vezzoli è tornato a Brescia, città in cui è nato, nella doppia veste di artista e curatore con otto opere installate nel Parco Archeologico di Brescia Romana e nel complesso di Santa Giulia, dalla terrazza alle celle del Capitolium, al Teatro Romano, fino alla Basilica di San Salvatore e alla Domus dell’Ortaglia.
Un autentico percorso in cui ogni tappa è studiata per creare un dialogo tra una scultura e le vestigia romane e longobarde della città, con il chiaro intento di rileggere, reinterpretare il patrimonio storico alla luce della contemporaneità.
Una sorta di viaggio attraverso la storia e l’architettura, vincitore del banco dell’Italian Council, programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, per “la grande qualità ideativa e per la capacità di far risuonare l’arte contemporanea con l’archeologia e l’arte antica, in maniera coerente e armoniosa”.

Le opere esposte rappresentano un condensato degli elementi che caratterizzano la produzione artistica di Vezzoli, dalle citazioni e rivisitazioni della classicità, dalle contaminazioni e stratificazioni alle allusioni agli artisti più amati (De Chirico in primis), dal tropo della lacrima, ormai sua firma iconica, ai tocchi glamour, sino all’ironia e alla critica sociale.

Il cammino dei visitatori non può che cominciare dalla Nike Metafisica, scultura in cemento, polvere di marmo e bronzo, che resterà nella collezione civica bresciana, posta quasi a guardia del Parco Archeologico e, soprattutto, della cella che custodisce la sua “sorella più antica”.
Un omaggio alla Nike di Samotracia, esposta nelle sale del Louvre, e alle celeberrime teste da manichino di De Chirico che si staglia sullo splendido sfondo delle colonne del Tempio Capitolino con l’ambiente circostante che diviene non solo scenario, ma co-protagonista dell’opera. Il mutare della luce e delle condizioni meteorologiche donano riflessi diversi al bronzo, contribuiscono al racconto di nuove storie.

Oltre alle opere, colpisce l’allestimento, curato da Filippo Bisagni che valorizza le sculture creando al contempo un gioco di rimandi cromatici e di forme con gli spazi che le ospitano.
Lo si nota in particolare quando si arriva a Santa Giulia, nella Domus dell’Ortaglia dove si incontra un corpo bronzeo della celebre Venere di Willendorf, una Kim Kardashian ante litteram secondo Vezzoli, posta su un plito cilindrico che sembra integrarsi perfettamente con il mosaico a scacchiera o ancora nella sezione romana del museo, che ospita uno dei due inediti in mostra, La colonne avec fin.

Dalla romanità ai longobardi il passo, almeno qui, è breve, e il visitatore si ritrova in quell’autentica meraviglia che è la Basilica di San Salvatore, più precisamente nella Cappella di Sant’Obizio.
E qui alla meraviglia per noi si è sommata altra meraviglia, quando, inaspettata nella sua collocazione, ci è apparsa la scultura C-CUT Homo ab homine natus.

Cemento e bronzo, una testa in marmo originale dell’epoca romana, gesso alabastrino, tempera ad uovo e cera microcristallina si uniscono nell’ennesima stratificazione, creando un’opera sorprendente, che pare prendere vita, grazie alla sua base rotante, sotto gli occhi del pubblico che assiste a un “parto”, a un uomo che nasce da un uomo, con un richiamo narrativo e metaforico all’antichità, ma anche probabilmente ad artisti più moderni.
Una stratificazione che rispecchia quella della struttura originaria con cui, ancora una volta, l’artista riesce a creare un legame dialogico, una conversazione che travalica i limiti temporali.

Uscendo dalla mostra ci si ritrova stupiti, come al risveglio in un luogo nuovo e al contempo noto, nel cuore della città.

Una nota a margine: Per tutti coloro che oltre ai Palcoscenici Archeologici di Vezzoli vogliono scoprire Brescia, con i suoi segreti e le sue storie, con tutte le sue bellezze, i suoi protagonisti e i suoi simboli consigliamo di fare un giro sul sito di Guida Artistica – un gruppo di guide turistiche abilitate – che offre molteplici proposte interessanti, tra cui DIGHET DEL BU’? un’insolita passeggiata all’insegna dei proverbi locali.

