ImageNation Milan, The New Aesthetics

Dopo Parigi, Arles, Venezia e Los Angeles, ImageNation arriva (finalmente) a Milano negli spazi della galleria della Fondazione Luciana Matalon.
A cura di Martin Vegas, la mostra, suddivisa in diverse aree tematiche, presenta le opere di circa 150 artisti, provenienti da 35 paesi del mondo con i loro sguardi sulla “nuova estetica” che dà il titolo a questa edizione di una rassegna nata nel 2013 e che, nelle sue intenzioni dichiarate, “mira a identificare lavori di alta qualità di nuove voci della fotografia contemporanea. Lo scopo è quello di collegare la comunità fotografica e il suo pubblico con le opere più stimolanti”.

Tutti i fotografi presentati sono stati invitati a mostrare il loro lavoro perché hanno la capacità di vedere l’insolito nel quotidiano e di catturare il momento. O perché la loro creatività può ispirare sia visivamente che a livello emotivo” spiega ancora il curatore. Un obiettivo sicuramente ambizioso che, lo diciamo subito, non crediamo sia stato completamente raggiunto nel capoluogo lombardo.

Con questo non vogliamo affatto dire che la mostra non valga una visita, anzi.
Generalizzando ciò che riteniamo sia mancato è l’elemento del “nuovo”, la capacità di catturare l’attenzione dei visitatori e di trattenerla più di qualche secondo, di smuovere il pubblico a un livello più profondo di quello del mero piacere per gli occhi, di raccontare storie per immagini e che vadano al di là delle immagini stesse, al di là delle banali provocazioni e dei corpi esibiti.
Proprio questo elemento di novità, richiamato tanto nel titolo della mostra che in quello di una delle sezioni, è l’aspetto che ci aspettavamo emergesse con maggiore evidenza e che, di contro, sembra essere stato diluito da quella sensazione di “già visto” che abbiamo provato davanti a un buon numero di fotografie, sicuramente meritevoli da un punto di vista tecnico ma che ci hanno trasmesso poco.
Della sezione Femme et fatale, in particolare, non ci è rimasto nulla, se non l’impressione che dietro a titolo accattivanti o particolarmente intriganti non vi fosse altrettanta sostanza.

Lasciando il piano delle generalizzazioni, i motivi per non mancare questo appuntamento sono diversi.
Il primo è per scoprire in che direzione si muovono i giovani fotografi. Si può discutere della o delle direzioni, si possono apprezzare o meno i risultati, ma resta comunque interessante aprirsi a diverse realtà e dimensioni nella speranza, come è successo a noi, di scoprire nuovi artisti da seguire.
Tra gli scatti che ci hanno particolarmente colpito per la composizione o l’atmosfera, per la loro capacità evocativa, per quel loro saper suscitare curiosità, voglia, in sostanza, di lasciare correre l’immaginazione, citiamo senz’altro il notturno, quasi rarefatto di Fang Tong

Fang Tong, On a hot summer day

e il Lucifer di Federico Ferro, quasi irreale nella sua bellezza di angelo caduto, ben lontano dalla mostruosità della caratterizzazione medievale, con uno sguardo, una tensione verso l’infinito che mi ha ricordato alcune rappresentazioni meno classiche e le illustrazioni dei versi di Milton.

Federico Ferro, Lucifer

Tra gli altri nomi da segnare e seguire Kao Saephan e Paulo Abreu, Anja Djabaté e Jumbo Tsui per i loro ritratti e J. Jason Chambers che racconta le notti di un’America iconica e al contempo quasi desolata, nonostante le sue mille luci.

Il secondo motivo per cui visitare ImageNation è senz’altro la mostra nella mostra, A new visual activism, a cura di Inside-Out Art Gallery che presenta le opere del belga Patrick Van der Elst e della britannica Vicky Martin.
Un’autentica sorpresa, una sala da cui si esce con la voglia di rientrare, così come di scoprire gli interi cicli a cui appartengono gli scatti selezionati.
Secondo il gallerista le immagini possono cambiare la nostra visione del mondo. Dietro ai colori brillanti si celano dei messaggi profondi e gli artisti che sceglie di rappresentare propongono una visione non scontata della società multiforme e in continua evoluzione in cui viviamo. E questo “attivismo visivo”, che accomuna la galleria e i suoi artisti, emerge sicuramente dalle scelte, dai temi e dalle fotografie sulle pareti. Inutile dirlo, speriamo che Inside-Out Art Gallery torni presto a esporre in Italia.

Di Van der Elst scegliamo questo scatto, assolutamente attuale, eppure profetico in modo disturbante visto che è stato realizzato nel 2015.

Patrick Van der Elst, Vanity

Mentre di Vicky Martin abbiamo apprezzato tutti i lavori esposti, per la loro capacità di raccontare storie arcinote in modo originale, cambiando il punto di vista con un guizzo, spostando l’obiettivo dall’estetica al significato, al sottotesto.
Donne forti, quelle ritratte dalla fotografa, che sfidano gli stereotipi in cui la società e la tradizione le hanno imbrigliate, senza timore di lasciare intravedere la loro vulnerabilità.
I personaggi sono multidimensionali, fissati in momenti e ambienti in cui i confini tra fantasia e realtà, verità e finzione si stemperano.

Vicky Martin, Though the looking glass

Vicky Martin, Red

Piè di pagina
Dove: Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67, Milano
Quando: fino al 30 settembre, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19
Come: ingresso gratuito

Palcoscenici Archeologici. Interventi curatoriali di Francesco Vezzoli a Brescia

Nell’attesa di vedere quale sarà il progetto con cui, dal prossimo 2 ottobre, sarà il primo artista italiano vivente a realizzare un’opera site-specific in Piazza della Signoria a Firenze, Francesco Vezzoli è tornato a Brescia, città in cui è nato, nella doppia veste di artista e curatore con otto opere installate nel Parco Archeologico di Brescia Romana e nel complesso di Santa Giulia, dalla terrazza alle celle del Capitolium, al Teatro Romano, fino alla Basilica di San Salvatore e alla Domus dell’Ortaglia.
Un autentico percorso in cui ogni tappa è studiata per creare un dialogo tra una scultura e le vestigia romane e longobarde della città, con il chiaro intento di rileggere, reinterpretare il patrimonio storico alla luce della contemporaneità.
Una sorta di viaggio attraverso la storia e l’architettura, vincitore del banco dell’Italian Council, programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, per “la grande qualità ideativa e per la capacità di far risuonare l’arte contemporanea con l’archeologia e l’arte antica, in maniera coerente e armoniosa”.