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Dove: Brixia. Parco archeologico di Brescia romana + Museo di Santa Giulia
Quando: fino al 9 gennaio 2022, tutti i giorni escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 17.
Come: biglietto integrato intero 15 euro, ingresso gratuito con l’Abbonamento Musei Lombardia. Per informazioni sulle tipologie di biglietti e per le prenotazioni consultare il portale di Brescia Musei
Letture: Francesco Vezzoli. Ediz. Illustrata*; TV70 Francesco Vezzoli guarda la Rai. Ediz. italiana e inglese*; Casa Iolas. Citofonare Vezzoli. Catalogo della mostra*.

*indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Painting is back. Anni Ottanta, la pittura in Italia

“Cosa resterà di questi anni Ottanta…” si chiedeva un cantante e vedendo la mostra in corso alle Gallerie d’Italia a Milano possiamo dire che quanto meno resterà l’impressione di un grande fervore artistico, di un prepotente “ritorno” della pittura dopo un periodo dominato dalla performance e dalla videoarte, dalla ricerca concettuale.

Il bell’allestimento sfrutta appieno gli elementi architettonici e ciò che rimane degli arredi della ex Banca Commerciale Italiana per creare un percorso di grande fascino, che porta i visitatori a immergersi nella Transavanguardia.

La Transavanguardia italiana nasce, almeno secondo Achille Bonito Oliva a cui si deve la sua prima definizione nel lontano 1979 , come “una nuova tendenza ‘nomade che non rispetta nessun impegno definitivo’ in antagonismo con la ‘linea di lavoro oppressiva e masochista’ dell’Arte Povera” marcata da un un recupero della manualità e del figurativo, del corpo umano, così come del disegno e della pittura all’insegna dell’eclettismo stilistico.
E proprio questo eclettismo è la cifra della mostra curata da Luca Massimo Barbero che fa scorrere sotto gli occhi del pubblico opere tra loro diversissime, per temi e materiali, per stili e soggetti.
Sembra di essere tornati con lo spirito alla sezione “Aperto 80” della XXXIX Biennale di Venezia, organizzata proprio da Bonito Oliva che segnò in qualche modo l’ufficializzazione della corrente destinata, non senza qualche polemica, a conquistare anche la scena internazionale.

Il nucleo principale dell’esposizione è quello delle opere di Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino, i cinque (magnifici) artisti che componevano il gruppo originario della Transavanguardia.

Sulle pareti assistiamo a un autentico trionfo della soggettività dell’artista, a una rielaborazione della tradizione artistica precedente, vicina e lontana, mediata dalla personale sensibilità di ciascuno degli autori. Non esiste un unico stile, quanto piuttosto un costante movimento tra territori stilistici diversi e non stupisce quindi che la critica abbia parlato di nomadismo culturale, di ibridazione, di trasversalità.
Le opere sono fortemente narrative, a cavallo tra realtà e simboli, all’insegna di una completa libertà espressiva, prevale un linguaggio poetico ed evocativo, senza però dimenticare una componente che potremmo definire nazionale, o addirittura regionale, che si oppone alla standardizzazione dell’arte a livello globale.
Si torna, insomma, per dirlo ancora con le parole di Bionito Oliva a “un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione”.

Enzo Cucchi, Le stimmate (1980), olio su tela

Uno degli aspetti più riusciti della mostra è che Painting is back non è solo Transavanguardia.
È, infatti, evidente la volontà di creare un rapporto dialettico con la poetica di artisti coevi ai Magnifici Cinque, come ad esempio Mario Schifano e Franco Angeli o ancora Mimmo Rotella, Emilio Tadini o Valerio Adami.

Valerio Adami, La casa più bella del mondo (1989), acrilico su lino

Così come è interessante il dialogo sulle pareti con altri artisti che segnano nel panorama italiano una posizione di dissidenza o vengono iscritti in altri gruppi, come Luigi Ontani che storicamente si vuole esponente dei Nuovi Nuovi e di cui ho particolarmente amato i lavori esposti.

Luigi Ontani, Pyramid of Sodoma (1985), olio su tavola

Apprezzabile anche la scelta di creare un gioco di rimandi nella sala dedicata a Enrico Baj di cui sono presentate alcune opere realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, appartenenti alla collezione Intesa Sanpaolo, e il Muro delle idee, una tela di 19 metri del 1983 che riprende innovandole tecniche già utilizzate in precedenza per dare vita a una sorta di graffito.