Le opere esposte rappresentano un condensato degli elementi che caratterizzano la produzione artistica di Vezzoli, dalle citazioni e rivisitazioni della classicità, dalle contaminazioni e stratificazioni alle allusioni agli artisti più amati (De Chirico in primis), dal tropo della lacrima, ormai sua firma iconica, ai tocchi glamour, sino all’ironia e alla critica sociale.

Il cammino dei visitatori non può che cominciare dalla Nike Metafisica, scultura in cemento, polvere di marmo e bronzo, che resterà nella collezione civica bresciana, posta quasi a guardia del Parco Archeologico e, soprattutto, della cella che custodisce la sua “sorella più antica”.
Un omaggio alla Nike di Samotracia, esposta nelle sale del Louvre, e alle celeberrime teste da manichino di De Chirico che si staglia sullo splendido sfondo delle colonne del Tempio Capitolino con l’ambiente circostante che diviene non solo scenario, ma co-protagonista dell’opera. Il mutare della luce e delle condizioni meteorologiche donano riflessi diversi al bronzo, contribuiscono al racconto di nuove storie.

Oltre alle opere, colpisce l’allestimento, curato da Filippo Bisagni che valorizza le sculture creando al contempo un gioco di rimandi cromatici e di forme con gli spazi che le ospitano.
Lo si nota in particolare quando si arriva a Santa Giulia, nella Domus dell’Ortaglia dove si incontra un corpo bronzeo della celebre Venere di Willendorf, una Kim Kardashian ante litteram secondo Vezzoli, posta su un plito cilindrico che sembra integrarsi perfettamente con il mosaico a scacchiera o ancora nella sezione romana del museo, che ospita uno dei due inediti in mostra, La colonne avec fin.

Dalla romanità ai longobardi il passo, almeno qui, è breve, e il visitatore si ritrova in quell’autentica meraviglia che è la Basilica di San Salvatore, più precisamente nella Cappella di Sant’Obizio.
E qui alla meraviglia per noi si è sommata altra meraviglia, quando, inaspettata nella sua collocazione, ci è apparsa la scultura C-CUT Homo ab homine natus.

Cemento e bronzo, una testa in marmo originale dell’epoca romana, gesso alabastrino, tempera ad uovo e cera microcristallina si uniscono nell’ennesima stratificazione, creando un’opera sorprendente, che pare prendere vita, grazie alla sua base rotante, sotto gli occhi del pubblico che assiste a un “parto”, a un uomo che nasce da un uomo, con un richiamo narrativo e metaforico all’antichità, ma anche probabilmente ad artisti più moderni.
Una stratificazione che rispecchia quella della struttura originaria con cui, ancora una volta, l’artista riesce a creare un legame dialogico, una conversazione che travalica i limiti temporali.

Uscendo dalla mostra ci si ritrova stupiti, come al risveglio in un luogo nuovo e al contempo noto, nel cuore della città.

Una nota a margine: Per tutti coloro che oltre ai Palcoscenici Archeologici di Vezzoli vogliono scoprire Brescia, con i suoi segreti e le sue storie, con tutte le sue bellezze, i suoi protagonisti e i suoi simboli consigliamo di fare un giro sul sito di Guida Artistica – un gruppo di guide turistiche abilitate – che offre molteplici proposte interessanti, tra cui DIGHET DEL BU’? un’insolita passeggiata all’insegna dei proverbi locali.

Piè di pagina
Dove: Brixia. Parco archeologico di Brescia romana + Museo di Santa Giulia
Quando: fino al 9 gennaio 2022, tutti i giorni escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 17.
Come: biglietto integrato intero 15 euro, ingresso gratuito con l’Abbonamento Musei Lombardia. Per informazioni sulle tipologie di biglietti e per le prenotazioni consultare il portale di Brescia Musei
Letture: Francesco Vezzoli. Ediz. Illustrata*; TV70 Francesco Vezzoli guarda la Rai. Ediz. italiana e inglese*; Casa Iolas. Citofonare Vezzoli. Catalogo della mostra*.

*indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Painting is back. Anni Ottanta, la pittura in Italia

“Cosa resterà di questi anni Ottanta…” si chiedeva un cantante e vedendo la mostra in corso alle Gallerie d’Italia a Milano possiamo dire che quanto meno resterà l’impressione di un grande fervore artistico, di un prepotente “ritorno” della pittura dopo un periodo dominato dalla performance e dalla videoarte, dalla ricerca concettuale.

Il bell’allestimento sfrutta appieno gli elementi architettonici e ciò che rimane degli arredi della ex Banca Commerciale Italiana per creare un percorso di grande fascino, che porta i visitatori a immergersi nella Transavanguardia.

La Transavanguardia italiana nasce, almeno secondo Achille Bonito Oliva a cui si deve la sua prima definizione nel lontano 1979 , come “una nuova tendenza ‘nomade che non rispetta nessun impegno definitivo’ in antagonismo con la ‘linea di lavoro oppressiva e masochista’ dell’Arte Povera” marcata da un un recupero della manualità e del figurativo, del corpo umano, così come del disegno e della pittura all’insegna dell’eclettismo stilistico.
E proprio questo eclettismo è la cifra della mostra curata da Luca Massimo Barbero che fa scorrere sotto gli occhi del pubblico opere tra loro diversissime, per temi e materiali, per stili e soggetti.
Sembra di essere tornati con lo spirito alla sezione “Aperto 80” della XXXIX Biennale di Venezia, organizzata proprio da Bonito Oliva che segnò in qualche modo l’ufficializzazione della corrente destinata, non senza qualche polemica, a conquistare anche la scena internazionale.