Nel complesso, quindi, una mostra da visitare per sfatare il mito che gli anni ’80 si debbano ricordare solo per i Paninari e gli Yuppies, un diffuso disimpegno politico e culturale o come l’era dell’apparenza.

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Dove: Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, Milano.
Quando: fino al 3 ottobre 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 9.30 alle 19.30. Ultimo ingresso un’ora e mezza prima della chiusura.
Come: biglietto intero 10 euro, ingresso gratuito con l’Abbonamento Musei Lombardia. Con il biglietto della mostra è possibile visitare anche la collezione permanente.
Per approfondire: La transavanguardia italiana. Ediz. Illustrata di Achille Bonito Oliva*; La critica a effetto: rileggendo «La trans-avanguardia italiana» ed. Quodlibet*.

* indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Mostra: Fashion Caos. La smart art di LYS in mostra a Brescia

Dopo la bella rassegna dedicata alla Vittoria Alata Musa contemporanea, che tra l’altro aveva visto tra i protagonisti anche LYS con la sua reinterpretazione “futuristica, erotica, combattente, ironica, illusa” torniamo da Colossi Arte Contemporanea per la personale di Stefano Lupicano, in arte LYS.
Fashion caos è tra gli eventi a corredo del Brescia Photo Festival, nel circuito Friends, e ha aperto i battenti lo scorso 27 maggio e, come avevamo già scritto in un’edizione di “Vivere Brescia”, sin dalle prime immagini pubblicate sui social ci ha molto incuriosito.

Appena arrivati in galleria la prima sorpresa, ci accoglie Daniele Colossi accompagnato da Stefano in persona che si presterà, con estrema cortesia, ma anche con l’evidente piacere di confrontarsi con il “suo pubblico”, a farci da cicerone, a guidarci nei diversi strati che contribuiscono a comporre una mostra solo all’apparenza facile, pop quanto basta.
Spoiler alert: abbiamo mille domande per l’artista, a partire dalla scelta del nome d’arte, e speriamo di averlo presto nostre ospite su queste pagine, magari in occasione dei prossimi appuntamenti bresciani.

Sulle pareti troviamo una sintesi delle direttive lungo cui si sviluppa la ricerca artistica di LYS, la sua smart art che utilizza come strumenti esclusivamente uno smartphone e le relative app di ritocco fotografico.
La scelta di usare solo il cellulare deriva dalla volontà di creare arte senza limiti, spaziali o temporali che siano, all’insegna di un flusso creativo che non vuole lasciarsi imbrigliare. Dalla tela allo schermo il passo sembra brevissimo.
Ma la rassegna non si limita a proporre una panoramica di ciò che l’artista ha sinora creato, ci offre invece uno sguardo in avanti, se vogliamo uno spiraglio sull’evoluzione della digital art rappresentata dalle opere con ologramma che consentono di vivere letteralmente il processo creativo in diretta. Tra queste abbiamo amato in particolare il nuovo omaggio alla Vittoria Alata che in qualche secondo narra una storia, conclude un racconto.
Il percorso di LYS dunque procede, integrando nuove tecnologie, nuovi linguaggi espressivi, nuove modalità di esprimere la creatività, il tutto con un sapiente uso delle luci frutto probabilmente della sua esperienza come light designer.

Al centro delle opere alcuni elementi chiave, innanzitutto la moda e una riflessione sul contemporaneo che si compenetrano ancora più fortemente oggi, quando tutti si interrogano sul futuro di una haute couture improvvisamente vittima del caos, alle prese con un necessario ripensamento del suo modo di comunicare, di raccontarsi dopo la pandemia.
Le rielaborazioni di LYS, sin dalla scelta delle immagini patinate di partenza, sono sorprendenti, spiazzanti e di grande impatto visivo, ricche di infiniti dettagli, con un senso di teatralità che cattura lo sguardo. Non stupisce quindi che siano apprezzate dagli stessi stilisti.

E poi ancora l’omaggio all’arte che passa attraverso la moda, con un minuzioso lavoro soprattutto sui costumi e sui tessuti, con un processo di trasfigurazione per inglobare elementi moderni, che non sono semplici patch ornamentali apposte sulle opere, ma elementi portatori di significato, segni della distruzione a cui vengono sottoposte le immagini di partenza, le fonti di ispirazione, prima di essere ricomposte.
Marchi come specchi della società moderna che diventano anche un modo di avvicinare i più giovani all’arte, corpi estranei, alieni se vogliamo, che tuttavia non sono sfregi, ma si trasformano in autentici tributi, in chiavi di lettura, in messaggi che travalicano il mero piacere estetico, che superano l’apparenza.

Se dovessimo condensare in poche righe il succo della mostra diremmo creatività, trasfigurazione, attenzione ai temi della contemporaneità, atmosfere surreali e rarefatte, lavori frutto di un vero e proprio assemblaggio che pesca tra oggetti di uso quotidiano e brand, modelle da passerella e ritratti storici, in un amalgama spesso dissacrante, a tratti iconico e a tratti onirico in cui perdersi.

Una carrellata da ammirare con calma, perché il caos di LYS in realtà ispira esattamente sensazioni opposte. Un’occasione da non perdere per scoprire suggestioni visive e tutte le potenzialità della smart art (ovviamente le nostre foto sono state scattate con uno smartphone e non ritoccate su tablet o pc).

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Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 27 maggio 2021, da martedì a sabato, dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00
Come: ingresso libero su appuntamento al numero 0303758583

Red Zone. Dorothy Bhawl in mostra da Gare82

Cento di questi post!
Ebbene sì, siamo arrivati a quota 100 qui sul blog e il progetto continua a svilupparsi, a trasformarsi, acquisendo una forma diversa da quella che avevamo inizialmente pensato, per rispecchiare sempre di più le nostre passioni, il nostro stile e, anche, la realtà che stiamo vivendo.
Per segnare questo traguardo avevamo pensato di creare una sorta di “best of”, un riassunto delle puntate precedenti, dai cieli del Ladakh da cui tutto è iniziato fino agli angoli nascosti della nostra città, invece lo festeggiamo così, con la dedica di un artista che, in un modo o nell’altro, è stato spesso protagonista delle nostre personalissime recensioni.

Il primo vero vernissage del 2021 ci ha riportato negli spazi di Gare82, per questa occasione trasformati in una zona rossa in cui perdersi e da cui lasciarsi sorprendere.
Un’occasione di incontro e, perché no, talvolta di scontro, con la realtà interpretata e riletta da Dorothy Bhawl, all’insegna di quel rosso che per molti di noi ha assunto una connotazione davvero particolare, intima, decisamente lontana, quasi antitetica da quell’idea di estroversione che l’interpretazione tradizionale dei colori associa a questa tinta.
Il rosso per diverso tempo è stato solo sinonimo di pericolo, manifestazione esteriore di una sensazione di sospensione innaturale, di mancanza, di assenza.

Profondo rosso ovunque dalle cornici alla copertina del bel catalogo, dagli sfondi agli accessori di scena, fino alle originalissime “targhette” con il nome dell’opera.
Ed è in un questo strabordare di rosso che funge, potremmo dirlo con un gioco di parole, da fil rouge, da legante dell’intera mostra, che si fissano i ritratti, i personaggi di Dorothy, talvolta mostruosi, talvolta inquietanti, talvolta grotteschi, talvolta capaci di strappare un sorriso, talvolta solo così intensamente umani negli sguardi che si intravedono sotto la maschera da fare venire voglia di abbracciarli.

Chi entra da Gare82 varca la soglia dell’universo creativo dell’artista, della sua simbologia, “del suo mondo interiore fatto di personaggi e situazioni grottesche che stimolano e inducono la libera associazione di idee e sensazioni estetiche” come scrive Federica Picco nella sua prefazione.
A cavallo tra sogno e incubo, conscio e inconscio,

le opere di Dorothy si nutrono di contrasti, di corpi esposti e di identità celate, di giochi di luce e ombra, creando immagini forti, non sempre immediatamente intellegibili e aperte a mille diverse interpretazioni, positive agli occhi di alcuni, negative a quelli di altri, portatrici di sventura o foriere di fortuna…

ma sempre comunque “cibo per la mente” oltre che piacere estetico.
Con questi scatti Dorothy restituisce al rosso tutta la sua materialità, tutta quell’energia vitale, quelle pulsioni, nel bene e nel male, che pareva avere smarrito, caricandolo di una sorta di irrequietezza, senza però “tirare” i visitatori in una direzione o nell’altra, lasciando ognuno libero di cercare una propria interpretazione, non mero spettatore ma autentico attore che dialoga con le fotografie, chiamato a decifrarne le ambiguità, le possibili letture e i rimandi.