Il nucleo principale dell’esposizione è quello delle opere di Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino, i cinque (magnifici) artisti che componevano il gruppo originario della Transavanguardia.

Sulle pareti assistiamo a un autentico trionfo della soggettività dell’artista, a una rielaborazione della tradizione artistica precedente, vicina e lontana, mediata dalla personale sensibilità di ciascuno degli autori. Non esiste un unico stile, quanto piuttosto un costante movimento tra territori stilistici diversi e non stupisce quindi che la critica abbia parlato di nomadismo culturale, di ibridazione, di trasversalità.
Le opere sono fortemente narrative, a cavallo tra realtà e simboli, all’insegna di una completa libertà espressiva, prevale un linguaggio poetico ed evocativo, senza però dimenticare una componente che potremmo definire nazionale, o addirittura regionale, che si oppone alla standardizzazione dell’arte a livello globale.
Si torna, insomma, per dirlo ancora con le parole di Bionito Oliva a “un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione”.

Enzo Cucchi, Le stimmate (1980), olio su tela

Uno degli aspetti più riusciti della mostra è che Painting is back non è solo Transavanguardia.
È, infatti, evidente la volontà di creare un rapporto dialettico con la poetica di artisti coevi ai Magnifici Cinque, come ad esempio Mario Schifano e Franco Angeli o ancora Mimmo Rotella, Emilio Tadini o Valerio Adami.

Valerio Adami, La casa più bella del mondo (1989), acrilico su lino

Così come è interessante il dialogo sulle pareti con altri artisti che segnano nel panorama italiano una posizione di dissidenza o vengono iscritti in altri gruppi, come Luigi Ontani che storicamente si vuole esponente dei Nuovi Nuovi e di cui ho particolarmente amato i lavori esposti.

Luigi Ontani, Pyramid of Sodoma (1985), olio su tavola

Apprezzabile anche la scelta di creare un gioco di rimandi nella sala dedicata a Enrico Baj di cui sono presentate alcune opere realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, appartenenti alla collezione Intesa Sanpaolo, e il Muro delle idee, una tela di 19 metri del 1983 che riprende innovandole tecniche già utilizzate in precedenza per dare vita a una sorta di graffito.

Nel complesso, quindi, una mostra da visitare per sfatare il mito che gli anni ’80 si debbano ricordare solo per i Paninari e gli Yuppies, un diffuso disimpegno politico e culturale o come l’era dell’apparenza.

Piè di pagina
Dove: Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, Milano.
Quando: fino al 3 ottobre 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 9.30 alle 19.30. Ultimo ingresso un’ora e mezza prima della chiusura.
Come: biglietto intero 10 euro, ingresso gratuito con l’Abbonamento Musei Lombardia. Con il biglietto della mostra è possibile visitare anche la collezione permanente.
Per approfondire: La transavanguardia italiana. Ediz. Illustrata di Achille Bonito Oliva*; La critica a effetto: rileggendo «La trans-avanguardia italiana» ed. Quodlibet*.

* indirezionenoncausale partecipa a programmi affiliati. Per gli acquisti fatti tramite i link indicati potrei ricevere una piccola commissione percentuale che non incide sul prezzo pagato.

Mostra: Fashion Caos. La smart art di LYS in mostra a Brescia

Dopo la bella rassegna dedicata alla Vittoria Alata Musa contemporanea, che tra l’altro aveva visto tra i protagonisti anche LYS con la sua reinterpretazione “futuristica, erotica, combattente, ironica, illusa” torniamo da Colossi Arte Contemporanea per la personale di Stefano Lupicano, in arte LYS.
Fashion caos è tra gli eventi a corredo del Brescia Photo Festival, nel circuito Friends, e ha aperto i battenti lo scorso 27 maggio e, come avevamo già scritto in un’edizione di “Vivere Brescia”, sin dalle prime immagini pubblicate sui social ci ha molto incuriosito.

Appena arrivati in galleria la prima sorpresa, ci accoglie Daniele Colossi accompagnato da Stefano in persona che si presterà, con estrema cortesia, ma anche con l’evidente piacere di confrontarsi con il “suo pubblico”, a farci da cicerone, a guidarci nei diversi strati che contribuiscono a comporre una mostra solo all’apparenza facile, pop quanto basta.
Spoiler alert: abbiamo mille domande per l’artista, a partire dalla scelta del nome d’arte, e speriamo di averlo presto nostre ospite su queste pagine, magari in occasione dei prossimi appuntamenti bresciani.

Sulle pareti troviamo una sintesi delle direttive lungo cui si sviluppa la ricerca artistica di LYS, la sua smart art che utilizza come strumenti esclusivamente uno smartphone e le relative app di ritocco fotografico.
La scelta di usare solo il cellulare deriva dalla volontà di creare arte senza limiti, spaziali o temporali che siano, all’insegna di un flusso creativo che non vuole lasciarsi imbrigliare. Dalla tela allo schermo il passo sembra brevissimo.
Ma la rassegna non si limita a proporre una panoramica di ciò che l’artista ha sinora creato, ci offre invece uno sguardo in avanti, se vogliamo uno spiraglio sull’evoluzione della digital art rappresentata dalle opere con ologramma che consentono di vivere letteralmente il processo creativo in diretta. Tra queste abbiamo amato in particolare il nuovo omaggio alla Vittoria Alata che in qualche secondo narra una storia, conclude un racconto.
Il percorso di LYS dunque procede, integrando nuove tecnologie, nuovi linguaggi espressivi, nuove modalità di esprimere la creatività, il tutto con un sapiente uso delle luci frutto probabilmente della sua esperienza come light designer.