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Categoria: Fotografia
Dove: Galleria Gare 82, via Villa Glori 5
Quando: fino al 26 giugno 2021, negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero

Write Your Era. Air Daryal in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Air Daryal, Destinies

Arte atemporale.
Quando ho letto questa definizione accostata a una mostra organizzata da Galleria Univocal mi sono immediatamente incuriosita. Quell’alfa privativo, insomma, mi ha catturato, portandomi dritta nell’universo creativo di Air Daryal, un’artista di cui avevo sentito parlare, soprattutto dopo che alcune delle sue opere sono apparse in The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi, pellicola presentata fuori concorso alla Biennale del Cinema di Venezia nel 2019 e che ha segnato il ritorno di Mick Jagger sul grande schermo.

Non che il concetto di atemporalità nella pittura sia nuovo, ma trovo sempre particolarmente interessanti le riflessioni artistiche sul tempo, sul suo scorrere, sulla sua circolarità e, in alcuni casi, sulla sua assenza, o meglio sulla sua scomparsa. E ancora non che il tempo non sia un elemento essenziale nella produzione di Air Daryal, solo che, credo, sia diversa la sua scansione. Il tempo lo si percepisce scorrere sin dai titoli di alcune opere, come nel caso del ciclo dedicato alle sfingi, identificate con numeri romani progressivi.

Air Daryal, Sphinx III

Una scelta che trova radici nella storiografia e insieme marca uno stacco dalla contemporaneità, riportando alla dicotomia presente-passato (permanente).
Questa stessa dicotomia la si percepisce profondamente nella serie dedicata alle città.
A uno sguardo attento le immagini metropolitane, superato quel vago straniamento provocato dai colori freddi, dall’effetto quasi bagnato delle tele, emergono immagini che richiamano alla classicità, obelischi e colonnati si nascondono tra le auto.

Air Daryal, Civitas

Questo è in assoluto il mio ciclo preferito, in termini di accostamenti cromatici e di uso della luce, gli olii su tela creano un’atmosfera onirica, in cui i confini e i tratti perdono di definizione, e proprio per questo loro farsi meno netti spingono ad avvicinarsi ai quadri, ad apprezzarne appieno la tecnica mista, la materialità delle pennellate, le sovrapposizioni, gli elementi inseriti – non corpi estranei, ma frammenti del racconto per immagini.
Sono città che vivono di contrasti, con l’essere umano sempre ben presente, potremmo dire con la sua impronta nella trasformazione degli spazi, eppure marcatamente assente.
Sono altri gli esseri viventi a dominare la scena, con l’uomo quasi sempre solo memoria di ciò che è stato, raffigurazione scultorea, fisso in contrapposizione alla vitalità di un cavallo, alla potenza delle tigri.

La mostra, in calendario fino alla metà di maggio, offre una panoramica sulla recente produzione artistica di Air Daryal, consentendo ai visitatori di cogliere gli aspetti fondamentali del suo percorso e della sua poetica, di immergersi in un mondo visionario e mitologico, arcano, intriso di simboli da decifrare, di particolari da scoprire, di direzioni da interpretare. Un’ottima occasione, quindi, per ammirare i lavori di un’artista interessante, lasciandosi guidare tra le sale più dal proprio istinto e dalla propria curiosità, che da un rigido percorso cronologico o tematico.

Air Daryal, Write Your Era

Il flusso culmina nell’opera inedita che ha dato il titolo all’intera personale. Write Your Era, un invito, o forse un imperativo, a diventare padroni del tempo, artefici del proprio destino, in un momento storico che ha chiesto a tutti di ripensare i cardini del nostro essere, tempo e spazio appunto.
Tornano alcuni dei temi distintivi di Air Daryal, le tigri in primis, così come il costante richiamo a quell’andare oltre, oltre la visione, oltre al soggetto, oltre ai colori, a scegliere la propria chiave interpretativa superando, come ben sintetizza la curatrice, Elisabetta Roncati, “gli elementi che l’occhio umano riconosce” perché “qualcosa sfugge. La vista si perde nei dettagli […] La mente girovaga cercando un punto di fuga che non riesce a individuare. La soluzione è dunque una sola: costruire la propria narrazione, proiettare nella tela il proprio vissuto, anche circostanziale, fabbricare il proprio racconto”.
Alla luce di questa riflessione acquista ancora maggior significato la scelta di lasciare come ultima immagine del catalogo quest’opera. Il cerchio (per ora) si è chiuso, o forse siamo tornati all’origine di un nuovo anello di una catena.