Al centro delle opere alcuni elementi chiave, innanzitutto la moda e una riflessione sul contemporaneo che si compenetrano ancora più fortemente oggi, quando tutti si interrogano sul futuro di una haute couture improvvisamente vittima del caos, alle prese con un necessario ripensamento del suo modo di comunicare, di raccontarsi dopo la pandemia.
Le rielaborazioni di LYS, sin dalla scelta delle immagini patinate di partenza, sono sorprendenti, spiazzanti e di grande impatto visivo, ricche di infiniti dettagli, con un senso di teatralità che cattura lo sguardo. Non stupisce quindi che siano apprezzate dagli stessi stilisti.

E poi ancora l’omaggio all’arte che passa attraverso la moda, con un minuzioso lavoro soprattutto sui costumi e sui tessuti, con un processo di trasfigurazione per inglobare elementi moderni, che non sono semplici patch ornamentali apposte sulle opere, ma elementi portatori di significato, segni della distruzione a cui vengono sottoposte le immagini di partenza, le fonti di ispirazione, prima di essere ricomposte.
Marchi come specchi della società moderna che diventano anche un modo di avvicinare i più giovani all’arte, corpi estranei, alieni se vogliamo, che tuttavia non sono sfregi, ma si trasformano in autentici tributi, in chiavi di lettura, in messaggi che travalicano il mero piacere estetico, che superano l’apparenza.

Se dovessimo condensare in poche righe il succo della mostra diremmo creatività, trasfigurazione, attenzione ai temi della contemporaneità, atmosfere surreali e rarefatte, lavori frutto di un vero e proprio assemblaggio che pesca tra oggetti di uso quotidiano e brand, modelle da passerella e ritratti storici, in un amalgama spesso dissacrante, a tratti iconico e a tratti onirico in cui perdersi.

Una carrellata da ammirare con calma, perché il caos di LYS in realtà ispira esattamente sensazioni opposte. Un’occasione da non perdere per scoprire suggestioni visive e tutte le potenzialità della smart art (ovviamente le nostre foto sono state scattate con uno smartphone e non ritoccate su tablet o pc).

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Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 27 maggio 2021, da martedì a sabato, dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00
Come: ingresso libero su appuntamento al numero 0303758583

Red Zone. Dorothy Bhawl in mostra da Gare82

Cento di questi post!
Ebbene sì, siamo arrivati a quota 100 qui sul blog e il progetto continua a svilupparsi, a trasformarsi, acquisendo una forma diversa da quella che avevamo inizialmente pensato, per rispecchiare sempre di più le nostre passioni, il nostro stile e, anche, la realtà che stiamo vivendo.
Per segnare questo traguardo avevamo pensato di creare una sorta di “best of”, un riassunto delle puntate precedenti, dai cieli del Ladakh da cui tutto è iniziato fino agli angoli nascosti della nostra città, invece lo festeggiamo così, con la dedica di un artista che, in un modo o nell’altro, è stato spesso protagonista delle nostre personalissime recensioni.

Il primo vero vernissage del 2021 ci ha riportato negli spazi di Gare82, per questa occasione trasformati in una zona rossa in cui perdersi e da cui lasciarsi sorprendere.
Un’occasione di incontro e, perché no, talvolta di scontro, con la realtà interpretata e riletta da Dorothy Bhawl, all’insegna di quel rosso che per molti di noi ha assunto una connotazione davvero particolare, intima, decisamente lontana, quasi antitetica da quell’idea di estroversione che l’interpretazione tradizionale dei colori associa a questa tinta.
Il rosso per diverso tempo è stato solo sinonimo di pericolo, manifestazione esteriore di una sensazione di sospensione innaturale, di mancanza, di assenza.

Profondo rosso ovunque dalle cornici alla copertina del bel catalogo, dagli sfondi agli accessori di scena, fino alle originalissime “targhette” con il nome dell’opera.
Ed è in un questo strabordare di rosso che funge, potremmo dirlo con un gioco di parole, da fil rouge, da legante dell’intera mostra, che si fissano i ritratti, i personaggi di Dorothy, talvolta mostruosi, talvolta inquietanti, talvolta grotteschi, talvolta capaci di strappare un sorriso, talvolta solo così intensamente umani negli sguardi che si intravedono sotto la maschera da fare venire voglia di abbracciarli.

Chi entra da Gare82 varca la soglia dell’universo creativo dell’artista, della sua simbologia, “del suo mondo interiore fatto di personaggi e situazioni grottesche che stimolano e inducono la libera associazione di idee e sensazioni estetiche” come scrive Federica Picco nella sua prefazione.
A cavallo tra sogno e incubo, conscio e inconscio,

le opere di Dorothy si nutrono di contrasti, di corpi esposti e di identità celate, di giochi di luce e ombra, creando immagini forti, non sempre immediatamente intellegibili e aperte a mille diverse interpretazioni, positive agli occhi di alcuni, negative a quelli di altri, portatrici di sventura o foriere di fortuna…

ma sempre comunque “cibo per la mente” oltre che piacere estetico.
Con questi scatti Dorothy restituisce al rosso tutta la sua materialità, tutta quell’energia vitale, quelle pulsioni, nel bene e nel male, che pareva avere smarrito, caricandolo di una sorta di irrequietezza, senza però “tirare” i visitatori in una direzione o nell’altra, lasciando ognuno libero di cercare una propria interpretazione, non mero spettatore ma autentico attore che dialoga con le fotografie, chiamato a decifrarne le ambiguità, le possibili letture e i rimandi.

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Categoria: Fotografia
Dove: Galleria Gare 82, via Villa Glori 5
Quando: fino al 26 giugno 2021, negli orari di apertura della galleria
Come: ingresso libero

Write Your Era. Air Daryal in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Air Daryal, Destinies

Arte atemporale.
Quando ho letto questa definizione accostata a una mostra organizzata da Galleria Univocal mi sono immediatamente incuriosita. Quell’alfa privativo, insomma, mi ha catturato, portandomi dritta nell’universo creativo di Air Daryal, un’artista di cui avevo sentito parlare, soprattutto dopo che alcune delle sue opere sono apparse in The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi, pellicola presentata fuori concorso alla Biennale del Cinema di Venezia nel 2019 e che ha segnato il ritorno di Mick Jagger sul grande schermo.

Non che il concetto di atemporalità nella pittura sia nuovo, ma trovo sempre particolarmente interessanti le riflessioni artistiche sul tempo, sul suo scorrere, sulla sua circolarità e, in alcuni casi, sulla sua assenza, o meglio sulla sua scomparsa. E ancora non che il tempo non sia un elemento essenziale nella produzione di Air Daryal, solo che, credo, sia diversa la sua scansione. Il tempo lo si percepisce scorrere sin dai titoli di alcune opere, come nel caso del ciclo dedicato alle sfingi, identificate con numeri romani progressivi.

Air Daryal, Sphinx III

Una scelta che trova radici nella storiografia e insieme marca uno stacco dalla contemporaneità, riportando alla dicotomia presente-passato (permanente).
Questa stessa dicotomia la si percepisce profondamente nella serie dedicata alle città.
A uno sguardo attento le immagini metropolitane, superato quel vago straniamento provocato dai colori freddi, dall’effetto quasi bagnato delle tele, emergono immagini che richiamano alla classicità, obelischi e colonnati si nascondono tra le auto.

Air Daryal, Civitas

Questo è in assoluto il mio ciclo preferito, in termini di accostamenti cromatici e di uso della luce, gli olii su tela creano un’atmosfera onirica, in cui i confini e i tratti perdono di definizione, e proprio per questo loro farsi meno netti spingono ad avvicinarsi ai quadri, ad apprezzarne appieno la tecnica mista, la materialità delle pennellate, le sovrapposizioni, gli elementi inseriti – non corpi estranei, ma frammenti del racconto per immagini.
Sono città che vivono di contrasti, con l’essere umano sempre ben presente, potremmo dire con la sua impronta nella trasformazione degli spazi, eppure marcatamente assente.
Sono altri gli esseri viventi a dominare la scena, con l’uomo quasi sempre solo memoria di ciò che è stato, raffigurazione scultorea, fisso in contrapposizione alla vitalità di un cavallo, alla potenza delle tigri.

La mostra, in calendario fino alla metà di maggio, offre una panoramica sulla recente produzione artistica di Air Daryal, consentendo ai visitatori di cogliere gli aspetti fondamentali del suo percorso e della sua poetica, di immergersi in un mondo visionario e mitologico, arcano, intriso di simboli da decifrare, di particolari da scoprire, di direzioni da interpretare. Un’ottima occasione, quindi, per ammirare i lavori di un’artista interessante, lasciandosi guidare tra le sale più dal proprio istinto e dalla propria curiosità, che da un rigido percorso cronologico o tematico.

Air Daryal, Write Your Era

Il flusso culmina nell’opera inedita che ha dato il titolo all’intera personale. Write Your Era, un invito, o forse un imperativo, a diventare padroni del tempo, artefici del proprio destino, in un momento storico che ha chiesto a tutti di ripensare i cardini del nostro essere, tempo e spazio appunto.
Tornano alcuni dei temi distintivi di Air Daryal, le tigri in primis, così come il costante richiamo a quell’andare oltre, oltre la visione, oltre al soggetto, oltre ai colori, a scegliere la propria chiave interpretativa superando, come ben sintetizza la curatrice, Elisabetta Roncati, “gli elementi che l’occhio umano riconosce” perché “qualcosa sfugge. La vista si perde nei dettagli […] La mente girovaga cercando un punto di fuga che non riesce a individuare. La soluzione è dunque una sola: costruire la propria narrazione, proiettare nella tela il proprio vissuto, anche circostanziale, fabbricare il proprio racconto”.
Alla luce di questa riflessione acquista ancora maggior significato la scelta di lasciare come ultima immagine del catalogo quest’opera. Il cerchio (per ora) si è chiuso, o forse siamo tornati all’origine di un nuovo anello di una catena.

Piè di pagina
Dove: Opificio Piccitto, Via XXI Luglio, 25036 Palazzolo sull’Oglio (BS)
Quando: dal 1° maggio 2021 al 15 maggio 2021, ore 10.00 – 18.00. Informazioni e prenotazioni sul sito di Galleria Univocal
Come: ingresso libero

I colori dell’India. Miniature dalla collezione Mutti

Iniziamo con una premessa. Entrare letteralmente in casa di una gallerista, accolti sempre con una cortesia che qualcuno definirebbe “d’altri tempi”, è un’esperienza già di per sé eccezionale, che però almeno i bresciani hanno la fortuna di poter rivivere visitando le mostre ospitate dalla Galleria dell’Incisione.
Dopo l’omaggio a Romana Loda e l’enigma romantico di Max Klinger, la curiosità dei visitatori questa volta è catturata da una selezione di miniature indiane della collezione di Giacomo Mutti.

Già dalla prima sala si ha l’impressione di entrare in un altro mondo, proprio come quello che si poteva intravedere guardando dalle finestre di uno dei tanti spettacolari palazzi nella terra dei maharaja.

Le opere, raccolte dall’architetto Mutti in circa trent’anni sono miniature, così chiamate non già per le loro dimensioni, seppure spesso contenute, ma per la finezza dei loro dettagli, spesso visibili solo con l’aiuto di una lente di ingrandimento.
Realizzate tra il XVII e il XIX secolo, con tempera o guazzo su carta, queste miniature si inseriscono nella tradizione di corte dei Rajput, una casta guerriera, che regnò in Rajasthan, nel Centro India e sulle colline pre-himalayane dando vita a diverse scuole pittoriche caratterizzate da stili regionali, nel solco se vogliamo dei manoscritti miniati di tradizione religiosa.

Passando da una sala all’altra è possibile notare come le scene dipinte, o forse dovremmo dire narrate, assorbano progressivamente elementi dalla pittura Moghul, diventando più sofisticate dal punto di vista tecnico, senza però mai perdere un carattere profondamente “indiano” nella stilizzazione delle figure e nell’uso dei colori.

Proprio la creazione dei colori costituisce uno degli aspetti fondamentali del processo creativo, così come uno degli elementi per differenziare le varie scuole pittoriche, giacché le materie prime utilizzate assumono sovente un carattere squisitamente regionale (ad esempio per l’uso di fiori tipici solo di una determinata zona geografica).
Dopo aver preparato la carta, secondo la tradizione descritta negli antichi trattati l’artista procedeva innanzitutto a delineare il contorno delle figure in rosso o nero, adottando svariate tecniche, per poi riempirlo con più passate di colore seguendo un ordine strettamente disciplinato: sfondo, corpo, vestiti e altri accessori, e oro o altri ornamenti ove richiesto.
Il passo successivo era la realizzazione delle ombreggiature, preludio alla ripassatura finale del contorno con un pennello così sottile, si dice, da essere talvolta composto da un singolo pelo, mentre l’ultima fase era quella della creazione dei bordi, spesso un’autentica cornice dipinta con innumerevoli particolari.

In mostra è possibile scoprire i principali temi iconografici delle scuole Rajput, partendo dal mondo degli dei con raffigurazioni di divinità maschili e femminili, ispirate tradizione religiosa hindu e dai testi letterari mitologici e poetici in cui ricorre l’elemento dell’unione con il divino, con i sentimenti mai realmente esplicitati, ma piuttosto evocati nel rispetto della rigida codificazione tradizionale…

… per arrivare alla vita di corte con ritratti di sovrani e damigelle, scene di caccia, processioni, assemblee di nobili e cerimonie religiose o semplici momenti della quotidianità, sempre con una buona dose di idealizzazione, soprattutto per quanto riguarda i volti e l’ambientazione, i paesaggi, con una pressoché totale assenza di prospettiva, per quella che non vuole essere una “raffigurazione letterale”, quanto piuttosto una rappresentazione stilizzata o simbolica.

Piè di pagina
Dove: Galleria dell’Incisione, via Bezzecca 4
Quando: fino al 28 maggio 2021, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 17.00 alle 20.00
Come: ingresso libero

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti, parte 3

In questa sorta di romanzo a puntate, l’introduzione sono state le nostre impressioni sulla mostra, mentre nei diversi capitoli abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.
Hanno rotto il ghiaccio Max Bi, Elizabeth e Milena Bini, seguiti da Michael Gambino, LYS e Felipe Cardeña a cui abbiamo rivolto sempre le stesse tre domande, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono la collettiva.
Oggi i protagonisti sono Marica Fasoli, Michele_Battart, Annalù Boeretto e Daniele Fortuna.

In questo progetto siamo partiti da lei, la Vittoria Alata originale, chiedendo poi agli artisti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando la massima libertà su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità.

***

Marica Fasoli

celeste (ant. celèsto) agg. – 1. a. Del cielo, che appartiene al cielo o si muove nel cielo; soprattutto in espressioni relative all’astronomia. b. Di colore simile a quello del cielo sereno. 2. a. Del cielo, inteso come sede di Dio e degli spiriti beati; quindi divino, che viene dal cielo.
3. estens. a. Dolcissimo, ineffabile (quasi «degno del cielo»).

Marica Fasoli - Sulle ali della vittoria (2021) - Tecnica mista su carta e foglie oro 22K
Sulle ali della vittoria (2021). Tecnica mista su carta e foglie oro 22K

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Epica, femminile, leggiadra, determinata, indipendente.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Marica Fasoli.
R: Eterea, libera, celeste, geometrica, iperrealista.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Il processo creativo delle mie opere nasce dalla piegatura di un origami, dalla successiva decostruzione per poi riprendere vita con il colore. In questo mi rifaccio all’antica tradizione shintoista giapponese della rinascita e della morte per una successiva rinascita, in un ciclo vitale che si ripete.
La cosa che ha più attirato la mia attenzione, quando mi è stato proposto di dedicare un’opera alla Vittoria alata, sono state proprio le ali. Le stesse ali che mi colpirono la prima volta al Louvre, quando vidi la Nike di Samotracia nell’atto di spiccare il volo. Ali che molte divinità perdettero ancora prima di giungere al periodo classico greco.
Quando ho visto la Vittoria alata, sono state proprio queste ali a colpirmi, simbolo di conquista ma anche di libertà assoluta, decantata dal Carducci quando, nell’ode a lei dedicata scriveva: “…o pur volasti davanti l’aquile….”
Ho deciso di incentrare il tema della mia opera partendo dall’origami della Nike, che viene poi dispiegato come dispiegate sono le ali stesse pronte a spiccare il volo. 

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Michele_Battart

curvy agg. Che ha linee morbide, detto del corpo femminile; prosperoso, formoso. Dall’inglese curvy (‘formoso, prosperoso’).

Michele_Battart - Je veille pour mon maître. Vous entrez à vos risques et perils (2021) - Candeggina su velluto
Je veille pour mon maître. Vous entrez à vos risques et perils (2021). Candeggina su velluto

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Sinuosa, sensuale, garbata, elegante, iconica.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Michele_Battart.
R: Liquida, corrosa, scolorita, protetta, curvy.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Lacrime di candeggina corrodono il tessuto
Come fosse il volto del disilluso.
È vero Ci sono icone, buone solo da emulare
per sentirsi meno soli
come fanno quelle gocce
Che per essere percepite sono costrette ad aggregarsi
Come fanno le persone
Ci sono invece icone che van protette
come la nostra vittoria alata
Perché ci insegnan l’eleganza nella semplicità
Senza aver bisogno d’ori e diamanti
Ma con la sola sicurezza d’essere, in un mondo dove esisti solo se appari.
Per questo la leonessa protegge la sua padrona
Perché nessuno la porti più via ora che è tornata a casa…

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Annalù Boeretto

trascendenza s. f. [der. di trascendente]. – 1. In filosofia, la condizione o la proprietà di essere trascendente, di esistere al di fuori o al di sopra di un’altra realtà (è, in questa accezione generale, l’opposto di immanenza, che indica invece ciò che si risolve o permane dentro un determinato ambito); in quanto tale, la trascendenza è propria soprattutto del principio primo, di Dio, come sua caratteristica. In alcune correnti del pensiero contemporaneo, in particolare nella fenomenologia husserliana, la trascendenza è intesa come condizione degli oggetti della conoscenza in quanto al di là della loro percezione nella coscienza.

Annalù Boeretto - Flyingfeet (2021) - Scultura in bronzo
Flyingfeet (2021). Scultura in bronzo

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Maestosa, mitica, elegante, misteriosa, imperiale.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Annalù Boeretto.
R: Leggerezza, levità, trascendenza, inconsistenza, volo.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  Entrambe le sculture attraverso l’elemento alato conservano una trascendenza ed una dimensione ultraterrena. 

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Daniele Fortuna

contemporanea agg. e s. f. – 1. a. agg. Che accade o vive nello stesso tempo, che appartiene alla medesima età. b. s. f. Chi vive o è vissuta nello stesso tempo di un altra. 2. a. agg. Che appartiene all’età presente, alla vita attuale. Con limiti più ampî nella periodizzazione storica, successiva all’età e storia moderna, con inizio perciò già nel secolo 19°. b. Chi vive e opera nell’età presente.

Daniele Fortuna - Reborn (2021) - Acrilico su legno
Reborn (2021). Acrilico su legno

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Trionfale, monumentale, delicata, forte, eterea.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Daniele Fortuna.
R: Archetipa, contemporanea, vissuta, rinata, colorata.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  La mia opera ripercorre le sue origini, la Vittoria Alata proviene dalla venere, quindi ho voluto fare un processo di elaborazione mentale analogo a quello degli antichi, ho preso la venere di Capua alla quale ho aggiunto le ali, ma le mie sono ali di Angelo, come augurio di portare un messaggio d’amore e di speranza. Anticamente era presente uno specchio poi diventato scudo sul quale veniva inciso il nome dell’eroe vittorioso, in questo caso la statua nelle mani regge un disco con la scritta reborn (rinata), a indicare che la nostra vittoria da questo periodo sarà la rinascita.
Un dettaglio che pochi conoscono: il disco è volutamente dipinto con stucchi che vanno a conferire una sorta di percezione di un oggetto restaurato, a simboleggiare che anche se si notano dei difetti, che per me sono le sofferenze di questi tempi, ne usciremo comunque vittoriosi.
Mentre il blu così intenso rappresenta qualcosa che ha toccato tutti nel profondo. 

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Marica Fasoli. @maricafasoli
Michele_Battart. @michele_battart
Annalù Boeretto. @annalu_artist Daniele Fortuna. @fortunadaniele

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti, parte 2

Dopo le nostre impressioni sulla mostra, abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.
Hanno rotto il ghiaccio Max Bi, Elizabeth e Milena Bini a cui abbiamo rivolto tre domande, sempre le stesse, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono questa interessante collettiva.
Domande che riproporremo invariate anche ai protagonisti di questo nuovo viaggio, Michael Gambino, LYS e Felipe Cardeña.

Come abbiamo spiegato ovviamente siamo partiti da lei, dalla Vittoria Alata originale, chiedendo poi a tutti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando ad ogni singolo artista la scelta su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità.

Continuate a seguirci, perché la visita non finisce qui.

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Michael Gambino

vibrante agg. [part. pres. di vibrare]. – 1. a. Che vibra, che è in vibrazione. b. In fonetica, consonanti v., consonanti la cui articolazione consiste nel susseguirsi di più chiusure e aperture del canale vocale, che producono una vibrazione 2. a. estens. Che risuona con energia, che esprime forza e intensità di sentimenti.

Omaggio alla vittoria alata (2021). Farfalle di carta intagliate e importate su tavola

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Eterna, enigmatica, onnisciente, aulica, silenziosa.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Michael Gambino.
R: Metamorfica, spirituale, vibrante, florida, rumorosa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Le farfalle rappresentano la continua trasformazione ciclica a cui va incontro la statua, dovuta al processo di ossidazione e ai successivi restauri. Per evidenziare tale processo ho utilizzato farfalle che richiamano il colore del bronzo ossidato, quindi bruno-verde.
Nell’opera è presente anche una specie denominata Urania. “Urania” era un epiteto della dea Afrodite, a cui la statua si ispira, che significava “celeste” o “spirituale” in contrapposizione ad Afrodite “Pandemos” ossia “per tutto il popolo” e serviva a distinguere l’amore più celeste dell’anima da quello più fisico.
Le farfalle disposte a cerchio sono un omaggio allo specchio o lo scudo, andato perso, che possedeva la statua. 

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LYS

futuristica agg. (pl. m. -ci). – Relativa al futurismo e ai futuristi. – Avv. futuristicamente, non com., secondo le concezioni del futurismo.

Vittò (2020). Smart Art – Vittoria Flower (2020) Digital painting con fiore olografico

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Affascinante, cruda, forte, antica, tenace.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo LYS.
R: Futuristica, erotica, combattente, ironica, illusa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Vittoria Flower – Non una semplice opera, ma una fusione opera/istallazione. Spettacolarizzare un opera,  già maestosa e carismatica, ricreando una dimensione onirica, dove al posto del piatto un fiore olografico che rende omaggio all’ essenza di ciò che rappresenta la Vittoria, ma anche un omaggio alla donna che ne raffigura, forte, cruda e viva.

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Felipe Cardeña

meticcia (ant. mesticcia, mestizza o mestiza) s. f. e agg. 1. In antropologia fisica, in senso stretto, individuo nato da un genitore di razza bianca e da uno di razza diversa (africana, amerindia, cinese, ecc.) 2. In zootecnia, ibrido tra individui di razza diversa.

Vittoria Alata Pop Flowers (2021). Collage su tela

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R:  Classica, seducente, misteriosa, sognante, levitante.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Felipe Cardeña.
R: Pop, kitsch, folle, meticcia, gioiosa.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R:  “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono delle ali”.
Filippo Tommaso Marinetti, L’uomo moltiplicato, 1910

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Michael Gambino. @michael_gambino_artist
LYS. @l_y__s
Felipe Cardeña. @felipecardena

Mostra: Vittoria Alata. Musa contemporanea – La parola agli artisti

Come promesso nel post precedente, abbiamo deciso di dare la parola agli artisti che si sono cimentati nella rilettura della Vittoria Alata per la mostra attualmente in corso negli spazi di Colossi Arte Contemporanea e che sarà prossimamente visitabile anche online.

Al nostro invito hanno già risposto alcuni dei protagonisti, a cui abbiamo rivolto tre domande, sempre le stesse, per creare un filo conduttore, una proposta di chiave interpretativa di ciascuno dei tasselli che compongono questa interessante collettiva.
Ovviamente siamo partiti da lei, dalla Vittoria Alata originale, chiedendo poi a tutti, in un gioco di associazioni e parole in libertà, di creare una “didascalia” della musa così come l’hanno ritratta ed è da questa descrizione che abbiamo estratto a sorte un vocabolo andandolo a ricercare nelle pagine del Vocabolario Treccani.
Per l’ultima domanda, invece, non abbiamo posti paletti, lasciando ad ogni singolo artista la scelta su come strutturare la risposta così da far emergere la propria singolarità. Così qualcuno ha optato per un racconto, altri per una composizione quasi poetica, altri ancora per una sorta di flusso di coscienza.

Senza ulteriori indugi, entriamo in galleria guidati dalla voce di Max Bi, Elizabeth e Milena Bini… e un arrivederci al prossimo post per continuare la visita.

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Max Bi

trap s. m. inv. Sottogenere della musica rap, sviluppatosi, a partire dagli anni Novanta del Novecento negli Stati Uniti, come espressione degli ambienti sottoproletari urbani degradati e caratterizzato da testi violenti e aggressivi, ritmati da una musica elettronica fortemente sincopata.

Vittoria alata come musa contemporanea, Max Bi
Max Bi, Viktoria (2020). Tecnica mista su tela

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Futurista, enigmatica, poetica, musicale, preziosa.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Max Bi.
R: Ironica, pop, trash, trap, hip hop.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Da bresciano D.O.C.G. non è stato difficile confrontarmi con uno dei simboli della mia città e la proposta di Daniele e Antonella Colossi mi ha immediatamente entusiasmato. Sin da piccolo, quando ad ogni gara di qualsivoglia sport o avvenimento importante venivamo premiati con la classica Vittoria Alata (base in marmo di botticino e statua in bronzo patinato verde) mi sono sempre chiesto il motivo reale di quel movimento delle sue braccia. 
L’idea che, prima di spiccare il volo, stesse danzando non mi ha mai convinto. Tanto meno mi è mai balenata l’idea che stesse scrivendo. Giammai ho ipotizzato si stesse specchiando. 
Per la verità sono sempre stato fermamente convinto fosse stata ritratta nell’atto di dare il mangime ai pesci di un acquario che poi è il mio segno zodiacale. 
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl… ma così come per nuotare non servono le branchie… per volare non servono le ali. Tutto chiaro no? 

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Elizabeth

etèrea (ant. etèria) agg. [dal lat. aethereus, variante di aetherius]. – 1. a. Dell’etere, secondo la concezione degli antichi. b. poet. Del cielo. c. Per estens., purissimo, celeste. 2. Dell’etere cosmico.

Elizabeth Art Candy, Vittoria Alata (2020). Confetti colorati stabilizzati

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Maestosa, rappresentativa , imponente, ammirabile, potente.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Elizabeth.
R: Iconica, femminile, armoniosa, elegante, eterea.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Nella mostra sono presenti tre mie opere, sono state realizzate con l’intento di omaggiare il ritorno dell’iconica scultura, al suo grande splendore, e al suo ricollocamento…ammirata nel suo dolce ritorno.
Un drappo di confetti colorati sostituisce il bronzo, diventando una nuova pelle e ponendo un nuovo punto di vista da cui osservarla. 
Un antico mosaico, ma reso contemporaneo, di confetti stabilizzati, a rappresentarla con il suo scudo andato perduto… e talvolta invece decoro di un piedistallo per esaltarne la dolce Vittoria…

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Milena Bini

riapparizióne s. f. [der. di riapparire]. – Il riapparire; nuova apparizione.

Milena Bini, Mela alata (2021). Terracotta e tecnica mista, picciuolo in vetro con murrina

D: Cinque parole per descrivere la Vittoria Alata.
R: Grazia, bronzo, bellezza, forza, storia.

D: Cinque parole per riassumere il testo della sua rilettura secondo Milena Bini.
R: Simbolismo, rinascita, ritorno, riapparizione, unicità.

D: Un numero di parole illimitato per proporre al pubblico la chiave di lettura della o delle sue opere in mostra.
R: Azzurro, Brescia, appartenenza, simbolo, restyling, fedeltà, bellezza, oro, catch diversity, rentrée, trasparenza,  trascendentale, rappresentativa, Brixia, figurativa, emblema, ripristinazione, unica, ripresentazione, evanescenza… la mela protagonista di quest’opera contiene in sé un frammento di cielo. L’azzurro che sovrasta la città diviene quindi il luogo di accoglienza dell’antica scultura, che si staglia imperitura nella limpida decorazione del frutto. L’altra faccia della mela presenta invece una Vittoria alata quasi evanescente. Come avesse affrontato viaggi in luoghi lontani e avesse quindi perduto una parte di sé, la statua simbolo di Brescia ha fatto ora ritorno nella sua città ed è pronta a rinascere tra le sue braccia.

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Piè di pagina
Dove: Colossi Arte Contemporanea, Corsia del Gambero 12/13
Quando: dal 20 febbraio al 30 maggio 2021 negli orari di apertura della galleria.
Come: ingresso libero su prenotazione al numero 0303758583
Max Bi. IG @maxbi_artist
Elizabeth. IG @elizabeth_art candy 
Milena Bini. IG @milenabini