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Dove: Opificio Piccitto, Via XXI Luglio, 25036 Palazzolo sull’Oglio (BS)
Quando: dal 1° maggio 2021 al 15 maggio 2021, ore 10.00 – 18.00. Informazioni e prenotazioni sul sito di Galleria Univocal
Come: ingresso libero

I colori dell’India. Miniature dalla collezione Mutti

Iniziamo con una premessa. Entrare letteralmente in casa di una gallerista, accolti sempre con una cortesia che qualcuno definirebbe “d’altri tempi”, è un’esperienza già di per sé eccezionale, che però almeno i bresciani hanno la fortuna di poter rivivere visitando le mostre ospitate dalla Galleria dell’Incisione.
Dopo l’omaggio a Romana Loda e l’enigma romantico di Max Klinger, la curiosità dei visitatori questa volta è catturata da una selezione di miniature indiane della collezione di Giacomo Mutti.

Già dalla prima sala si ha l’impressione di entrare in un altro mondo, proprio come quello che si poteva intravedere guardando dalle finestre di uno dei tanti spettacolari palazzi nella terra dei maharaja.

Le opere, raccolte dall’architetto Mutti in circa trent’anni sono miniature, così chiamate non già per le loro dimensioni, seppure spesso contenute, ma per la finezza dei loro dettagli, spesso visibili solo con l’aiuto di una lente di ingrandimento.
Realizzate tra il XVII e il XIX secolo, con tempera o guazzo su carta, queste miniature si inseriscono nella tradizione di corte dei Rajput, una casta guerriera, che regnò in Rajasthan, nel Centro India e sulle colline pre-himalayane dando vita a diverse scuole pittoriche caratterizzate da stili regionali, nel solco se vogliamo dei manoscritti miniati di tradizione religiosa.

Passando da una sala all’altra è possibile notare come le scene dipinte, o forse dovremmo dire narrate, assorbano progressivamente elementi dalla pittura Moghul, diventando più sofisticate dal punto di vista tecnico, senza però mai perdere un carattere profondamente “indiano” nella stilizzazione delle figure e nell’uso dei colori.

Proprio la creazione dei colori costituisce uno degli aspetti fondamentali del processo creativo, così come uno degli elementi per differenziare le varie scuole pittoriche, giacché le materie prime utilizzate assumono sovente un carattere squisitamente regionale (ad esempio per l’uso di fiori tipici solo di una determinata zona geografica).
Dopo aver preparato la carta, secondo la tradizione descritta negli antichi trattati l’artista procedeva innanzitutto a delineare il contorno delle figure in rosso o nero, adottando svariate tecniche, per poi riempirlo con più passate di colore seguendo un ordine strettamente disciplinato: sfondo, corpo, vestiti e altri accessori, e oro o altri ornamenti ove richiesto.
Il passo successivo era la realizzazione delle ombreggiature, preludio alla ripassatura finale del contorno con un pennello così sottile, si dice, da essere talvolta composto da un singolo pelo, mentre l’ultima fase era quella della creazione dei bordi, spesso un’autentica cornice dipinta con innumerevoli particolari.

In mostra è possibile scoprire i principali temi iconografici delle scuole Rajput, partendo dal mondo degli dei con raffigurazioni di divinità maschili e femminili, ispirate tradizione religiosa hindu e dai testi letterari mitologici e poetici in cui ricorre l’elemento dell’unione con il divino, con i sentimenti mai realmente esplicitati, ma piuttosto evocati nel rispetto della rigida codificazione tradizionale…

… per arrivare alla vita di corte con ritratti di sovrani e damigelle, scene di caccia, processioni, assemblee di nobili e cerimonie religiose o semplici momenti della quotidianità, sempre con una buona dose di idealizzazione, soprattutto per quanto riguarda i volti e l’ambientazione, i paesaggi, con una pressoché totale assenza di prospettiva, per quella che non vuole essere una “raffigurazione letterale”, quanto piuttosto una rappresentazione stilizzata o simbolica.

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Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: fino al 28 maggio 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero